Scrivere il Salento

Federico Fellini e il Santuario di Palmariggi

Federico Fellini

1. Lido San Giovanni
In un’estate dei primi anni “sessanta”, il regista de “La Dolce Vita”, Federico Fellini fu invitato a Gallipoli, presso il favoloso “Lido San Giovanni”, lo stabilimento balneare più “in” di tutto il Salento, dove si viveva quel clima euforico da “dolce vita” di provincia. In quel periodo presentavano le serate un giovanissimo Pippo Baudo e il mitico Mike Bongiorno, e gli ospiti abituali erano Totò, Mina, Abbe Lane e Xavier Cugat, le gemelle Kessler, la Pavone, Peppino di Capri, Carosone, Dorelli, The Platters, Teddy Reno, Nico Fidenco, Nilla Pizzi e Achille Togliani, insomma tutto il meglio dello spettacolo di quell’epoca. A dire il vero Fellini rifuggiva, per sua natura, questo tipo di vita mondana, ma fu tentato di accettare l’invito del Comm. Torsello, proprietario e figura leggendaria della ri-costruzione del borgo di Gallipoli ( il cinema teatro Italia e il famigerato grattacielo sono opera sua), perché gli dissero che al Lido era ospite anche Dario Caggia, uno psicologo dell’immaginale di grande valore internazionale, profondo studioso junghiano.

Si sapeva che Fellini era un patito della psicanalisi e a Roma aveva frequentato a lungo lo studio di un professore tedesco, che era stato allievo di Jung, con cui era diventato grande amico. Di quel professore, che era morto da poco, Dario Caggia, era stato a sua volta allievo. Insomma, a Gallipoli ci sarebbe venuto volentieri, per conoscere e parlare con Caggia, ma a quel tempo, il regista era alle prese con “Otto e mezzo”, e praticamente tutto il film fu girato in uno stato d’animo particolare, quasi in trance. Fellini, infatti, sperimentò – sotto stretto controllo medico – perfino LSD e la droga. Per cui, Federico a Gallipoli, e nel Salento, non venne mai, né allora, né in seguito, quando, morto Torsello, fu di nuovo invitato dal “Direttore” per antonomasia, Francesco Ravenna, che di fatto era divenuto il proprietario del Lido, perché nel frattempo era morto anche il prof. Dario Caggia, l’unico anello che avrebbe potuto indurlo a visitare la mitica rotonda del Lido e la Torre di San Giovanni della Pedata, dove fiorivano le leggende narrate dal sindaco-poeta Luigi Sansò.

2. Palmariggi
Ma qualcuno si ostina a dire ancora oggi che, in realtà, Fellini venne nel Salento, in incognito, qualche anno dopo, e fece una breve escursione a Lecce, e a Palmariggi, dov’è il Santuario della Vergine. Ci andò su insistenza della pia e devotissima moglie Giulietta Masina, ma in chiesa neppure ci entrò. Si soffermò nella pineta e rimase colpito dalle cicale…., quelle stesse cicale che cantò più tardi Salvatore Toma, il poeta magliese scomparso prematuramente, a soli trentasei anni, per cirrosi epatica causata dell’alcol. Federico andò in pineta e le vide quelle cicale, vide il loro dramma…Cicale morte, ai piedi degli alberi, tra gli aghi dei pini, a migliaia, bianchicce, molli, gonfie, scoppiate a forza di canti estivi.

Ricordò quand’era bambino e s’arrampicava sugli alberi della pineta di Rimini per cercare di vederle, quelle benedette cicale che frinivano tutto il giorno, o quando si inebriava del loro canto, cassa armonica e maestosa del silenzio, un santuario del silenzio, tra il verde e la polvere, dove l’estate sembrava sprofondarsi divertita. Sì, perché la polvere era come un belletto che ingentiliva l’estate. Oggi quel viale è asfaltato, e ci sono i giochi per i bambini, cartacce e rumori, la pineta è semicombusta, gli alberi curvi e malati e non si sente più il canto ineffabile delle cicale, né a Rimini, né a Palmariggi, quel canto che sapeva sollecitarti la fantasia e ti faceva fare delle divagazioni deliziose… Quelle cicale erano la poesia che veniva a sostare sugli alberi profumati, a strizzarti l’occhio, a dirti che la vita è una cosa bella, piena di amore e speranza, anche se la strada non conosceva l’asfalto e gli alberi erano impolverati e avevamo un solo vestito e un solo paio di scarpe….

