Racconti, Scrittori salentini

L’angelo custode

di Katia Giannotta

Scuola italiana del XVIII secolo: Angelo custode olio su tela, cm 73×48,5

Mara non aveva mai amato i cimiteri, luoghi tetri e lugubri che la facevano rabbrividire e dove sentiva crescere l’angoscia ad ogni frase, colma di dolore, incisa sul freddo marmo dei mausolei. E la leggeva immagazzinandola nel suo cervello come un urlo rauco ed agghiacciante che penetrava a fondo la sua anima, sino a toccarla in ogni più intimo e celato angolo, fino a far rinascere dentro di sé il ricordo di quella gelida vigilia di un Natale lontano. La notte in cui, bambina di sette anni, fu testimone di una tragedia che avrebbe sconvolto per lungo tempo la sua infanzia.

In piedi, con gli occhi colmi di lacrime, fissava quella gelida pietra mentre un addensarsi di immagini le riempiva la mente.

– Mara ascoltami, non puoi seguirmi. Vedi, piccola mia, la terrazza è molto buia ed io lo so che tu hai paura del buio. Non è vero? –

Il bruno ragazzo si chinò con dolcezza, prendendo fra le grandi mani il viso tondo della bimba dallo sguardo ingenuo ma, al tempo stesso, così deciso. Rimase per un attimo a fissare quegli occhioni e il nasino tanto esile, tempestato da rosee efelidi, che si ergeva su labbra dalla linea perfetta quasi fosse stata tracciata dall’esperto tratto di un disegnatore onnipotente.

Afferrando con decisione un ricciolo fra le sue dita, lui tentò di parlare ancora, con dolcezza, sapendo che sarebbe stato inutile; mai aveva visto tanta perseveranza e determinazione racchiuse insieme nell’animo di una bambina di sette anni.

– Tesoro lascia che ti porti a casa. E’ tardi e forse ti staranno già cercando! Domattina verrò a prenderti, come promesso, ed andremo in campagna a raccogliere le noci e le more! –

L’entusiasmo che vide sul suo viso lo convinse che forse era riuscito a persuaderla, ma fu solo un’illusione e Mara riassunse l’espressione di poco prima e, sbattendo lentamente le folte ciglia, disse:

– Noi abbiamo fatto un patto di sangue Duccio! –

– Lo so bene ed è per questo che non voglio portarti lassù a vedermi creare quei fuochi d’artificio, che ti rendono felice. Ti voglio bene, piccola Mara, ed il mio sangue mi suggerisce di portarti a casa. – sorrise nel riflettere sull’assurdità di quell’ultima frase.

– Il mio invece di salire con te! –

Duccio non voleva arrabbiarsi, non era mai riuscito a perdere la pazienza con lei e nel sentirla parlare in quel modo, senza alcuna inflessione lamentevole, aveva l’impressione di essere alle prese con una coetanea.

– Se salirai senza di me, andrai in cielo da solo! Io voglio venire con te su nel cielo! –

Un fremito attraversò il corpo del ragazzo che, sgranando i verdi occhi dallo stupore sussurrò:

– Ma cosa dici Mara ? –

Un rumore improvviso li fece voltare entrambi verso l’estremità del vicolo; Duccio trasse Mara a sé e la tenne stretta fra le sue forti braccia, sussurrandole di fare silenzio. Lei chiuse gli occhi senza timore, nel suo piccolo cuore sapeva che nessuno poteva farle del male, finché il suo meraviglioso angelo la stringeva, proteggendola da ogni crudeltà.

– Oh piccola, grazie al cielo sei qui! Io e la mamma eravamo preoccupati, vieni andiamo a casa. – il tono autoritario di suo padre non le incuteva paura e, quasi sfidandolo, disse:

– No, io non vengo papà! –

L’uomo rivolse uno sguardo gelido al ragazzo ed aggiunse:

– Se vuole ammazzarsi con quei maledetti fuochi, lo faccia pure ma ne tenga lontana la mia bambina. Stava forse pensando di salire su quella terrazza con Mara? Lei è incosciente! E tu vieni qui piccola peste! – ed afferrandole, con forza, le gracili braccia la trascinò via, incurante dei singhiozzi, delle lacrime e del modo straziante con cui Mara ripeteva la frase:

– Noo Duccio, non lasciarmi, portami lassù con te! –

Era un’atmosfera magica quella che si era creata fra loro ma, a differenza del passato, la bizzarra ed insolita sintonia che li univa, li rendeva al tempo stesso consapevoli che quell’imminente distacco avrebbe segnato la fine della loro pura e perciò incompresa amicizia.

