Racconti, Storia

I promessi sposi di Parabita

la storia impossibile di un amore impossibile

“È stato sempre ricercando l’impossibile che l’uomo ha realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo” (M. Bakunin).

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Nella mia folle e continua ricerca dell’impossibile, in realtà vado cercando non tanto il meraviglioso, quanto il meravigliato; e per questo motivo, dopo aver assunto notizie probabilmente incomplete (vedi bibliografia), ho deciso di proporre a tutti gli amici di Cultura Salentina una vicenda che appare impossibile, ma che mi ha riempito di meraviglia e, allora, perché non approfondire la ricerca?

Il Salento è una terra magica perché, oltre alle sue bellezze naturali, alle sue tradizioni e al calore dei suoi abitanti, è stata teatro di vicende straordinarie, come la splendida storia d’amore, che mi accingo a raccontarvi tra un giovane nobiluomo di Parabita e la sua dolcissima serva… Uno studioso di Parabita, ridente cittadina del medio Salento, sfogliando i registri di matrimonio della Chiesa Matrice del paese (Chiesa S. Giovanni Battista), si è imbattuto, quasi per caso, in un documento che narrava la tormentata storia d’amore tra il figlio del Duca e una serva del suo castello.

Domenico Ferrari, nobile cosentino, nel 1699 acquistò, per la somma di 12.910 ducati, il feudo di Parabita, espropriato sin dal 1671 al suo legittimo possessore, il Barone Domenico Castriota, da un nugolo di creditori, per via dei tanti debiti contratti e mai onorati. Dopo la morte di Don Domenico, il feudo di Parabita nel 1716 passò, per testamento, con atto siglato dal notaio Alessandro De Martino, al nipote, Don Giuseppe Ferrari, figlio di Don Giacinto, legittimo erede di Don Domenico, a suo tempo deceduto il 10 agosto 1714.

renzoL’introduzione sulla nobile famiglia Ferrari è d’obbligo, perché la nostra vicenda vede come protagonista Don Francesco Saverio, figlio di Donna Agnese Sabarriani e di Don Giuseppe Ferrari, primo duca di Parabita. Il nobile rampollo si era perdutamente innamorato di una giovane popolana, la dolcissima Rosaria Cataldo di Parabita, serva della sua famiglia. Folgorato dalla bellezza della fanciulla sin dalla prima visione, ogni mattina il buon Francesco Saverio, prudentemente nascosto dietro le tende della sua finestra, seguiva con lo sguardo la radiosa fanciulla correre allegra su e giù per le tante rampe di scale del palazzo, diffondendo intorno a sé gioia di vivere e profumi di primavera.

Il timido Saverio non sarebbe forse mai riuscito a comunicare a Rosaria le sue emozioni, se non si fosse intromesso il caso, che un mattino li fece “scontrare” sulla porta del salone. La ragazza si fermò alcuni secondi a guardarlo, poi gli sorrise e si mise a correre per le scale del castello, guardandosi indietro per vedere se fosse inseguita. Notandolo immobile, si fermò, gli mandò un bacio maliziosa e ripartì. A quel punto Francesco Saverio si mise ad inseguirla e la corsa di Rosaria si fece sempre più veloce, quasi convulsa, finché non le accadde di infilare l’ingresso della colombaia, un edificio di forma cilindrica, sormontato da un orlo merlato, senza altra uscita, motivo per il quale la ragazza si trovò (forse non involontariamente) in trappola.

Francesco Saverio entrò nella colombaia e si fermò per un attimo sulla soglia a guardarla. Poi le si avvicinò lentamente: Rosaria ansimava, non solo per la frenetica corsa. Lui cercò di accarezzarle il viso con la mano, ma lei si allontanò. Allora, le strappò un bacio con la forza, ma di quella forza buona, necessaria solo per vincere (soprattutto la propria) timidezza e paura… E fu amore intenso, immediatamente ricambiato. Con il passar del tempo, la timida e vereconda tenerezza del primo bacio si trasformò in una passione ardente e dal fuoco dei sensi (frutto di un grande sentimento d’amore) nacquero due splendidi marmocchi, Francesco e Vincenzo.

