Personaggi, Saggio

La città dell’anima di Nicola Apollonio

bazan
Alessandro Bazan – Giuseppe guarda la notte – 2012

“La città dell’anima”, è un romanzo di Nicola Apollonio, leccese, fondatore e direttore della Rivista “Espresso Sud”, un mensile di politica attualità e cultura che resiste ormai da quasi quarant’anni, come voce libera del Salento, della Puglia, dell’Italia, come emblema e ultimo avamposto della piccola editoria nonostante le mille e una difficoltà economiche in cui si dibatte da sempre.

Melanconia ed humour, mescolati, inseparabili, caratterizzano alcune pagine di questo libro che sa molto  più   di  documento di  cronaca, società  e costume,  piuttosto che di letteratura  in senso stretto (del resto, non a caso il protagonista  è un giornalista e il libro è “coraggiosamente”  autobiografico,  i nomi dei personaggi, i fatti, gli accadimenti sono tutt’altro che fantasticati). La melanconia, dicevo, che però non è mai una cosa cupa e compatta, ma piuttosto come un velo di particelle minutissime, d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi. E’ simile a quella “amarezza virile”, di cui parla Feltri nella sua prefazione, che scaturisce dalla trasformazione, in negativo, della “città dell’anima”. E’ la “perdita di forma” dei leccesi, una volta gentili, educati e campioni di discrezione, che lo amareggia. “Lecce, l’oasi colta e tranquilla delle Puglie, aveva mandato in cantina lo splendore del suo passato e archiviato tutti i segni della sua signorilità e del suo modo di essere diversa“ (pagg. 57-58).

Ma subito dopo, nello stesso capitolo, quella malinconia – amarezza si mescola con l’umorismo e l’ironia (un popolo senza ironia è barbaro, diceva Palazzeschi), quando l’autore si diverte a mettere  a nudo i difetti dei suoi concittadini, che si credono “li megghiu te tutti” e assumono un atteggiamento spavaldo e impettito, con l’aria da sapientoni, “per incutere timore e rispetto”, o  parla  delle donne di Lecce,  che hanno rivoluzionato i ruoli tradizionali all’interno della famiglia, “arrivando a orientare giudizi e desideri”.

Ma in questa opera c’è dell’altro.  C’è molta autocoscienza, vivo senso dell’etica, e, insieme,   turbamento,  stupore, talora smarrimento,  desiderio di quiete, di leggerezza, di fronte ad un mondo “pesante”, fatto di piombo, così radicalmente  mutato da risultare irriconoscibile; c’è la presa d’atto  del declino o la scomparsa di molti valori  tradizionali e storici  del mondo contadino del Salento .  E c’è, soprattutto, una testimonianza che assume il valore della denuncia, del coraggio civile, della lotta contro la sopraffazione e il male, ma anche il male che  produciamo noi  o  facciamo a noi stessi. “Questo romanzo”, – scrive il prefatore Vittorio Feltri, – “ha l’andamento di certi pensieri notturni. Quando ci si specchia dentro la propria memoria e ci si sente turbati dal male che siamo stati capaci di fare e di sopportare.  Palpitano in molte pagine i crimini che lo Stato lascia accadere senza opporre resistenza”.

Ed è questo un problema annoso, storico. Il Sud ha ricevuto una cultura errata dello Stato.  Arrivavano i dominatori, gli ultimi, soprattutto, non esclusi i piemontesi e i governi dall’Unità ad oggi dicevano: “Voi non dovete fare niente, voi dovete solo obbedire e  aspettare“. Così si è man mano radicato uno Stato assistenziale  che si rubava l’animo e il protagonismo del popolo. E questo lo dice un uomo del nord, Don Riboldi, il prete-coraggio, che conosce e ama il Sud, che ha lottato e lotta per il progresso del Sud, contro i soprusi, la malavita organizzata, la corruzione, il disordine morale e amministrativo, in una continua opera di apostolato e di denuncia.

Riproporre questo spirito, questo sentimento di lotta, civilmente, senza sentirsi martire o crociato. Non mollare, non darsi per vinti di fronte alla violenza e alla criminalità, “chi sta solo a guardare poi non ha neanche il diritto di piangere”, non cercare il proprio tornaconto, ma mirare ad un reale progresso e benessere di tutti, dando il proprio contributo per costruire un cammino di giustizia e di civiltà nel Sud del Sud, che è il Salento, è  questo, secondo me,  il senso e il valore di questo romanzo,  che è, lo abbiamo già detto, scopertamente autobiografico  e narrato in prima persona .

Il protagonista è un giornalista che “dopo tanto girovagare nel mondo” decide di rientrare nella terra dove è nato, nella “città dell’anima”. Ma non vi torna solo perché “ improvvisamente invaso dal demone della nostalgia”, vi torna perché Lecce è un’ammalata cronica, calpestata, vilipesa, in mano  ai delinquenti (lo sanno tutti che nel leccese si è radicata la quarta mafia nel Salento) ed ha bisogno dei suoi figli  migliori.  In tal, senso lo esorta un vecchio comandante del giornalismo leccese, Domenico Faivre, che lo richiama all’ordine: vieni a combattere in prima linea “per dare addosso ai prepotenti e ai malfattori … e a scuotere le coscienze intorpidite dei leccesi”. E lui torna nel Salento, venticinque anni dopo, come una sorta di disincantato scriba-soldato della riserva, che le ha viste un po’ tutte, è stato testimone dei fatti  di cronaca e della politica che hanno fatto la storia del mondo nell’ultimo quarto di secolo. Si mette in viaggio sicuro di sé, tetragono alle emozioni, ma quando s’avvicina alla sua  “città dell’anima” il cuore gli batte a mille e “persino i fichi  d’india dietro i muretti a secco  avevano le spine che brillavano come piccole gemme” Man mano scoprirà, però, che il  Salento è irreversibilmente cambiato: “L’ho ritrovato imbarbarito nell’anima e nel corpo. Somiglia, per certi versi, ad una provincia araba , affogata nella canicola d’agosto , immobile nella grande afa estiva” (pag. 62). Bombe, omicidi, droga, racket delle estorsioni, prostituzione, contrabbando, mafie russa e cinese, turca e albanese. “E’ colpa del lassismo e dei tanti peccati di  omissione, se la situazione si è così deteriorata … ma nessuno ha voglia di riconoscere le proprie responsabilità e tutti sono pronti a giurare che l’espandersi delle attività criminali è inevitabile conseguenza del progresso civile e democratico del popolo leccese e salentino” (pagg. 62 – 63).