L’aria gelida di quella vigilia di Natale penetrava dentro le esili ossa di Mara, che si lasciò avvolgere nel caldo cappotto del padre senza fiatare. Le lacrime calde continuavano a scorrere inesorabilmente sul suo delicato viso ed innumerevoli perché si affollavano nella sua mente, creando una grande confusione, un’agitazione a cui l’inesperienza dei suoi sette anni non era in grado di dare risposta. L’unica certezza che sentiva crescere dentro sé e rafforzarsi sempre più, era l’affetto immenso che la legava a Duccio, la sola persona in grado di farla divertire ed all’occorrenza difenderla dai monelli che, durante i giochi nei pomeriggi estivi, si burlavano di lei.

Il ricordo del loro primo incontro affiorò improvvisamente nel turbamento del suo animo.

Era stata una caduta molto dolorosa quella che fece dalla bicicletta, avuta in regalo per il suo settimo compleanno, e Mara non piangeva facilmente, ma quella volta lo sgomento nel vedere tutto quel sangue uscire da suo ginocchio e scivolare lungo la caviglia, le impedì di fermare le lacrime ed i singhiozzi.

Due forti braccia, un attimo dopo, la sollevarono da terra ed una voce, dolce e sommessa, le infuse coraggio:

– Lo sai che bisogna aver le ali per volare –

Mara spalancò gli occhioni castani, tirando su col naso e con voce tremante, rispose:

– Io…io non volevo volare! –

– Eppure ci sei riuscita, hai visto? Sei volata per terra! – il tono del ragazzo era divertito.

Scoppiarono a ridere entrambi, ma l’allegria della bambina scomparve non appena guardò il suo ginocchio sanguinante. L’improvviso cambiamento fu notato dal giovane:

– Sai il sangue è un elemento molto importante! –

– Perché? – si sentii rivolgere la domanda con curiosità.

– Fra le tante cose consente di unire due persone ed una volta che queste hanno fatto un legame con esso, niente e nessuno può separarle! –

Subito dopo aver detto questo, il ragazzo estrasse un piccolo coltellino tascabile e pungendosi il dito indice, lo posò sulla ferita della bambina, dichiarando con tono solenne:

– Io sono tuo fratello Duccio e tu chi sei? –

Sorellina Maraaa! – urlò la piccola sorridente ed entusiasta di quell’insolito gioco.

Da quel giorno non appena Mara aveva il permesso di andare a giocare, correva fra le braccia di Duccio e trascorreva tutto il pomeriggio in divertimenti semplici ed ingenui. A Mara non importava se i suoi genitori ostacolavano quest’amicizia e le impedivano di vederlo; ben presto dovette mentire per ottenere ciò cui teneva; e si convinse che loro, occupati dagli innumerevoli problemi del vivere quotidiano, non avrebbero compreso la bellezza del suo rapporto con Duccio.

A volte le faceva una gran paura il dover crescere!

Un enorme boato la fece trasalire, sentì le braccia di suo padre stringerla più forte e, nello stesso tempo, una sensazione di gelo le attraversò le membra; non era stato il freddo che aveva provato poco prima, ma qualcosa che nasceva dal profondo della sua piccola ed inconsapevole anima.

Sbarrò gli occhi, lanciando un urlo d’orrore, si divincolò riuscendo a sfuggire alle braccia del padre ed urlando un violento:

– Nooo! – cominciò a correre in direzione della terrazza.

– Mara dove vai? Vieni qui! – ci volle del tempo, prima che l’uomo si rendesse conto che era stato il boato a determinare tale improvvisa reazione nella piccola. La seguì, tentando di raggiungerla, ma senza risultato: una strana magia faceva muovere le piccole gambe di sua figlia più velocemente delle sue.

Come un fulmine Mara attraversò la folla che già si era riunita intorno a quella bianca costruzione, incurante delle spiegazioni che quelle persone si davano l’un l’altra sulla disgrazia appena accaduta.

Lei non udiva niente, il suo piccolo cuore batteva talmente forte che le sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro o che gli altri potessero sentirlo sussultare così come l’udiva lei. I suoi occhi erano talmente colmi di lacrime, che dovette stringerli più volte prima di riuscire a decifrare la grossa sagoma che le era innanzi e le sbarrava la porticina d’ingresso della casa.

– Ehi tu? Dove credi di andare? – era lo stesso tono autoritario che usava assumere suo padre, quando le dava un comando o la obbligava a fare qualcosa che a lei non faceva piacere. Mara non poté più sopportare quel tono. Deglutendo e infondendosi coraggio, disse:

– Devo salire lassù e… tu non potrai impedirmelo! Se ci proverai io volerò! – sorrise, nella speranza che quel grosso omone fosse caduto nel tranello; ne ebbe la conferma quando lo sentì scoppiare in una fragorosa risata – Tu non mi credi? Tanto io posso provartelo, anche Duccio mi ha visto volare e se salirai con me glielo chiederemo insieme! –

L’espressione divertita di poco prima, scomparve dal volto dell’uomo e quella che ne prese il posto, subito dopo, a Mara non piacque per nulla: d’orrore, tristezza e compassione. Erano messaggi che le trafissero il cuore e la convinsero sempre più che nulla al mondo le avrebbe impedito di salire su quella terrazza.