Francesco Saverio, sin dalla prima gravidanza dell’amata, aveva manifestato l’intenzione di regolarizzare la sua unione con Rosaria e un giorno trovò il coraggio per chiederne il permesso al severo genitore, che però si oppose sdegnosamente, affermando che mai e poi mai un’insulsa popolana sarebbe divenuta la legittima consorte di un nobile rampollo. Un siffatto matrimonio sarebbe stato uno scandalo ed avrebbe rovinato la dignità della nobile famiglia Ferrari. Per questo motivo, vista l’insistenza del figlio, il duca ricorse al Sacro Regio Consiglio, al fine di impedire il matrimonio e salvare, quindi, l’onore del casato; ma Don Saverio, testardo e profondamente innamorato, decise di reagire. All’una di notte del 5 febbraio 1780, lasciati a casa i due figli e procuratisi due testimoni di fiducia (Orazio Astore e Lorenzo Peluso), Don Saverio e Rosaria si recarono nella casa del Curato e ivi dichiararono ambedue di essere coniugi.

L’arciprete, Don Vincenzo Maria Ferrari, dopo aver sentito la prima parte della formula pronunciata dall’uomo, lungi dal benedire la loro unione, iniziò a strepitare (e a suonare le campane della chiesa), in quanto aveva intuito la clandestinità del matrimonio cui stava dando legittimità, senza udire la seconda parte del rito, pronunciata con voce fioca ed emozionata dalla dolce Rosaria. I due innamorati, convinti di aver coronato il proprio sogno, tornarono a casa dai loro splendidi figli Francesco (2 anni) e Vincenzo (9 mesi). Quella notte i due non riuscirono a prender sonno (e non solo per la gioia); l’alba li sorprese, infatti, teneramente abbracciati, ma con il terrore, reciprocamente mal celato negli occhi e nella mimica del volto, per la certa, durissima reazione del Duca.

promessi-sposi-disegnoIl giorno seguente, la sorpresa: il curato affermò di non aver sentito la dichiarazione della donna e, quindi, in base alle norme vigenti, il matrimonio non era valido. A nulla valse la deposizione di uno dei testimoni che affermava con certezza di aver udito Rosaria pronunciare le sacre parole.
Solo successivamente, quando però ormai nulla si poteva fare per aiutare i due infelici innamorati, il Curato si persuase dell’intenzione reciproca de’ contraenti per lo matrimonio e, interrogato, espresse il parere che un matrimonio così celebrato dovesse ritenersi valido e, quindi, tutt’altro che illegittimo. Don Saverio, con commovente ostinazione, si preoccupò subito di chiedere alla Curia di Nardò la legittima dichiarazione del matrimonio, ma con l’emanazione di un decreto da parte del Sacro Consiglio di Lecce, la Curia dichiarò non valido il matrimonio dei due: “Questo matrimonio non s’ha da fare!”.

Inoltre, nel famigerato decreto, emanato il 9 giugno 1780, era espressa la dura condanna inflitta ai due amanti come punizione del loro comportamento: Rosaria sarebbe stata per sempre rinchiusa nel “Conservatorio delle Pentite” a Lecce e a Don Saverio ne sarebbe stato vietato l’accesso. Conclusione atroce! La forzata separazione dalla sua adorata Rosaria portò, dopo appena un anno dalla sentenza, il non ancora quarantenne Don Francesco Saverio a morte. Finì, così, mestamente, la romantica storia d’amore tra Francesco Saverio e Rosaria.

Questa vicenda è narrata in versione integrale nel registro dei matrimoni della chiesa Matrice di Parabita, datata al 5 febbraio 1780 e firmata dall’ormai famoso Arciprete Don Vincenzo Ferrari. Nel documento sono riportate le note scritte di proprio pugno dal curato: “A 5 Fbro 1780, ad un’ora circa di notte trovandomi leggendo solo nella mia camera mi viddi inaspettatamente sorpreso dall’Illustre Don Saverio Ferrari dei Duchi di questa Terra e Rosaria Cataldo di questa Terra stessa e presenti Orazio Astore e Lorenzo Peluso venuti colli sudetti, disse detto Don Saverio, Signor Arciprete: “Questa, accennando la detta Rosaria, è moglie mia!”, in sentire io le quali parole compresi già esser venuti a fare matrimonio clandestino e non potendo fuggire cominciai a strepitare chiamandoli scomunicati, ed altre parole dissi, con che impedii il sentire le parole, che immediatamente a quelle di detto Don Saverio disse la detta Rosaria, ma non compresi il consenso della medesima perché, oltre la percezione, nella quale io era di detti due soggetti Don Saverio e Rosaria per circa 13 anni di scandaloso commercio, con cui avevano procreati due figli, ed avevano tentato fare prima matrimo-nio di coscienza, e non essendoli riuscito questo, erano ricorsi per farlo pubblicamente in faccia della Chiesa e li fu proibito con ordini sovrani, di più in questo nuovo attentato mi accorsi, che avendo Don Saverio terminato di dire “Questa è moglie mia”, la detta Rosaria disse qualche cosa e rimase unita al detto Don Saverio tanto che si toccavano, e non parlò se prima questo non l’ebbe dato il segno. Onde per la verità. Ferrari Arciprete”.

