Personaggi, Storia

Elisa Springer: Il dolore della memoria – prima parte

  • Nel lager con Anna Frank.

Anna Frank ed Elisa Springer

Mi ricordo benissimo l’ultima volta che vidi la bellissima, stupenda Elisa Springer al Teatro Italia di Gallipoli, più di dieci anni fa. Quest’ebrea-austriaca, pugliese di adozione, morta, a Manduria, dove viveva da quasi sessant’anni, essendo il marito originario di quella città antica della Messapia (ci sono ancora le mura ciclopiche degli antichi re Artas e tutta una serie di libri su I leoni di Messapia di Fernando Sammarco). Era ossessionata – come tanti sopravvissuti ai Lager – dalla Shoah, la memoria del sacrificio assurdo, dell’immolazione, della vittima sacrificale. Primo Levi fu talmente segnato e ossessionato da quell’atroce esperienza, e dal terrore che tutto ciò potesse un giorno ripetersi, da togliersi la vita (si gettò per la tromba delle scale del palazzo in cui abitava, a Torino). Per Elisa Springer, che fu deportata insieme ad Anna Frank (erano nello stesso convoglio che da Auschwitz le aveva portate a Bergen Belsen, anzi nella stessa baracca e spesso avevano parlato insieme, lei ricordava spesso come Anna cercasse ansiosamente almeno un mozzicone di matita per poter scrivere qualcosa su quello che stava loro succedendo, si è verificato l’opposto. Per anni e anni ha fatto depositare questa atroce esperienza dentro di sé poi ha cominciato a scrivere la sua terribile storia di deportata.

Elisa Springer
Elisa Springer

Quando io l’ho conosciuta (nel 1997), era già anziana, ma, ripeto, era ancora bellissima. Aveva cominciato a scrivere da poco tempo, cercava qualche casa editrice che potesse pubblicare i suoi memoriali, venne a Teleonda Gallipoli, la intervistai, e subito l’audience, per quello che erano gli ascolti di quelle misconosciute emittenti, s’impennò.

Com’è che si trova in Puglia?

Vede, nel Maggio del ’46, ho conosciuto mio marito che era ebreo-pugliese, ecco perché io oggi vivo in Puglia; dopo aver vissuto per un periodo di tempo a Napoli. Sapete in Meridione non è come nell’alta Italia, che conoscevo, vivendo a un passo da Bolzano: per me era tutto molto difficile, inserirmi nella vita, dopo la mia terribile esperienza del lager. Vivevo con una paura continua, non riuscivo a parlare e poi ho incontrato solo una grande indifferenza perché la guerra era non era passata nel Meridione, non era stata vissuta come nell’alta Italia. In Puglia non si sapeva nulla della Resistenza e, sì, c’erano stati dei bombardamenti, ma tutto era finito lì, della guerra non sapevano niente e non volevano saperne niente: c’era una grande indifferenza. Qualche volta ho cercato di aprirmi, di parlare, ma nessuno mi voleva ascoltare e allora mi sono chiusa sempre di più in me stessa, finche dopo molti anni avevo il bisogno di aprirmi e di parlare e allora mi sono aperta un po’ con mio figlio, che voleva sapere, che voleva conoscere le sue radici.

Parlava un italiano perfetto, era bella, elegante, aristocratica, pur nella sua matura età. E aveva un sorriso in cui si fondeva tutto il mistero della vita, la grande tristezza e la sublime speranza di un riscatto che potesse redimere l’Uomo. Un angelo che da allora in poi non ha più smesso di raccontare la propria storia, soprattutto ai giovani, girando tutte le scuole d’Italia e anche all’estero.

Da questi racconti di morte e di resurrezione, di struggente pietà per l’umiliazione dell’uomo, è nato il suo libro più famoso, Il silenzio dei vivi – all´ombra di Auschwitz, che è giunto alla ventesima edizione (la prima uscì proprio in quel lontano 1997) e ha venduto circa 150 mila copie. “Ho scritto questo libro – mi disse – per non dimenticare a quali aberrazioni può condurre l’odio razziale e l’intolleranza, non voglio celebrare il rito del ricordo, ma donare a tutti la cultura della memoria“. E mi mostrò una foto in cui era insieme ad Anna Frank.

Leggi la seconda parte

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