Architettura, Arte

Intorno al Mausoleo dei Duchi Acquaviva di Nardò (Parte prima)

 “… che dolce pietra, la storia inquieta, mutò in Virtù”

di Paolo Marzano

Una mia ultima indagine, parla di una caratteristica importante della cultura artistica tra Quattrocento e Cinquecento riferita ad argomenti come le Muse, le Arti Liberali, le Virtù e le Sfere Celesti. Una sintesi del concetto di cultura diffusa in Italia e non solo. Prendiamo ad esempio il Mausoleo di Giovambernardino e Belisario  Acquaviva a Nardò, del 1545, nella chiesa di S. Antonio. In quest’opera appare la notevole postura ‘antiqua’ delle quattro figure, delle Virtù Cardinali; Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza. Questo monumento non ha paragoni (se non nello schema delle quattro figure delle Virtù) per fattura e precisione d’impianto. Dall’architettura della macchina ‘apparata’ fino ai monili, ai gioielli, alle grifagne e alle finiture della capigliatura con pettinatura diversa delle Virtù.

Iustitia e Fortitudo:  ph. Fausto Laneve, (per gentile concessione di don Fernando Calignano)

Proporzione anatomica e complessità dei particolari, precisione nell’equilibrio nell’effetto chiaroscurale, capace di stabilire, per l’intero apparato, una credibile impronta pittorica. Sensibile e minuzioso, lo studio dei dettagli, dall’abbigliamento ai ‘paramenti’ decorativi fino ai consistenti apparati simbolici. Quattro Virtù, descritte da un fitto panneggio, su uno sfondo denso di messaggi ancora tutti da decodificare, ma corrispondenti ad una chiara generale scena, altamente comunicate.

Dopo un approfondito studio tra documenti, trattati, immagini, incisioni, pitture, schizzi, segni, ecc…, ritengo sia fondamentale, per i futuri studi e ricerche, ampliare i margini d’azione di una certa critica d’arte e d’architettura ‘salentina’, necessariamente da aggiornare disponendo di altre raffinate strumentazioni o altri filtri critici. Un’attesa e improcrastinabile Kunstwollen indicherà strategie nuove nell’ambito della divulgazione dell’arte in nuce dei nostri tesori ancora muti. Davvero, ipotesi di ricerca alternative  possono aprire la strada a rinnovate comparazioni suscettibili, a loro volta e, a mio modesto parere, di sorprendenti riscontri. Alcuni risultati, infatti, derivati da innumerevoli raffronti effettuati, hanno cercato di coinvolgere, un po’ più in generale, la cultura del tempo, ed in particolare quell’epoca di ‘transito’ dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento. Sono sempre più convinto che la scultura, l’architettura e la pittura neritina, salentina, pugliese, si arricchirebbero maggiormente di relazioni artistiche e comunque culturali, osservando più da vicino quelle caratteristiche che l’accomunano all’espressività dei centri maggiori, se però, si considerassero altre fonti di riferimento ‘testuale’ o si applicassero altri filtri interpretativi alle ‘serie’ di oggetti d’arte che possediamo. Un esempio è qui riportato.

