Storia

1863 – Discorso d’inaugurazione del Tribunale Speciale di Guerra partenopeo

fucilazione

Per far fronte al diffuso fenomeno del brigantaggio meridionale, il neonato Governo del Regno d’Italia – su proposta del deputato abruzzese Giuseppe Pica (1813-1887) – approvava, il 15 agosto del 1863, la tristemente nota legge 1409 la cui attuazione porterà alla fondazione dei Tribunali Speciali di Guerra per la repressione del brigantaggio.

Nello stesso 1863 fu istituito il Tribunale Speciale per la provincia del Principato Citeriore, all’incirca corrispondente all’attuale Campania, e il primo presidente fu il napoletano Gabriele Vallo (1818-1872), un ufficiale borbonico passato nelle fila dell’esercito piemontese divenuto, poi, capo della Milizia. Nel numero 38 del 9 novembre 1863 di “Astrea”, rivista di legislazione e giurisprudenza militare che si pubblicava a Torino, è riportato il discorso pronunciato dal Vallo in occasione dell’inaugurazione del tribunale partenopeo. Da questo documento – qui di seguito sinteticamente riportato e adattato a una più moderna forma lessicale per migliorarne la sua leggibilità – si evince, guardando anche a quelli che furono i metodi utilizzati per reprimere il brigantaggio, come la disumanità dei miliziani andò ben oltre a quella che sottintendeva la stessa legge Pica. Si noterà, infatti, come la stessa facilità delle esecuzioni capitali sul campo – che per infame gloria dei più si osarono pure immortalare – fossero persino contro la legge piemontese che prevedeva, prima della pena, il dibattito processuale.

Il documento che segue comprova, allora, la necessità più volte richiamata di procedere ad una revisione storica degli eventi risorgimentali meridionali.

[…] non posso fare che con dolori, coi moltissimi onesti cittadini caldeggiatori delle libere istituzioni e della pubblica tranquillità, le malvagie opere di pochissimi alle quali il Governo, aspettando benigno ed ognor sperando che i dissennati rinsanissero, ha ormai visto che più non deve aver luogo né la rilassatezza né il perdono. A mali estremi si voglion estremi rimedi onde, sospese per alquanto le leggi ordinarie di giudizi a tutela della pubblica libertà, s’è condotta tutta l’aula legislativa a costituire questo Tribunale di eccezione per reprimere questa peste che manomette la salute e la floridezza delle nostre male avventurate provincie. […] Quando la libertà comperata al prezzo di tanti sacrifici, di tanti martiri, di tanto sangue è volta per una mano di tristissimi a sgovernata licenza, […] possono mai essere sufficienti le franchigie e le liberalissime leggi delle quali si fanno beffe abusando i ribaldi ed i buoni, invece, non godono? Legge suprema è la salute del popolo e questa del 15 agosto [legge Pica] è legge a salute del popolo che, specialmente di queste meridionali regioni, sugella la volontà degli onorandi rappresentanti di tutta Italia di rispondere […] al richiamo fatto da tre anni da otto milioni di abitatori i quali dal brigantaggio sono crudelmente manomessi. […] Per dove che siano stati i briganti incontrati, i nostri militari si non battuti da eroi favolosi […] e, non smentendo la tradizione dell’antico valore, hanno preferito la morte onorata alla vergogna dell’arresa […]. Queste orde codarde e feroci […] hanno sfidato per tre anni la pazienza ed il coraggio delle nostre valorosissime truppe senz’altro frutto se non quello che i cosiffatti masnadieri sono stati menomati […]. Il brigantaggio, sofferto ed incuorato dalla potenza di altri i quali sperano forse che perpetuando per cotali assassini le ugge ed i dolori di questa miglior parte di popolo, ma più infortunata dello Stato italiano, desti […] un desiderio di divisione popolare e ci travolga a cose nuove ed in nuove rovine. […] Cessi da queste che diconsi politiche invereconde, disumane e pervertici di ogni legge […]. Lo Stato italico […] sarà potentissimo e […] perverremo, come siamo di tutta speranza, a sperdere e disfare quest’ampie masnade […] il qual pensiero, o signori, vien da lenimento assai opportuno alla piaga che geme nell’animo di ogni onorato italiano […]. Ci acconceremo alla necessità suprema ed allo scopo generoso che mosse la legge di eccezione […]; duri i giudizi e crudeli, barbara la legge e scritta col sangue e poiché queste fiere bestie e ferocissime l’han provocata, contro chi si avranno a richiamare? Da chi potranno aspettarsi pietà se in tre anni non han seminato che incendi, rapine, stupri vergognosissimi, stragi crudeli di vergini, di donne, di vecchi e di fanciulli per dovunque ei sono passati? Occulti o palesi ci fanno la guerra non di principi ma di distruzione alla società […]. La legge ha già loro segnato sulla fronte la nota d’infamia, suggellando di sua sanzione il giudizio parato e concorde delle genti e gli ha dichiarati fuori siccome indegni del consorzio sociale. Questo Tribunale supremo, tremendo, inappellabile non saprà veder altro che questa legge e […] il che se deve essere di sgomento ai tristissimi […], avrà per altro lato a recare il massimo dei conforti agli onesti e pacifici cittadini […]. Benemeriti non meno della patria e dell’umanità saranno quegli eletti nella generosa nostra milizia, ai quali sarà assegnato il sacrosanto incarico di difendere gli accusati siano stati questi crudeli, siano stati furiosi, si siano pasciuti di stragi, di strazi, di libidine. I briganti sono uomini a cui è fallato il bene dell’intelletto, ei sono uomini infelici […] perché spogliati di ogni sentimento di bene ed i difensori, che si pregiano della vera gloria che sta nelle virtù ardue, […] metteranno fine a quei bassi istinti […]. Il popolo si rassicuri che anche ai tristissimi non mancheranno coscienziosi difensori […]. A raggiungere nondimeno il fine di così ardua e nobile impresa, la sola morale potenza della legge non è sufficiente […] e per questo ci è utile l’aiuto […] del saldissimo e valido esercito delle guardie nazionali le quali, prestando la di loro egida per le speciali conoscenze locali e qualche volta combattendo pure da valorosi al fianco dei prodi fratelli delle truppe italiane, potranno di gran lunga concorrere alla totale guarigione di questa profonda piaga che appellasi brigantaggio […]. Per la qual cosa […] volgerò queste parole ultime a tutti gli onesti del popolo […] e saranno come un appello affettuoso e di vicinanza ai loro sensi di amor di patria, di generoso disdegno contro tante atrocità, tante rapine, tante uccisioni, stragi e disonori per tanto tempo ancora invendicati. Raggruppiamo in uno le potenze tutte dell’intelletto, del braccio e del cuore ad sterminio finale di questi nemici di Dio […] e ottenuta la desiderata calma, […] con più libera voce il popolo […] ripeterà con noi […]: «Viva l’Italia una e potente, viva il prode e magnanimo suo Re Vittorio Emanuele II.

(Cf. Discorso d’inaugurazione del Tribunale di Guerra per la repressione del brigantaggio nella provincia Principato-Citra, pronunciato dal colonnello VALLO GABRIELE, comandante militare di quella provincia, e presidente del medesimo Tribunale, in «ASTREA», “Rivista di Legislazione e Giurisprudenza militare”, a. I, n. 38, Torino 09/11/1863, pp. 5-6).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...