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Dopo un’estate dal caldo … mitologico

di Luca Portaluri

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Scrivo dopo le sfibranti ondate di calore della stagione estiva. Ciò che scrivo, pertanto, sarà certamente condizionato da quel caldo e dalle temporaneamente accaldate, o meglio surriscaldate, e ridotte (fate voi) capacità mentali.

A giugno, ricordate? Ancora tosti testammo la potenza di Scipione, il cui nome deriva senz’altro dal condottiero Publio Cornelio Scipione l’Africano maggiore, lode al professorone o al metereologo creativo che ha affibbiato per primo il nome a questi eccezionali periodi di caldo. A forza di ondate d’afa, si è rivelata una delle estati più sprezzantemente torride degli ultimi anni,come se per sette volte (tante quante sono stati ufficialmente gli anticicloni estivi, fino ad ora, fine agosto) una forza oscura ci avesse messo la testa sott’acqua (bollente …) per un periodo per noi infinito, prima di farci riprendere aria (fresca…) solo qualche secondo:ecco, l’immagine volutamente zippata di questa stagione per me è questa.

Non vi è bastato il caldo africano maggiore di Scipione, condottiero tanto crudele quanto “caco fonicamente” ridicolo? Eccovi spediti a fine giugno nell’inferno dantesco, terzo canto, vivida realtà toccata con mano (sempre calda, eh!) a causa del canicolare Caronte, il traghettatore dimonio con gli occhi di bragia. Ci ha traghettato boccheggianti da una spiaggia all’altra, in un valzer di sudori e cambi di maglietta per un po’ di giorni, convinti che già la precedente ondata “scipioniaca” fosse l’eccezione. Sbagliato, “demoniacamente” sbagliato: una boccata d’aria e arriva Minosse (bah, sarà stato un estimatore dell’Alighieri il professore suddetto, padre dei nomi di queste due ondate d’afa?). Nella divina commedia, appunto, Minosse era il giudice infernale che giudicava i dannati che gli si mettevano davanti. Che faceva, allora? Li avvolgeva con la sua coda tante volte quanti erano i gironi attraverso i quali i poveretti peccatori dovevano scendere per ricevere la meritata punizione. Un po’ come noi, peccatori nel non aver capito che tipo di estate ci attendeva nell’anno di grazia (infinita) 2012, ma almeno democraticamente giudicati tutti: belli e brutti e cornuti nel caso, a soffrire il caldo, sognando ad occhi sgranati bevande fresche, baluginanti come il sole dietro le tapparelle di casa, rigorosamente abbassate.

Beh! fin qui luglio. Quando ancora la massa dei turisti doveva invadere il Salento, e la densità di popolazione per metro quadro di spiaggia era raccontabile. Ad inizio agosto bruciava Nerone, vi ricordate? O meglio, noi bruciavamo come una capitale qualunque, e lui rideva dall’alto del suo muro di fiamme. Non so, io ironizzo, ma penso ai molti anziani che in dialetto salentino (è l’unico che conosco e che quindi amo a dismisura) avranno recitato le più varie preghiere, invocando i santi preferiti e chiedendo la grazia di un immediato refrigerio, o più prosaicamente avranno riversato sulla natura e sugli stessi santi le peggiori bestemmie, somatizzando la paura e la sofferenza .

Niente da fare! Dopo Nerone, altra pausa ventilata. Irrisoria come i 5 euro vinti ad un gratta e vinci da 5 euro … Poi Caligola. Cosa c’entri con l’afa e perché la quinta ondata di caldo sia stata identificata cosi è impresa ardua, tant’è che la migliore spiegazione, la più carina e plausibile (l’unica?) l’ho trovata su internet, nell’ e-ceano (bella,questa!) di frivolezze e chincaglierie scritte spacciate per notizie di cui è pieno il web. Allora Caligola, l’imperatore pazzo, che quindi farà impazzire di caldo pure noi. Mah!

Scrivo ordunque sotto gli effetti del “colosso dei deserti”, l’aulica locuzione con cui si è voluto identificare l’ultimo anticiclone. Fa presa secondo voi? Intendo nella mente, perché sul corpo fa presa eccome, appiccicaticcio e bastardo. No, allora Lucifero è un nome più adatto, in tutti i sensi possibili e immaginabili. Infatti è in questo modo che lo conoscete, o lo state conoscendo. Ormai sfibrati, stracotti, abbronzati tanto da sembrare figli e figlie adottati, di origine cubana o congolese, con ansia vedemmo l’arrivo di Beatrice, il primo vero e abbastanza duraturo vento fresco, che portò burrasche e temporali ma non la canzone di Biagio Antonacci scritta dopo la sua vacanza in Salento. No, il brano non si è ascoltato spesso in radio in questi mesi, per lo meno non molte volte all’ora …. Andiamo Beatrice, pensaci tu! (Non me ne vogliano le fans del cantante milanese, no signore no, ma sta pizzica non fa per lui).

Scrivo, infine, nella consapevolezza del tocco leggero, frivolo, quasi etereo di quest’articolo, volutamente ironico. E spruzzato di facile umorismo. Kundera, due decenni fa circa, pensava che l’umorismo può esistere solo là dove la gente distingue ancora il confine tra ciò che è importante e ciò che non lo è. E questo confine oggi non si distingue più: pensiero quanto mai attuale, roba da mortificarsi, se non arrivasse in aiuto Freud (sempre lui) a confortarmi, affermando che “l’umorismo non è rassegnato ma ribelle, rappresenta il trionfo non solo dell’IO, ma anche del principio del piacere, che sa affermarsi contro le avversità delle circostanze reali”. E in ogni caso l’atteggiamento ironico mio, e in generale, non è quasi mai uno stato d’animo, ma una visione del mondo.

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