Cultura salentina

L’Uomo, la filosofia, Nietzche

Friedrich Nietzsche

La comparsa dell’uomo sulla terra e la sua evoluzione non sono paragonabili a nessun  altro evento noto nella storia dell’universo. Neanche lo scoppio iniziale, il famoso Big bang, da cui ha avuto origine il tutto, possiede quella forza intrinseca di trascendenza che caratterizza la capacità d’astrazione dell’uomo, la sua facoltà di interrogarsi, di chiedersi il perché delle cose, degli eventi che accompagnano  il suo cammino e, con lui, quello dei suoi compagni di viaggio: animali e piante.

Non per niente una definizione biologica dell’uomo lo definisce: “l’animale che sa di dover morire”. Il “momento” cruciale dell’evoluzione darwiniana culmina appunto in quella fase in cui l’uomo ha acquisito due facoltà fondamentali: il centro di Broca che gli  ha regalato l’uso della parola, e la comparsa  del pollice opponibile che ha trasformato i suoi arti superiori in perfetti attrezzi capaci di costruire i mezzi delle sua crescita culturale dalla ruota al computer.

Questo processo che io ho potuto chiamare “momento” se paragonato ai tempi geologici, è durato milioni di anni  e, tra le prime scimmie antropomorfe e  l’uomo del XXI secolo, ci sono moltissime forme intermedie di umani che hanno visto non soltanto modificarsi le loro strutture anatomiche nel corso di secoli, ma anche la loro  cultura, che li ha condotti per mano verso un tentativo di autodeterminazione  tuttora in atto e ben lontano dall’essere stato  raggiunto. La nostra chiacchierata non può certo partire né dalla nascita dell’Universo che la Scienza  suggerisce sia  avvenuta 13,7 miliardi di anni fa, né dalla nascita della vita  comparsa  nel  mare  da ormai 4,5 miliardi di anni  e neppure dall’arrivo dell’uomo ascrivibile a circa 2.500.000 a 500.000 anni fa nelle sue varie fasi evolutive. Sarebbe un’impresa troppo ardua riassumere tali meravigliosi eventi in uno spazio così angusto come un articolo di giornale, per cui dovremo limitarci a trattare il miracolo uomo (ed in modo estremamente sintetico) così come ci appare  nel nostro occidente a partire da circa 2500 anni fa. Fu infatti nel sesto secolo a.c. che comparvero, nell’antica Grecia i primi filosofi occidentali, che cominciarono a porsi  razionalmente quelle domande esistenziali che non avrebbero  mai più abbandonato l’umanità.

Superato il mito  dell’animismo e del politeismo  con cui avevano emesso i primi vagiti teologici ed esistenziali,  gli antichi greci cercarono disperatamente un fine che giustificasse   la loro presenza sulla terra e cercarono  un Dio che li aiutasse nell’impervio percorso, accompagnandoli per mano fino al riscatto, alla meta,  senza tradire quella parte razionale  del loro essere, che sempre di più emergeva dalle teorie della conoscenza (gnoseologia). I primi grandi pensatori, i presocratici, cercavano gli “archè”, i principi vitali  che giustificassero l’essenza stessa delle cose (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo, Anassimene  pensava che essa andasse ricercata nell’aria e Anassimandro la identificò con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene. Parmenide coniò la filosofia dell’Essere statico e immutabile mentre Eraclito vedeva nel movimento e nell’eterno divenire (Panta rei) l’essenza primaria delle cose. Il primo grande unificatore di queste contrapposte teorie fu il grande Platone che al divenire del mondo sensibile contrappose  l’iperuranio, il mondo delle idee, dove l’uomo tenderebbe e dove ci sarebbe  lo “stampo” primigenio ed immutabile di ogni apparenza terrena.

Aristotele razionalizzò ancor più queste impervie ricerche, analizzando “scientificamente” i fenomeni osservabili e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di causa-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima). Ai filosofi si affiancavano i  primi matematici (Pitagora, Euclide, lo stesso Talete) e i primi astronomi e scienziati ( Archimede, Eulero, Eudosso, Aristarco, Ipparco, Tolomeo).

Gli atomisti  del calibro di Democrito descrissero l’infinitamente piccolo avvicinandosi tanto alla realtà che soltanto la modernissima meccanica quantistica ne ha parzialmente smontato l’apparato, mentre l’epicureismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, cercavano teorie che aiutassero l’uomo a lenire le sue sofferenze. Ma il bisogno di Dio aleggiava sempre nel pensiero dell’uomo e persino le scoperte scientifiche venivano condizionate da credenze religiose che ne frenavano lo sviluppo. Si assistette per secoli  e secoli ad un condizionamento reciproco tra il pensiero e l’ambiente e, per tutto il medioevo (476 d.c. -1492) fu la Chiesa cattolica ad influenzare  le scelte dei grandi pensatori del calibro di Sant’Anselmo, sant’Agostino, San Tommaso, il quale  inventò la Scolastica, scuola di stampo aristotelico che cercava di coniugare la ragione con la fede. Con la fine del medioevo e prima che la Scienza s’imponesse in tutta la sua maestà, ci furono figure che mescolavano per così dire il sacro al profano (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola) usando l’alchimia e la magia come surrogati scientifici.