Possono Palazzo Schifanoia a Ferrara, Palazzo della Ragione a Padova, le figure allegoriche della Collezione Strozzi, le due Muse di Budapest, gli enigmi del tempio Malatestiano di Rimini e altri grandi contenitori di ‘indizi’, non essere correlati alla già ricchissima affluenza di materiale artistico in un approdo fondamentale per i paesi della fascia del Mediterraneo come la Terra d’Otranto? Qual è dunque la cultura del ‘tempo’ di Francesco Bellotto (presunto autore del Mausoleo degli Acquaviva a Nardò)? Quali trattati e documenti, quali modelli e schemi iconologici erano più apprezzati di altri ed in uso dagli scultori contemporanei al Bellotto? Allora, ecco che diventa importante coinvolgere non solo l’artista ma il suo complesso contesto. Anche opere letterarie (ricordiamo che uno dei caratteri dominanti del tempo era la trasposizione cristiana delle antiche divinità mitologiche che sovente venivano mutate nel vestiario, negli oggetti, nel paesaggio per condurre e costruire concetti, trasformandole in allegorie) pubblicate e diffuse proprio in quel periodo. Messaggi ‘indirizzati’  a supporto di contenuti raffinati hanno determinato quindi dei flessibili modelli teorici, riportati su incisioni ‘molto’ diffuse all’epoca. Semplici ma ‘edificanti’ vettori culturali che dai papi fino al popolo hanno tentato di ‘educare’ alla conoscenza, illustrandone gli svariati strumenti da attivare per possederla. Disegni, incisioni, figurine, codici miniati, sculture ‘moralizzate o moralizzanti, diventano piani di calpestio dello spostamento degli antichi ‘dei’, personaggi ‘rivestiti’ nella simbologia, ‘ricalibrati’ nella significazione e istituzionalizzati, partecipano ai racconti fantastici, dell’intera penisola italiana, ma ritengo che abbiano eco e ‘si riflettano o si rifraggano’ nell’arte, di tutta Europa. Dalle elaborazioni filosofiche de ‘Le metamorfosi di Orfeo’ fino al ‘Ercole al bivio’, questa ricerca, che a me piace definire come un’entusiasmante avventurosa indagine, ci pone, dunque, la questione dell’utilità della necessaria apertura intellettuale, dell’approccio multidisciplinare all’arte (dall’artigianato per l’orafo passando dalla stampa fino all’architettura della città tradotta dai trattati teorici).

ph. Fausto Laneve, (per gentile concessione di don Fernando Calignano)

Occorre una maggiore consapevolezza dell’assenza di documenti, ma la realtà coinvolge quell’arte come ‘fonte’ che segue le rotte navali, riposta nelle tasche dei viaggiatori o nei cassoni dipinti, contenenti merci stoffe e tessuti pregiati, segue i sentieri dei pellegrinaggi che si spostavano con scrigni di arredi sacri seguendo territori ‘dominanti’ e ‘dominati’, in trasformazione. Si approda così, ad attinenze formali, ricercate e confermate dalle assonanze stilistiche fino alla somiglianza reale, confrontando sculture a pitture, schemi a dettagli, fino ad arrivare all’architettura. Rivelata poi come struttura prettamente comunicate, dunque ‘parlante’, riedita e usata, in alcune disorientate città, come funzione seconda, quasi da ‘appoggio’ o ‘supporto’ ad apparati, per schemi e categorie di linguaggi per il quotidiano.

ph. Fausto Laneve, (per gentile concessione di don Fernando Calignano)

D’altronde, che il trattato del Cesariano (nella traduzione di Vitruvio del 1521) con le sue immagini, tra cui quella ormai conosciuta e riportata da vent’anni, quasi in tutti i maggiori testi di arte e storia dell’architettura pugliese, del suo ‘portico dei persiani’, come riferimento (del fecondo lavoro del Manieri-Elia) ai telamoni che sostengono la felicissima soluzione della scenografica balconata sulla facciata di S. Croce di Lecce e della postura dei Duchi nel Mausoleo degli Acquaviva di Nardò, non sia l’unica opera di quel tempo a cui riferirsi, ormai è chiaro. Anzi non lo è mai stata per chi aveva una concreta e chiara visione d’insieme dei cari traffici commerciali, bellici, dei poteri delle corti  e degli ordini monastici italiani. Il confronto con i metodi, le analisi tipologiche, gli studi e le ricerche dei maestri che siamo i vari Warburg, Panowsky, Baxandall, Saxl, Burke, contemplano il fatto di affrontare, con una maggiore apertura strategica, quell’infinito immaginario, pubblicato e diffuso che viaggiava in diversi luoghi ‘di cultura’. Ad esempio, le enigmatiche ellissi che compaiono su vesti, mantelli e panneggi come vortici tra le insolite ed impreviste pieghe, sia scolpite sia dipinte sia incise. Si notano, per lo più come riflessi della luce, sugli abiti, nel lavoro del Botticelli in particolare nell’opera ‘Natività mistica’ (1501) o in alcune immagini dipinte (1470) nel ferrarese Palazzo Schifanoia nel Lato est del Mese di Marzo in particolare “Il carro di Atena/Minerva con i figli del pianeta” che, dal lavoro di Francesco del Cossa ed Ercole de’Roberti, già risentono di influssi fiamminghi, con la supervisione del Prisciani il cui quadro iconografico progettato fa riferire alla tradizione astrologica di Manilio, Albumasar e Pietro d’Abano. Ma non c’è da meravigliarsi in quanto nell’altro senso (o dall’altra parte della costa tirrenica), già l’entrata ‘classica’ di Alfonso d’Aragona a Napoli (1443), come un conquistatore romano, attraverso una  breccia praticata apposta nelle mura, comporta anch’esso l’introduzione di notevoli opere fiamminghe, come i dodici arazzi che raccolgono scene di guerre mitologiche e allegoriche,  temi cari al repertorio epico classico borghese. Si continua dunque la vita di corte, quella che, anche i d’Angiò avevano contribuito ad alimentare con i loro innumerevoli contatti commerciali di tesori e merci franco-fiamminghe.

