Recensioni

Odissea: riflessioni dopo la prima

di Anna Rita Longo

http://www.arslife.com/dettaglio.dipinti-antichi-dipinti-del-secolo-xix-arredi-e-ma.htm
Louis Gauffier: Ulisse scopre Achille tra le figlie di Licomede (Olio su tela, Roma 1791)

Dell’Odissea di Pamela Blasi musicata da Eugenio Cotardo Cultura salentina si era già occupata nel bellissimo contributo di Titti De Simeis, che aveva colloquiato con i due giovani autori di questa originale commistione di arti, per cogliere le radici profonde della loro ispirazione. La nostra webrivista non poteva perdersi il debutto di questo straordinario evento culturale, tenutosi ad Aradeo, presso il teatro “Modugno”, sabato 14 aprile. Come dicevamo, un prodotto culturale atipico questa rivisitazione in chiave coreutico-musicale dell’opera di Omero, che conferma l’impressione che per fare grande teatro non ci sia bisogno di un budgetcorposo. Pamela ed Eugenio non nascondono – e fanno bene –  l’appartenenza del loro lavoro a quella macrocategoria che si può definire “teatro povero di mezzi ma assai stimolante nei contenuti”. D’altra parte, a questa onorevolissima categoria appartenevano anche il teatro elisabettiano e la commedia dell’arte. I precedenti sono, quindi, molto lusinghieri per i due autori.

Ma procediamo con ordine, mettendo in evidenza la ricchezza del piatto offerto allo spettatore, elencando di seguito le peculiarità di questa proposta culturale.

Cominciamo da quello che resta, apparentemente, sullo sfondo e che, invece, costituisce l’ossatura del percorso. Colpisce la scarna essenzialità dei video che accompagnano la danza: più simbolici e concettuali che illustrativi, offrono allo spettatore la chiave di lettura di ogni scena, senza dischiuderne completamente il mistero. Dopo ogni momento simbolico-coreutico permane la sensazione che non tutto sia stato detto e resta la voglia di ripensare.

La medesima essenzialità simbolica caratterizza i movimenti della danza: il virtuosismo ginnico fine a se stesso è bandito da questa Odissea. Sul palco vediamo uomini che vivono, si disperano, interagiscono, soffrono: in altre parole, la danza diviene recitazione, interpretazione, non semplice gesto tecnico. Sobri e quasi astratti i costumi, dove un velo è sufficiente a suggerire l’idea della morte o un’ipnotica danza di pannelli e di teli rivela l’orrore di Scilla e Cariddi.

Un’analisi attenta dei testi che accompagnano l’azione scenica dipinge un Ulisse sostanzialmente diverso da quello di Omero. L’eroe dal multiforme ingegno, in grado di aggirare, con la propria intelligenza, le difficoltà che l’Ananke gli pone dinanzi, diviene qui molto più umano ed imperfetto. L’orgoglio e la hybris, astutamente evitati dall’eroe omerico, assalgono il suo animo e minacciano di trascinarlo verso la rovina, tant’è che è per lui, non per Laerte (quest’ultima è la versione di Omero), che Penelope sta tessendo la sua tela-sudario eternamente incompiuta. Si tratta di un’umanità che, però, alla fine trionfa, perfetta nella sua imperfezione.

«Il nostro intento è stato quello di mettere bene in evidenza il rapporto uomo-divinità, in cui vince l’uomo», afferma Eugenio Cotardo, autore della musica che fa da collante all’interessante ensemble. Ed è proprio la musica una delle caratteristiche più notevoli di questa Odissea rivisitata. Cotardo afferma di essersi ispirato a Puccini e Stravinskij; personalmente mi è parso di poter cogliere anche qualche eco wagneriana, ma, nel complesso, il classicismo ha ceduto il passo a una contemporaneità forte e dirompente, che si sposa alla perfezione con le coreografie che alternano fluido e sincopato, armonia e stridente rottura. Conservo un ricordo particolarmente vivido di alcuni dei temi. In quello di Penelope sembra di cogliere la donna in bilico tra l’angoscia e la speranza, la donna forte che lotta perché il proprio mondo sopravviva; sconcertante e cupo quello di Polifemo, quasi “visivi” quelli che accompagnano le scene degli inferi e del contrasto con i Proci. Notevole anche il fatto che non si tratti di musica “difficile”: pur nell’obiettiva e ammirevole originalità, le note dell’Odissea di Cotardo sono facilmente decodificabili e, addirittura, orecchiabili, al punto da insinuarsi presto nel cuore del pubblico in sala.

Quando il sipario si chiude sull’abbraccio danzante di Ulisse e Penelope ci si sente pervasi dalla nostalgia e si ha la sensazione che la storia non sia davvero finita. Del resto, come sappiamo, Ulisse si nasconde un po’ in tutti noi. La sua sete di viaggio, di vita, di scoperta è parte integrante dell’uomo. Non possiamo che ringraziare la Blasi e Cotardo, ma anche i tanti che con loro hanno collaborato, per avercelo comunicato con un simile vigore.

In un quadro decisamente positivo un solo particolare lascia l’amaro in bocca: quando si propongono prodotti di questo livello ci si attenderebbe di avere il pienone in teatro. Che non c’era. E che invece si registra quando sono in gioco i cosiddetti VIP con le loro demenziali proposte commerciali. Non credo che sia il caso di aggiungere altro.

1 pensiero su “Odissea: riflessioni dopo la prima”

  1. Le parole spese dalla professoressa Longo sono quanto mai veritiere. So la passione e la tenacia che c’è stata nella realizzazione di quest’opera e che continua ad esserci. E’ vero: in teatro non c’è stato il pienone ma basta avere un riscontro critico e positivo, come quello espresso in quest’articolo, per ricompensare tutte le energie investite dai vari artisti che hanno collaborato per realizzare un “prodotto di questo livello”. Avere la stima di persone esperte nel campo è una grandissima ricompensa e un grandissimo incoraggiamento e stimolo a non demordere.
    Con tanto orgoglio un immenso abbraccio a mio fratello Eugenio Cotardo.

    Stefania Cotardo

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