Antropologia culturale, Cultura salentina, Eventi, Scrivere il Salento, Tradizioni

Storia delle luminarie di Scorrano

di Annalisa Mariano e Rossella Presicce

 
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L’elemento più significativo della festa, sotto l’aspetto visivo, é quello delle luminarie: archi, cassarmoniche, spalliere, frontoni, gallerie, formano un coacervo talmente armonico e ben articolato sul piano dell’addobbo da lasciare ogni volta stupefatti anche gli spettatori più esigenti e incontentabili. Le ragioni di tanta fortuna sono molteplici.

Anzitutto la luce ed i colori, frutto delle capacità tecniche, artistiche e di buongusto dei paratori; poi l’architettura che, sul piano prospettico e scenografico, risolve problemi simili a quelli che affrontano i macchinisti teatrali dovendo obbedire alle stesse regole dì impostazione del lavoro. Infine la leggerezza e la stabilità dei materiali i quali resistono, di solito, con disinvoltura a pioggia, vento e temporali improvvisi mettendo, talvolta, a dura prova l’abilità e la perizia degli operatori.

Esiste, inoltre, una ragione più nascosta ma fondamentale per l’esistenza della festa: la tradizione e la sua vitalità che nel Mezzogiorno sono elementi decisivi per la conservazione dell’identità storico culturale del territorio.

Da un punto di vista strettamente tecnico le luminarie, come spettacolo al buio costituito da un insieme di elementi figurati luminosi installati per l’addobbo delle città in occasione di festività particolari, nascono intorno agli anni ’30 di questo secolo e si sviluppano parallelamente col potenziamento della rete elettrica di illuminazione pubblica in Italia. Ma l’elemento luminoso come componente dell’insieme dell’addobbo esisteva anche prima dell’avvento dell’energia elettrica. A partire dal XVI secolo fino a tutto l’800 l’Italia ha conosciuto una fioritura di feste caratterizzate dalle parazioni che si sviluppano soprattutto a Roma e a Napoli dove assumeranno un’importanza talmente rilevante da coinvolgere i maggiori artisti del tempo: Bernini, Grimaldi, Pietro da Cortona, Rinaldi, Fanzago, Fontana e, prima ancora lo stesso Michelangelo, forniranno disegni, realizzeranno bozzetti, saranno i veri e propri registi delle feste affiancati nell’ideazione da letterati ed intellettuali di gran livello come Sforza Pallavicino, Emanuele Tesauro o religiosi di talento come il padre Andrea Pozzo. Insomma la festa ha un’origine affatto colta e coinvolge tutti gli strati della popolazione: dalle autorità religiose a quelle civili, dai nobili ai popolani, dai ricchi ai poveri. A Lecce, la festa assume gli stessi caratteri della capitale del Regno e vi opereranno artisti come lo Zimbalo e il Cino. Costoro attorniati e seguiti da una miriade di operatori anonimi creeranno quell’humus diffuso in tutto il Salento sul quale crescerà quel gusto che poi diverrà la cultura della festa in Terra d’Otranto. Feste religiose, feste civili, vicende delle famiglie regnanti, tutto diviene occasione per fare festa. Ma questa per il popolo é occasione anche per lenire le fatiche del lavoro

massacrante di tutti i giorni. Tutti i luoghi del potere religioso e laico insieme con il tessuto abitativo più povero si trasformano e danno la sensazione che la città viva un’atmosfera incantata che dura lo spazio effimero della festa.

Ma l’ebbrezza del sogno ingenerato dalla festa non poteva scomparire del tutto: la magia degli archi, delle quinte di cartapesta e legno, delle tele dipinte, delle guglie decorate con festoni di stucco si imprimevano nella memoria collettiva e divenivano oggetto di discussione e di paragone ad ogni festa successiva. I bozzetti preparati per le parazioni si trasformarono in progetti che gli stessi artisti realizzarono in pietra; nuove chiese e nuovi palazzi mostravano chiari i segni di forme, decorazioni e arredi già visti nelle feste passate e che da elementi effimeri diventavano strutture architettoniche ed arredo fisso.

Terra d’Otranto diviene, per almeno due secoli, un cantiere perenne nel quale trovano spazio operativo sia l’estro di artisti, artigiani e semplici maestranze (compresi ricamatori e musicisti) sia la voglia di ostentazione del potere da parte dei ceti sociali più elevati ed emergenti. Il tutto all’insegna

della meraviglia. Ogni nuova realizzazione architettonica, scultorea, pittorica, urbanistica, tessile, musicale doveva provocare lo stupore, la sorpresa, lo sbalordimento in coloro che guardavano;

insomma il popolo assumeva il ruolo di un immenso pubblico teatrale fisso che assisteva ad una continua serie di rappresentazioni che tendevano a divenire durature dopo essere state effimere. Anche Scorrano partecipa in maniera considerevole e rilevante a questo moto di rinnovamento

culturale. Probabilmente la sua articolazione sociale, caratterizzata dalla presenza di molte famiglie di antica nobiltà di sangue e di toga e da altre di estrazione borghese, la inseriva naturalmente all’interno della cultura barocca. Le nuove idee venute d’oltralpe alla fine del settecento minano, per la prima volta, la graniticità della cultura tradizionale, quella che spregiativamente verrà definita dell’antico regime; vengono meno allora le condizioni culturali e politiche che avevano creato i presupposti per l’affermarsi della festa barocca e di tutte le sue manifestazioni. Una diversa visione dell’uomo e dei rapporti sociali si afferma in tutta Europa; la società diviene più laica passando attraverso un feroce anticlericalismo che, della nuova cultura, rappresenta l’elemento più largamente percepito nel Mezzogiorno. Tra i ceti sociali della classe dirigente e il popolo si scava un solco profondo reso incolmabile dal fenomeno del brigantaggio prima e dalle mancate riforme

poi. Avrà inizio, così, il declino di una forma d’arte che si aggraverà ancora con l’avvento dell’unità italiana e della biblica migrazione all’estero. Le grandi scenografie, gli spettacoli dì fuochi artificiali eseguiti di giorno su appositi spartiti musicali, le grandi processioni in pompa magna col coinvolgimento e la partecipazione di tutta la città saranno solo un ricordo sempre più sbiadito fino alla totale cancellazione dalla memoria.

La rinascita artistica di questa splendida tradizione, partendo da diversi presupposti culturali e utilizzando strumenti nuovi, si realizzerà nel Mezzogiorno attraverso il recupero di materiali e tecniche antichi utilizzati con sapienza e genialità, i paratori giungeranno all’elaborazione di una vera e propria nuova forma d’arte: le luminarie che vedono la componente luminosa, da elemento costitutivo, diventare preponderante conservando, ancora, quell’effetto di meraviglia che lo accomuna al passato.

(Le notizie del presente articolo sono tratte dalle pubblicazioni del dott. Giovanni Giangreco funzionario della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per la Provincia di Lecce)

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