L’uomo si chinò cercando di carezzarle il viso ma lei, veloce come una lepre, gli sgattaiolò tra le gambe ed, incurante delle urla di quello, corse su per le scale.

Una fitta coltre di fumo ricopriva quel cumulo di macerie, che le stava di fronte, non permettendole di vedere nulla e le penetrava negli occhi dandole un bruciore insopportabile. Mara se li stropicciò ed avanzò lentamente, gridando il nome del suo angelo. Nessuna risposta, solo il silenzio agghiacciante ed insopportabile.

Si chinò a raccogliere il piccolo coltellino tascabile di Duccio e, con gli occhi gonfi di pianto, alzò lo sguardo.

Un urlo stridulo uscì dalle sue labbra, le sue palpebre erano spalancate e lo sguardo fu attirato come una calamita da quella macabra immagine, che un sadico destino le aveva inflitto. Non riusciva a fermare le lacrime, che scivolavano su quel visino troppo grazioso per essere trasformato in una maschera di terrore e, neppure il tremito che scuoteva il suo corpo, la faceva sentire meglio.

Cercò con lo sguardo un solo segno, che potesse permetterle di riconoscere il suo angelo, ma ciò che trovava ad ogni tentativo era quella pozza di sangue e carne insieme, che sembrava allargarsi sempre più.

Mara guardò il coltellino e dopo essersi punta il dito indice con decisione, lo posò sul sangue che c’era in terra; tentò più volte di parlare, ma il nodo che le soffocava la gola non le permise di emettere nemmeno un suono.

Troppo grande era la crudeltà di quella realtà, troppo presto la morte aveva stroncato la gioia e la spensieratezza della sua infanzia! L’unica persona a cui si sentiva profondamente legata, le era stata portata via ed il significato di quegli innumerevoli perché, che le si affollavano nella testa, era troppo profondo per essere percepito dalla sua mente.

In futuro si sarebbe chiesta più volte dove aveva trovato la forza di affrontare quell’orribile tragedia e solo l’esperienza e la maggior consapevolezza l’avevano aiutata a capire.

Un bambino trova l’energia di combattere anche contro il destino più macabro, per difendere con semplice spontaneità ciò che ama. E Mara amava Duccio, di un amore ingenuo e puro che solo una volta nella vita si ha fortuna di poter provare, di un amore che non prometteva null’altro che il proprio esistere.

Il grosso vociare che sentì giungere dalle scale, le diede improvvisamente la forza di parlare e nonostante i singhiozzi cercò di assumere un tono solenne:

– Fr…Fratello D…Duccio e so…sorellina Mara: un legame di sangue che niente e nessuno può spezzare! –

Lo scampanìo, proveniente dalla chiesa del paese, riportò Mara nel presente ed il suo sguardo si soffermò nuovamente su quella lapide di marmo bianco, priva di fotografia ma non ignota alla giovane donna.

Rabbrividendo si strinse nel suo verde paltò; questa era la vigilia di Natale più fredda che ricordasse! Con gli occhi velati di pianto, rilesse le parole incise sulla pietra:

                                   “Non piangete la mia assenza,

                                   sentitemi vicino

                                   e parlatemi ancora.

                                   Io vi amerò dal Cielo

                                   come vi ho amati in terra.”

Asciugandosi l’ultima lacrima, con la mano ricoperta dal guanto, si voltò, incamminandosi lungo il sentiero.

Mara non aveva mai amato i cimiteri!

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2 pensieri riguardo “L’angelo custode”

  1. Triste e tenera la storia di Mara e Duccio. Una storia che inizia con le tinte seppiate degli anni appena trascorsi e finisce con quelle in bianco e nero, dove il bianco assume un colore azzurrognolo e il nero scolorisce verso il grigio. E’ il racconto d’amore e d’amicizia dei ragazzi, dove gli adulti non sono ammessi e, anche come se nel caso di Marta sono serviti a proteggerla, comunque restano incomprensibili e distanti. Il lettore lega subito con i due compagni, schierandosi contro i “grandi” e, comprendendo sin dall’inizio la tragica fine di Duccio, quasi spera che Marta lo possa seguire “in cielo” come lei aveva presagito, per saperli assieme per sempre.
    Commovente e toccante. Complimenti Katia!

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  2. È ovvio che non rappresenta un racconto fantastico, in quanto rievoca il tragico evento che ha coinvolto il povero Duccio verso la fine degli anni settanta.
    Considerato che nei tuoi scritti sei solita celebrare le persone e i luoghi a te particolarmente cari e stimando la tua età al tempo evocato, appare verosimile che anche questo ti inquadri nelle vesti della protagonista, seppur in mentite spoglie.
    … o sbaglio?

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