Vedremo in futuro proprio le particolari caratteristiche fiamminghe, nel Mausoleo a Nardò.

Un ‘tono’ sorprendentemente plastico e assonante a quel particolare del chitone (vestito)  ampio e (fortemente) ‘sblusato’, fittamente pieghettato, delle quattro Virtù del Mausoleo degli Acquaviva di Nardò, determina rigonfiamenti ‘attinenti’ ad una plasticità riconoscibile inserita completamente, in quella pratica artistica che si alterna tra pittura, scultura e incisione, componendo un convincente ‘modo d’uso’ della rappresentazione, ancora da indagare nella sua, così la interpreto io, matrice ‘calligrafica’ quasi un’incisione ‘mantegnesca’. Oppure, un altro riferimento, ad una serie di ‘ellissi’ tra le ‘ermetiche’ pieghe che merita attenzione, è il particolare de ‘La Pietà’ di Paolo da Cassano nel S. Domenico di Trani.

Colonna inglobata scolpita

Qui, un’interessante serie di queste evidenti ‘ellissi’ appaiono come vortici profondi quasi ferite, giustificate forse dalla drammaticità della composizione e da un obbligato meccanismo chiaroscurale, ma assolutamente non in aderenza alle ‘normali’ dinamiche dei movimenti del panneggio e intuibile del corpo sottostante. Le ritroviamo ripetuta ancora in alcune delle più diffuse incisioni dell’epoca allegate all’opera, di Ludovico Lazzarelli (1447-1500) culturalmente unito con Pomponio Leto, Platina e Pontano, a lui si deve il poemetto a carattere didascalico-allegorico del De deorum gentilium imaginibus, dedicato a Federico di Montefeltro. Poema che apre alle incisioni de ‘I Tarocchi del Mantegna‘ (ma il Mantegna non c’entra). In particolare, tra le tante, nella Carta della Philosofia e in quella della Fortezza (appunto una Virtù) troviamo quel carattere plastico e lo sviluppo ellittico del panneggio che pervade, di brevi e “piccole onde di superficie”, distribuite sul panneggio degli arti inferiori, alcune figure. Una strada interessante, forse, per trarne un carattere ri-conoscibile di una ‘scuola’ se non di una ‘maniera’.

E’ in queste ellissi che, qui in embrione, ritengo leggibile, anche una delle mie ipotesi della “colonna inglobata” leccese, intesa, in questo caso, non come struttura concepita geometricamente e pietrificata, ma come parte anatomica, ricoperta da un sofisticato quanto ‘ermetico’ panneggio. Riferimento all’analisi della colonna inglobata, già pubblicata:

Quel toro rinchiuso nella… parasta

Lecce: la filologia antiquaria e la colonna inglobata riccardesca

Quindi tra rotte navali, dominazioni e flussi artistici europei, il Salento o la Terra d’Otranto, è una meta privilegiata. Vocazionalmente accoglie e seleziona preziosità approdate dalle sue estese coste. Il Salento dunque e Nardò, come magnifici “approdi culturali”, continuano a rivelare tesori a conferma della reale ricchezza mediterranea ‘sperimentale’, alimentata dai continui flussi che hanno stratificato città, mutandole in evidenti e ‘sensazionali’ opere d’arte… sovrapposte.

Leggi la seconda parte

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