Opinioni

Scienza e fede

Vulcano incatena Prometeo di Dirck van Baburen, 1623

Una volta, tanto tempo fa, quando gli uomini dialogavano con gli dei e quando addirittura  dividevano con loro  momenti conviviali di grande allegria,  poteva succedere che essi, uomini e dei, litigassero tra di loro come avvenne  quando Zeus, il re dell’Olimpo, dette l’incarico a Prometeo, il protettore degli uomini, di spartire un toro enorme da sacrificare per un banchetto, in due parti delle quali una sarebbe toccata  agli umani, l’altra  agli dei. Prometeo scelse tutte le carni  migliori e le avvolse  nella disgustosa pelle del ventre del toro, mentre  camuffò gli  ossi con lucidi grassi che davano a questi scarti,  un aspetto molto appetitoso. Quando propose a Zeus di scegliere tra le due parti, questi fu  naturalmente tratto in inganno  dall’abile camuffamento e scelse un bel cumulo di  ossi. E l’esempio di Prometeo fu seguito per sempre dagli uomini, che continuarono a sacrificare animali agli dei offrendo a loro le interiora e riservando per se stessi le parti migliori. Pagarono però questo affronto con la perdita del fuoco (la sapienza) che Zeus tolse loro nascondendolo  nella fucina di Efesto.

Prometeo, che aveva libero accesso all’Olimpo, rubò qualche favilla di questo fuoco e lo riportò agli uomini. Fu per questo punito in modo esemplare: incatenato ad una roccia,  veniva dilaniato ogni giorno da un’aquila che gli mangiava il fegato, organo che di notte ricresceva rendendo così infinito il suo tormento. Zeus  non  riusciva  però a placare la sua ira e, non pago  di questa punizione, dette anche l’incarico ad Efesto di foggiare una donna bellissima, Pandora,  la prima donna del genere umano, alla quale gli dei del vento regalarono tutte le virtù  delle dee dell’Olimpo ma non la saggezza. Infatti, data sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo, ella aprì incautamente un vaso che il marito  custodiva gelosamente perché in esso Prometeo aveva rinchiuso tutti mali che potessero tormentare l’uomo: la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la passione e la morte. Scoperchiato il vaso, tutti i mali del mondo raggiunsero l’umanità  e ancora oggi  soffriamo della sbadataggine  della bella  Pandora del politeismo greco, che potrebbe benissimo essere paragonata alla prima donna, Eva, dell’era cristiana.

Volendo cogliere appieno l’assiologia insita nel mito, ci accorgeremo come esso ricalchi altri miti greci come quello del cacciatore  Atteone che, incautamente spia le sembianze della  dea  Artemide   riflessa in un lago. Pur avendo rubato l’immagine della dea (la sapienza) soltanto “per speculum”,  egli viene punito dagli dei per la sua tracotanza   e  per questo viene trasformato in cervo per essere  dilaniato dai suoi stessi cani. Giordano Bruno  c’insegna però a dare al mito un’altra interpretazione che regala al filosofo l’ardire di  cacciare nelle impervie foreste della non conoscenza pur di arrivare alla verità. In  questi miti potremmo intravvedere  una  prima biforcazione  dicotomica delle scelte umane nella ricerca  della verità .

Ancora  oggi si è soliti  contrapporre la scienza alla  fede, la ragione al  sentimento. Bruno può essere considerato un precursore, un eroico precursore della scienza, la quale ultima  dimostrerà come le due qualità, sentimento e ragione, convivano nello stesso individuo e come esse siano entrambe  necessarie nella strada della conoscenza che ci porti ancora, per rientrare nella metafora, a rubare qualche altra favilla di fuoco agli dei, che con Spinoza, potremmo identificare con la Natura.  I miti cui ho accennato, nella loro  fiabesca  realtà, possono essere considerati i primi rudimenti della corsa verso la conoscenza e ad essi ancora ricorre anche uno dei primi filosofi della storia occidentale, il grande Parmenide che poeticamente  immagina come  l’uomo  ancora in giovane età, abbandoni la Casa della Notte e si avvii per il sentiero del giorno illuminato dalle Figlie del Sole a bordo di un carro trainato dai cavalli che lo porteranno verso la dea Diche (la giustizia) . Essa lo dovrebbe illuminare  sulla strada giusta da intraprendere per raggiungere la Verità, ma la scelta non è facile perché il filosofo ricercatore viene posto davanti ad un bivio: da una parte c’è  il sentiero dell’aletheia, la verità che si raggiunge attraverso il pensiero astratto, dall’altra c’è il sentiero della doxa, cioè quello delle opinioni  cui l’uomo può giungere attraverso i suoi recettori sensoriali. Su questo doppio binario corre  il treno della conoscenza percorrendo secoli di storia  per concretizzarsi  nel pensiero della filosofia moderna,  che vede ancora due scuole  contrapposte: quella dei razionalisti del calibro di Cartesio, Spinoza, Leibniz e quella degli empiristi quali  Locke, Berkeley, Hume.