3. Un atto d’amore

E Fellini pensò e rivide la sua vita attraverso le cicale morte di Palmariggi. Il suo fu un atto d’amore nei confronti di Palmariggi e delle cicale e l’amore – si sa – può tutto. Forse Federico ricordò l’amore per Roma, la città eterna, la città della madre, la sua seconda patria, la patria dell’anima. Ci era venuto, diciannovenne appena, con la madre di origine romana, per studiare e prendere una laurea in giurisprudenza, ma invece di frequentare l’Università, si innamora delle strade degli odori delle ombre dei vicoli della città eterna e se ne va a zonzo per Roma finendo per fare quello che voleva, il giornalista umoristico per il famoso bisettimanale Marc’Aurelio. La madre, disperata, se ne ritorna a Rimini e così Federico ha campo libero per fare vita notturna, frequentando cafè-chantant e spettacoli di varietà. Conosce persone che sarano basilari per il suo futuro di regista: oltre il trio Maccari Pinelli Flaiano, Aldo Fabrizi, con cui fa un sodalizio che gli aprirà le porte del cinema, partendo dal varietà. E conosce, poi, Rossellini con cui realizza (da co-sceneggiatore) il film “Roma città aperta” e da aiuto regista “Paisa’.

Intanto ha conosciuto un’attrice di prosa e dopo solo sei mesi di fidanzamento l’ha sposata. Si tratta di Giulietta Masina E lo sapete dove e come si sono conosciuti? A una festa da ballo in casa della zia di Giulietta, dove si festeggiava il diploma di maturità classica della Masina… E Fellini invitò ad un ballo Giulietta… Era un tango… Da quel tango galeotto nacque il lungo sodalizio familiare e professionale, una fortuna per il cinema italiano. Con la Masina, Fellini farà due capolavori, “La strada” e “Le notti di Cabiria”, due oscar, mentre “Giulietta degli spiriti”, fatto sull’onda del suo innamoramento della psicanalisi, si rivelerà un mezzo fiasco. Intanto Fellini viene apprezzato o tollerato nei primi film come “Luci del varietà”, “Lo sceicco bianco” e “I vitelloni” , ma la fiaba triste di Gelsomina suscita un’alzata di scudi.

4. La Strada
Viene considerato un film elusivo, fuorviante, criptocattolico. Ci vorranno almeno dieci anni affinché la sinistra intellettuale e pensante restituisca legittimità alla forma della favola, riconoscendone il carattere mitografico, simbolico e perfino eversivo. E dovettero tramontare Stalin, Benedetto Croce e Pio XII perché gli orizzonti si allargassero. Fellini era avanti a tutti di almeno dieci anni. Ma quel film, “La strada”, gli era costato caro. Pochi sanno che a soli venti giorni dalla conclusione, il regista era stato colpito da una grave forma di depressione, una specie di Cernobyl della psiche. Cosa era accaduto?

Lo racconta lo stesso Federico: ”Era come se qualcuno avesse spento la luce, uno svuotamento psicologico, una nube nera che sommerge l’umore e la volontà, un’opaca vertigine, la micidiale sublimazione di tutte le angosce provate da bambino… Mi sembrò che dovessi morire da un giorno all’altro, da un momento all’altro, fu come un black out totale”. Federico si ritira in camera, ma non riesce a dormire, le notti bianche si sommano alle giornate di lavoro e poi ancora notti bianche. Deve tirare avanti al limite della resistenza. Giulietta lo porta da un psicanalista, il prof. Servadio; Federico riesce a tranquillizzarsi e arrivare in fondo. In qualche modo “La Strada” è la storia che racconta anche questo itinerario psichico, un vero e proprio sogno narrato, a rischio, che descrive il caso clinico del suo autore e come tale è suscettibile di infinite interpretazioni, chiose, ipotesi. Se è vero che ciascuno di noi ha la sua fabula personale, non sempre facile da far emergere dai recessi dell’Es, questa rimane la favola più tipica, dolorosa ed enigmatica di Fellini.

Roma, 22 novembre 2012

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Un pensiero riguardo “Federico Fellini e il Santuario di Palmariggi”

  1. Ho rivisto più volte i films di Fellini e se “La strada” e “le notti di Cabiria” mi hanno colpito per la poetica vitale in essi contenuti, è stato però “Otto e mezzo” a lasciarmi estasiato per il profondo messaggio che da esso traspare in modo quasi ermetico per chi non conosca appunto la psicanalisi di cui egli si era imbevuto. Quegli sprazzi di vita vissuta, quei momenti legati alla dicotomia sacro-profano, la colonna sonora che ti trasporta in un mondo quasi incantato, ne fanno un capolavoro capace di contendere il primo posto, nelle mie preferenze, a quell’altra meraviglia, questa volta di stampo svedese, che ci ha regalato un altro mago della pellicola, quell’Igmar Bergman che ha saputo condensare nel “Il posto delle fragole” tutta quella tematica esistenziale che al pari dei capolavori del nostro Federico assurge alla dignità di universale. Grazie all’amico Augusto Benemeglio per avercelo ricordato.

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