Arte

Un’arca di storie: alla scoperta dei mondi comunicanti di Teresa Ciulli

di Eliana Forcignanò

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Teresa Ciulli, "Ho sete di me"

Teresa Ciulli, barese di nascita e leccese d’adozione, non si definirebbe mai un’artista. Le definizioni non fanno per lei, perché incasellano, chiudono, limitano nelle gabbie del pensiero dicotomico che divide il mondo in creativi e aridi, intelligenti e stupidi, sani e malati. I nomi, nei mondi comunicanti di Teresa, si piegano come canne di giunco, così che un cassetto diventa una cassa acustica dalla quale fuoriescono note musicali in forma di vapore acqueo e l’umile barca di un pescatore diventa un’arca di storie. Non a caso, Un’arca di storie è il titolo che lei stessa ha scelto di attribuire alla sua mostra (in corso fino a domenica 25 marzo) allestita nel laboratorio/rifugio di Via Rossini, 57  (Castromediano – Lecce).

Quando un artista schiude i battenti del suo laboratorio, il pubblico si accosta con un misto di curiosità e rispettoso timore. Parliamo non di imbrattatele che mirano a mantenersi, sia pur faticosamente sulla cresta dell’onda, ma di artisti veri, timidi e segreti, per i quali l’arte non è un prezioso manto da sfoggiare all’esterno, ma una seconda pelle che nemmeno si accorgono di possedere. Per questo non si definiscono artisti, proprio come noi non ci definiamo viventi, né innalzano barriere fra loro e noi, perché hanno sete di condivisione, di scambio, di nomi che diventano storie, di storie che diventano arche sulle quali salire non per raggiungere un’immaginaria torre d’avorio, ma per solcare nuovi mari.

Perché nel tuo laboratorio, perché non in una bella, togata, galleria? Teresa sorride a questa domanda in parte provocatoria e risponde che aveva bisogno di mettere ordine, ordine nella sua vita e non solo fra le sue opere. Non si tratta, tuttavia, di un ordine rigido, schematico, freddo, le opere di Teresa Ciulli non lo permetterebbero per la stessa materia delle quali sono fatte: carta, conchiglie, sassolini, cocci, tempere, matita dalla punta grossa e sogni, tanti, infiniti, sogni che questa madre di due splendidi ragazzi, Amalia e Àlvaro, ha trovato il coraggio di mettere sul foglio.

Che poi il mondo non cambierà certo per qualche disegno pasticciato! Potrebbe dire un grossolano osservatore, ma gli occhi dei suoi figli, i primi visitatori della mostra di Teresa al mattino presto, prima di andare a scuola, sono pieni di stupore e d’incanto. Per rivedere quello sguardo bambino anche negli occhi dei visitatori adulti, Teresa Ciulli continua a creare.

Le opere sono state disposte lungo la scalinata che porta al laboratorio: tutti saliamo scale, costantemente, ma, di tanto in tanto, ci ristoriamo dalla fatica con la visione di un bel tramonto, l’odore casareccio di una torta di mele, l’abbraccio di un amico che non vedevamo da tempo. Teresa Ciulli e i suoi lavori sono questa visione, quest’odore, questo tocco.

Lei ha cominciato negli anni Novanta, scrivendo una lettera d’amore: «Volevo che le parole fondamentali di questa lettera fossero in rilievo, così ho cominciato a creare dislivelli fra il testo e le immagini: i primi lavori che ho realizzato (visibili nell’àmbito delle mostra, n.d.r.) sono protetti da una cornice di vetro, ma, da quando sono diventata madre, non ho più messo la cornice». Mentre pronuncia queste parole, gli occhi di Teresa si riempiono di tenerezza: quando incontri un bambino, non hai bisogno di difenderti e la cornice non serve più perché pone un argine alla spontaneità, alla forza dirompente dell’amore che solo una madre può dare.

Dopo quella lettera d’amore, sono venuti i lavori su Le città invisibili di Italo Calvino: alla penna del grande narratore, Teresa ha fatto eco con la sua creatività visiva e quelle città che rappresentano i nostri mondi interiori, sono diventate figure di mezze lune arabe, donne che si slanciano nel cielo con la sola forza di un paio di ciabatte, libri aperti sul mondo nei quali si leggono parole di attesa e di tenero umorismo.

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Vi è una concettualità nelle opere di Teresa Ciulli che non diventa mai astruso concettismo: la ricerca di senso è il suo impegno fondamentale, un impegno assunto con se stessa prima di tutto e poi con gli altri. In quel laboratorio, dove Teresa ama, gioisce, soffre, la vita non si arresta e gli angeli rimangono per terra, perché le ali servono per accarezzare, non soltanto per volare. La voce del mare non sta tutta in una conchiglia, come la visione non procede soltanto dagli occhi, ma anche dalla luce e dai colori che Teresa Ciulli ha imparato a divorare nel corso degli anni.

La mostra doveva rimanere aperta soltanto una settimana, ma, da più parti, sono giunte richieste perché si protraesse almeno fino al 25 di marzo: fissando un appuntamento telefonico con Teresa (3339726501) è possibile visitare l’allestimento e, se interessati, versare una cifra simbolica per portare a casa uno dei mondi comunicanti.

Ancora una domanda provocatoria: «Ti dispiace che i mondi vadano via?» Lei risponde che i mondi hanno senso se qualcuno può entrarci, se la chiave è a disposizione di chi sa trovarla e custodirla non come una reliquia, ma come un dono: «Qualcuno – afferma Teresa – sta ancora cercando la chiave per aprire il suo mondo, qualcun altro l’ha già trovata e ora tenta di aprirne altri. Io sono in equilibrio fra questi due percorsi: cerco la chiave del mio e contemporaneamente ne apro altri, ma l’equilibrio come la felicità è sempre un fatto dinamico: qualche volta si cade e ci si rialza. Così come non si può esser felici sempre, altrimenti non sapremmo più riconoscerla questa benedetta felicità».

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1 pensiero su “Un’arca di storie: alla scoperta dei mondi comunicanti di Teresa Ciulli”

  1. sempre BRAVISSIMA la mia amica Teresa, che anche se non lo sa è un artista, poichè solo gli artisti sanno dare emozioni, siano esse prelibatezze culinarie, o il modo di camminare, guardare, ascoltare, difendere un fiore o costruire un semplice oggetto pieno di scintille.

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