A risolvere la  vexata quaestio tra res cogitans e res extensa  ci  pensò per primo Kant  che attuò una grande unificazione  delle due teorie dimostrando che il razionalismo non è autonomo ma necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare ad una conoscenza oggettiva, come  pure quest’ultima debba essere modellata dalla ragione e dal calcolo per concretizzarsi in un concetto che non sia pura astrazione. La scienza  confermerà le opinioni kantiane affermando che pensiero e sensi debbono collaborare se vogliono avvicinarsi ad un’immagine realistica del mondo, dico avvicinarsi  perché ci sono limiti precisi nella corsa verso la conoscenza come afferma il celebre cosmologo Martin Rees:

“ci sono aspetti dell’Universo e della vita di cui siamo ben consapevoli, ma che più tentiamo di comprendere e più sembrano sfuggirci.”

gli fa eco Einstein che aggiunge:

“Noi vediamo, sentiamo, parliamo, ma non sappiamo quale energia ci fa  vedere, sentire, parlare e pensare. E quel che è peggio, non ce ne importa nulla: Eppure noi siamo energia, Questa  è l’apoteosi dell’ ignoranza umana.”

Però subito aggiunge:

 “L’importante è non smettere di fare domande”

 Il nostro discorso potrebbe concludersi qui, anzi avremmo potuto fermarci  prima, quando il mito soddisfaceva appieno le nostre ataviche curiosità. Cosi per secoli e secoli si è creduto che la terra fosse  piatta e sorretta da Atlante,  il titano costretto da Zeus a sorreggere in eterno l’intera volta celeste, che il Sole fosse una deità, che lo fossero   i fulmini, il vento e tutti gli eventi naturali. Ma intanto sorgeva la scienza e qui in occidente a partire dal sesto secolo prima di Cristo, si svilupparono scuole di pensiero che avrebbero innescato un processo irreversibile verso la conoscenza e l’evoluzione tecnologica. Ma fin d’allora l’uomo, il ricercatore, il filosofo, incapparono nel solito dilemma, in una  biforcazione della via della conoscenza che faceva dire a Parmenide che tutto era statico, fisso, immutabile e che il divenire fosse una fallace deformazione della realtà da parte dei nostri sensi, mentre Eraclito sosteneva il contrario e cioè che la realtà  fosse mutamento, evoluzione, scorrimento.

Platone avrebbe poi unificato le contrastanti opinioni   inventandosi l’iperuranio, il mondo delle idee, dove esiste lo stampo di tipo parmenideo della realtà che noi percepiamo coi nostri sensi come ombre del mondo reale (il mito della caverna). Per oltre duemila anni le scuole  di pensiero si sarebbero succedute nell’evoluzione gnoseologica del nostro occidente, spesso in contrasto tra loro (ricordiamo l’annosa polemica  tra Platone e Aristotele sugli universali) ma spesso il pensiero filosofico sarebbe stato influenzato dalle credenze religiose che condizinarono  la libera  scelta dei ricercatori del tempo. Basti pensare  che in campo astronomico   le teorie  di Aristotele, quelle rese immortali dalla Divina commedia di Dante,  bocciarono gli studi di Aristarco (310 a.c.), Archimede (287 a.c.), Eraclide Pontico (390 a.c.), Eudosso (408 a.c.), Filolao (V sec.a.c), Ipparco (130 a.c.), per sposare le tesi di Tolomeo (367 a.c.), pur egli grande scienziato ma che dovette ricorrere alla complessa teoria degli emicicli per non sconvolgere la verità rivelata dalla Bibbia (il famoso  “fermati o Sole” di Giosuè ).