Ma se ad essi sommiamo quel grande, eroico pensatore che fu Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 con l’accusa di eresia a Campo de’ fiori in Roma, allora ci renderemo conto che proprio loro consentirono la nascita della vera scienza e se Copernico aveva soppiantato la pur pregevole dimostrazione tolemaica sul movimento degli astri, finalmente il razionalismo di Galileo, Newton, Keplero, illuminò le menti degli uomini che col rinascimento dettero la stura alle enormi capacità dell’intelletto umano. Col rinascimento si fa strada il razionalismo di Cartesio, che sottopone la verità al pensiero dell’uomo ma incappa nella difficoltà di coniugare la  sua “res cogitans” con la “res exstensa” degli empiristi (Hume, Locke, Hobbes) secondo i quali la conoscenza  non deriverebbe dalle idee innate dell’intelletto ma  unicamente dai nostri recettori sensoriali.  Kant col suo criticismo riuscirà a mettere d’accordo le due scuole diametralmente antitetiche  affermando che il razionalismo (il pensiero) necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare alla conoscenza nella stessa misura in cui l’esperienza empirica abbisogna della ragione per essere coscientemente modellata e percepita.

Un superamento del dualismo cartesiano (res cogitans-res extensa) si attua anche attraverso il pensiero di Spinoza  che, identificando il pensiero con l’essere e l’essere con Dio e persino con la natura, propone un panteismo che  abbraccia razionalismo ed empirismo in un’unica verità che è tutt’altro che materialistica vedendo, per così dire, Dio in ogni cosa e ponendosi anche eticamente, a mio avviso, al di sopra delle parti anche nella “vexata quaestio” che contrappone la Scienza alla Fede. A Kant che può considerarsi come lo spartiacque tra l’uomo succubo degli eventi con l’uomo dominatore (almeno parzialmente degli stessi), seguono gli idealisti tedeschi: Fichte, Schelling e il più incisivo Hegel che osa ignorare il principio di non contraddizione di Aristotele, identificando ogni principio col suo contrario ed affermando la superiorità della razionalità sull’intuizione. Per Hegel, in polemica con Kant, la ragione non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo. Insomma la storia del mondo persegue un suo fine ultimo che  non può essere caotico ma regolato appunto dalla razionalità (l’Assoluto). Se all’Assoluto, cioè a questo apparente misticismo sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto,  attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo. Ma se il marxismo  preluderà  a quel movimento tellurico che sconvolgerà gran parte del mondo quando Lenin cercherà di mettere in pratica l’ideologia materialistica, un altro grande pensatore, suo malgrado probabilmente,  fornirà ad Hitler le basi di un delirio di onnipotenza che porterà allo sterminio di un intero popolo.

E questo grande pensatore  ha nome Friedrich Nietzsche. Tanti altri    filosofi  illumineranno prima e dopo di lui il pensiero occidentale da Rousseau a Voltaire, da Bergson a Husserl, da Heidegger a Sartre, da Russell a Jasper, ma Nietzche, finito in manicomio in giovanissima età,  è riuscito a demolire fin dalle fondamenta le tante certezze dettate dalla fede o dal luogo comune. Come filologo ha demolito l’immagine della tragedia greca così come la proponeva il neoclassicismo  ancora imperante  alla sua epoca e, dalle ceneri della sua spietata analisi, emerge l’uomo greco nella sua doppia essenza: l’apollineo e il dionisiaco, quasi un preludio alla psicoanalisi freudiana, la nascita di una forza istintiva ed ancestrale che si contrappone alla ragione, alla prudenza, alla cautela dell’uomo socratico.

E quando si abbandonerà al pensiero filosofico, quando la scoperta dell’Eterno ritorno dell’uguale, lo porterà a sposare  le credenze orientali sulla reincarnazione e metempsicosi, ripudiando una finalità lineare delle religioni e dell’evoluzione  darwiniana, egli capirà che l’unico scopo della vita, negli animali, nelle piante, in tutti gli esseri della terra, è la volontà di potenza, laddove ad emergere sarà il più forte, il più avveduto, il più congeniale ad occupare un posto preminente nel suo habitat e nella società degli umani. E nascerà così la “Teoria del superuomo”,  quella teoria cui Hitler che pure non poteva conoscerlo per motivi cronologici, attingerà per fecondare la sua follia sfociata nello sterminio nazista. Ma non finisce qui.

Trascinato dalla musica di Wagner, laddove sembra mescolarsi tutta l’umana follia ribollente nel grande calderone della mente umana come vista da Jung, Nietzsche scoprirà che  “Dio è morto” come dirà in “Così parlò Zaratustra”. Dio è morto ucciso dalla Scienza, dalla ragione, dal progresso e come un’eco lontana lo stesso grido disperato riecheggia nelle  liriche del nostro Leopardi, nei filmati del grande Bergman, nell’Urlo di Munch e di  tutti i pittori espressionisti che ci proiettano l’immagine di un uomo solo, abbandonato a se stesso, ai suoi dubbi, alle sue paure, mentre le tristi note di Mahler si accompagnano all’impeto  wagneriano  quasi a sancire l’angoscia e le paure di tutta l’umanità.

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