Dalla narrazione della triste storia degli amanti parabitani, balza evidente la stretta affinità con le vicende dei Promessi Sposi, quasi come se da questa il Manzoni avesse preso lo spunto per scrivere il suo capolavoro. Questa supposizione è sostenuta da due importanti elementi: il primo è l’epoca in cui è accaduta (1780), che precede di qualche anno la data di pubblicazione dell’opera; il secondo, molto più incisivo, riguarda il fatto che Alessandro Manzoni era notoriamente amico di Don Antonio Ferrari, Duca di Lecco, cugino dell’allora duca di Parabita. Pare che, parlando con l’amico, lo scrittore avesse appreso questa scandalosa storia di famiglia e da qui essersi ispirato, pur modificandone ampiamente trama e contenuti, per la stesura del suo celeberrimo romanzo.
Questa supposizione è confermata dal ritrovamento di una lettera conservata nell’Archivio di Stato a Roma, inviata da Manzoni nel 1820 al Duca di Parabita. In questa lettera, lo scrittore racconta di essere venuto a conoscenza, tramite il cugino Duca, della storia il cui protagonista era il figlio Francesco Saverio.

“Nell’aver frequentato ultimamente in Lecco, il Duca Don Antonio Ferrari, rilevai nella sua famiglia un caso di matrimonio contrastato, svoltosi tra Don Francesco Saverio Ferrari e una di Lei serva. Ora mi trovo nella necessità di pregarla del favore di darmi maggiori infor-mazioni su quanto accaduto nella di Lei famiglia. Mi attendo dalla di Lei conosciuta bontà, il favore richiesto”. Firmato “Devotissimo Alessandro Manzoni. A.D. 10 dicembre 1820”. Altre cose sembrerebbero provare l’autenticità della triste storia degli innamorati parabitani: Manzoni dice, infatti, di essersi ispirato per la sua composizione ad un manoscritto, alludendo, forse, alla storia o al manoscritto dell’Arciprete di Parabita, di cui – si ipotizza – potrebbe aver ricevuto una copia in seguito alla lettera inviata al Duca.

Un altro particolare rilevante sarebbe anche la veridicità dell’esistenza della monaca di Monza che, secondo un manoscritto autografo del Cardinale Federico Borromeo, rinvenuto presso gli archivi dell’Arcivescovado di Milano, sarebbe stata di origini leccesi, dal vero nome di Maria Virginia De Leyva; ma rispetto a quest’ultima vicenda si rimanda opportunamente agli approfondimenti già in parte trattati nella nostra splendida “Cultura Salentina”.


Fonti bibliografiche:
• Approfondimento personale sull’opera “I Promessi Sposi”, a cura di Antonio Bruno, Esami di Stato a.s. 2003-2004 – Classe: 5 D – Giugno 2004;
• “Due Amanti ed un Curato, Una patetica storia d’amore nella Parabita del XVIII secolo”, Mario Cala (tratto da “A Parabita due notti d’estate”, Pro Loco Parabita 1977) – http://www.parabitaonline.it;
• “Renzo e Lucia, lumbard? Macchè, erano salentini!”. Messaggio “postato” su forum – Internet – Dr. C. Fracasso.

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Un pensiero riguardo “I promessi sposi di Parabita”

  1. Un paio d’anni or sono, quando gli feci giungere in anteprima una copia del presente articolo, ebbi l’onore di ricevere la visita del prof. Mario Cala (il massimo studioso-ricercatore della storia), che mi avvertì della mancanza di verifica delle fonti rispetto al passo nel quale cito: “Questa supposizione è confermata dal ritrovamento di una lettera conservata nell’Archivio di Stato a Roma, inviata da Manzoni nel 1820 al Duca di Parabita. In questa lettera, lo scrittore racconta di essere venuto a conoscenza, tramite il cugino Duca, della storia il cui protagonista era il figlio Francesco Saverio”.
    In realtà, sempre a parere del prof. Cala, non sarebbe suffragata da valida documentazione storica nemmeno la notizia in base alla quale Maria Virginia De Leyva, la monaca di Monza, sarebbe stata di origini leccesi.

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