Col rinascimento tutto cambiò e la scienza finalmente si affermò come  tale ad opera di Keplero, Copernico, Newton, Galileo che, sfidando le ire della Chiesa, affermarono verità non più dogmatiche ed incontrovertibili, ma dimostrabili e falsificabili, cioè, come c’insegna il filosofo della scienza  Karl Popper, suscettibili di cambiamenti in linea con l’evoluzione scientifica del pensiero umano.  Si vuole  ancora  contrapporre la scienza alla fede come nell’enciclica “Fides et ratio”  di Giovanni Paolo II, che titola la sua introduzione con l’incisiva esortazione  “Conosci te stesso” che poi si rifà al celeberrimo motto greco  iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi.

Ma conoscere se stessi significa anche conoscere la nostra anatomia, la neurologia comparata, che c’insegna come  solo nell’uomo esista la corteccia, la sede dell’astrazione  e come essa sia divisa in un emisfero destro, che è quello della fantasia, dell’intuizione, del sentimento, della creatività  e un emisfero sinistro che è quello del calcolo e del raziocinio. Ma la stessa natura ha provveduto a unificare col corpo calloso le due parti  cerebrali per modo che   le nostre scelte, il nostro libero arbitrio, siano  la risultante delle due componenti della nostra capacità astrattiva.

Oggi più che mai, in un mondo globalizzato, multietnico e multiculturale, si afferma un relativismo che è alla base del progresso e della conoscenza. E sembra assurdo che si voglia fermare il progresso della scienza che istruisce, cura, illumina, invoglia allo studio ed all’introspezione profonda  e costruttiva.

La scienza  non  boccia i segnali che le pervengono dall’emisfero destro ma li elabora, li verifica e li accetta come verità relativa  e cioè, come dicevamo, suscettibile di cambiamento quando  ulteriori suggerimenti le dovessero pervenire da parte del pensiero astratto che abbisogna dei sensi, della ragione e della  tecnologia  moderna per essere accettati come reali. E la consapevolezza della doverosa falsificabilità  della scienza, non deve trarre in inganno come accade in alcuni ambienti culturali.  Dire “le cose stanno così ma potrei sbagliarmi”non può paragonarsi al paradosso di Epimenide come ha scritto di recente un famoso filosofo contemporaneo.  Il principio di non contraddizione che ha dominato i secoli è stato già smontato da Hegel tanti anni fa e poi dall’arguzia matematica di Russell che ha rivoluzionato persino l’insiemistica scoprendo un antinomia nota come  “Il paradosso del barbiere”. Lasciamo quindi che l’uomo possa decidere senza coercizione la strada da seguire scegliendo tra il famoso bivio di Parmenide che abbiamo descritto all’inizio di questa chiacchierata. Sempre nei limiti delle  sue possibilità, perché il libero arbitrio di cui tanto si parla,  è condizionato dalla stessa natura umana, i cui atti sono per la maggior  parte automatici ed incontrollabili come  il battito del cuore, la paura, il sentimento e tutte le reazioni soggette a quel chimismo cerebrale che si ferma all’ipotalamo. Soltanto con l’avvento della corteccia l’uomo prende coscienza di sé ma anche in questo caso, come ha molto recentemente dimostrato il neurofisiologo Benjamin Libet, quando compiamo un’azione, l’area cerebrale preposta a metterla in pratica, si attiva prima ancora che prendiamo coscienza  di volerla compiere. In altre parole gli effetti cerebrali inconsci  delle nostre decisioni precederebbero le cause coscienti che devono determinarle.

Quando decidiamo di muovere un dito, il movimento effettivo avviene dopo circa 200 millisecondi, ma le aree preposte a questa funzione si erano già attivate circa 400 millisecondi prima. Il limitato intervallo di tempo che separa l’attivazione con l’effettiva esecuzione,  ci consente di bloccare l’azione in atto e solo in questa atto di bloccaggio  negativo consisterebbe il nostro libero arbitrio.  E’ l’ennesima ferita inferta dalla scienza  all’uomo  ormai depauperato dall’assurda pretesa di essere il centro del mondo. Prima Copernico, poi Darwin, oggi Libet, ridimensionano la sua collocazione nell’immensità dell’Universo infinito, mentre  già Freud, con la scoperta dell’istinto e del subconscio, ne  aveva evidenziato la natura animale riconoscendo alla sessualità ed all’aggressività le spinte che consentono la sua sopravvivenza rendendolo schiavo di queste due importantissime pulsioni primordiali. La corsa  continua  e forse potremmo chiudere questa chiacchierata con un’altra celebre frase di Albert Einstein:

“Chiunque si pone come arbitro in materia di conoscenza, è destinato a naufragare nella risata degli dei”

2 pensieri su “Scienza e fede”

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