Questo moderno Odisseo non è neppure arrivato che trova subito l’amico Cosimino che  gli dice senza mezzi termini  che ha fatto malissimo  a tornare  nella sua Itaca-Salento: “Ma tu sei matto. La nostaglia di che? Nostalgia di starsene seduti al bar o al circolo per sentire le cazzate di questi poveri mentecatti? Tu sei proprio matto” (pag. 90).

La sua “città dell’anima”, come l’aveva vagheggiata, rimpianta, sognata, nel lungo soggiorno romano non esisteva più. Trascurata, pigra, insolente, caratterizzata dal disordine e dalla delinquenza, accumulava ritardi su ritardi e nefandezze d’ogni ordine. Era la sconfitta della moralità e i salentini mostravano il loro lato peggiore: fottersene di tutto e di tutti , rischiando di precipitare in un abisso di omertà….L’importante è giocare a carte“ (pagg. 108-110).

“I salentini fanno pochissimo per la liberazione dei loro mali”, aveva detto l’arcivescovo Mincuzzi ed era stato facile profeta. Nel frattempo capita, per caso, nel bel mezzo del preliminare di una “messa nera”, dov’erano convenuti rispettabilissime persone, magistrati, avvocati, medici, agenti di viaggio, fabbricanti di pasta, assicuratori, ecc. con le loro gentili signore … E’ sinceramente disgustato. Forse si è pentito di essere tornato.  Che fare? Si sente isolato, incerto, dubbioso, tormentato, avverte tutta la pesantezza del difficile momento storico: “Lecce non è più la città dei sogni e del benessere intellettuale, è diventata una specie di Babele con mille sfaccettature“ (pag. 157).   Deve riflettere, tutto, dentro di lui, vacilla, gli sembra molto complicato, confuso. Si rifugia nei ricordi romani, sfoglia il vecchio album delle fotografie:  Palazzo Farnese con Amedeo Nazzari, Colonna Traiana con Alberto  Bevilacqua; negli studi televisivi del Teatro delle Vittorie con Pippo Baudo e Loretta Goggi, e poi il presidente  Emilio Colombo, Silvano Pampanini, Lisa Gastoni,  al bar Vanni con Maurizio Costanzo,  e poi ancora Modugno, Ferzetti, Sordi, ecc. ecc.  Ma ecco d’un tratto il ricordo luminoso di Otranto, con l’amico celebre scrittore,  a curiosare tra “ l’albero della vita” di Pantaleone, nell’antica cattedrale dei martiri, ad ammirare quel capolavoro musivo“che ha fonti bibliche e in cui la letteratura greca vedeva la dimora d’un essere soprannaturale che parlava all’uomo con il fremito delle foglie”(pag. 124). “Otranto è bellissima” – gli diceva l’amico scrittore. “Qui ogni angolo ha una sua caratteristica, una sua anima, un suo modo di raccontarsi”.

Ecco la bellezza magica, misteriosa, del Salento, con i tramonti di Gallipoli, le ville di Santa Caterina, le Quattro Colonne di Santa Maria al Bagno, e Lecce “con gli antichi lampioni che spandono una luce soffusa sul verde prato dell’anfiteatro, piazza Duomo, la magnificenza di Santa Croce, il barocco dei miracoli, il barocco dell’anima”.  Ora sa che non si sarebbe mai più mosso dal Salento per “contribuire sensibilmente alla rinascita di una città … che si andava piegando sotto i colpi di una politica schizofrenica e di una malavita organizzata che le stava togliendo finanche il respiro” (pag. 165). E così fonda e dirige uno di quei periodici locali, con pochi mezzi economici ma svincolati dal potere, liberi, soprattutto “decisi a risvegliare le coscienze e a farle riflettere sui cambiamenti che stavano interessando la società italiana e che nel Salento, invece, venivano sottaciuti o addirittura contrabbandati  come  atti di vandalismo politico e sociale” (pag. 182).

E tuttavia, quella prima mattina,“in un’alba in cui si poteva essere tristi o malinconici”, ha bisogno di un conforto, di un cenno di incoraggiamento interiore.  Arriva a Santa Caterina di Nardò, sosta nella piazzetta dove c’è l’unico  bar, con un cameriere assonnato, una ragazza sorridente, un pescatore di  sardine  e un cagnolino vagabondo. E’ questa la nuova umanità da cui ricominciare, gli dice la voce di speranza che aspettava. E’ una voce che viene da lontano, dalla grande croce di ferro sulla collina della piccola località di mare.

——–

Nicola APOLLONIO, La citta dell’anima, prefazione di Vittorio Feltri, Ed. EspressoSud, Lecce 2003, p. 203.
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