Personaggi

Giovanni Semerano, l’archeologo della parola

che il mondo accademico italiano fatica ancora a ricordare

di Romualdo Rossetti

Anassimandro di Mileto
Anassimandro di Mileto

L’opera di ricerca filologica di Giovanni Semerano non fu quella di un eccentrico linguista solitario, la sua non fu mai mera congettura, fu, piuttosto, un’analisi costante, uno scavo meticoloso alla ricerca del senso originario delle parole. Da buon archeologo dei suoni e della parola non si arrese mai dinanzi al trionfo linguistico dell’indo-arianesimo, trionfo mai suffragato, tra l’altro, da prove scientifiche incontrovertibili.

Giovanni Semeraro
Giovanni Semeraro

Ma chi fu effettivamente Giovanni Semerano? Dove visse ed operò? Che ruolo giocò all’interno del turbolento panorama filologico internazionale?

Giovanni Semerano nacque ad Ostuni il 21 febbraio del1911. Si trasferì successivamente in Toscana dove più tardi conseguì la laurea in lettere classiche a Firenze. Ebbe come insegnanti l’ellenista Ettore Bignone, il filologo Giorgio Pasquali, il semitologo Giuseppe Furlani, nonché il celebre glottologo Giacomo Devoto e il filologo Bruno Migliorini.

Sargon il Grande Signore di Akkad
Sargon il Grande Signore di Akkad

Dopo aver insegnato per alcuni anni Greco e Latino al liceo classico, nel 1950 fu nominato sopraintendente bibliografico per il Veneto Occidentale e nel 1955 per la Toscana. Tenne un corso di latino medioevale all’Università di Firenze, precisamente nella Scuola di Paleografia Latina. In seguito nel 1973 rivestì per un breve periodo il ruolo di direttore della Biblioteca Medicea Laurenziana. Nel 1967 venne insignito della medaglia d’oro per i benemeriti della cultura. Fu membro onorario dell’Accademia Etrusca e dell’Oriental Institute di Chicago.

Dal suo studio situato a pochi metri da Santa Maria Novella in Firenze in maniera discreta, circondato da più di diecimila volumi, tutti acquistati dopo l’inondazione dell’Arno del 1966 che gli sottrasse i precedenti, discretamente demolì ciò che restava dell’indoeuropeismo in ambito linguistico. Operò contro quella superata teoria diffusionista nata a fine del XVIII° secolo che si basava su delle presunte corrispondenze tra le scoperte archeologiche e  suoni della lingua sanscrita.

Scrittura cuneiforme
Scrittura cuneiforme

I sostenitori dell’indoeuropeismo cercarono di dimostrare come molti idiomi mediterranei e mitteleuropei derivassero dall’Asia transcaucasica indo-ariana. Nacque, in tal maniera, la supposizione culturale di una possibile trasmigrazione linguistica delle origini che dalla valle dell’Indo avrebbe raggiunto per tappe successive il bacino del Mediterraneo. Si cercarono e si trovarono, allora, alcune strepitose similarità fonetiche con la lingua greca, latina e germanica e pian piano, questa ipotesi, mai tra l’altro suffragata da prove scientifiche certe, finì per trasformarsi in una sorta di dogma culturale inviolabile. Furono poi, i filologi e gli storici tedeschi di fede nazionalsocialista ad ingigantire la leggenda della presunta provenienza ariana della propria cultura di appartenenza. Cosa che permise loro di considerare le proprie peculiarità intellettuali di appartenenza preferibili alle altre. Le culture che patirono maggiormente questa interpretazione furono soprattutto quella semita, quella balcanica e quella africana tanto da essere bollate, senza mezzi termini, come spurie o inferiori.

L’arianesimo come corrente di pensiero trionfò e si diffuse tanto nelle aule universitarie quanto nei circoli politici e nei salotti germanici per più di due secoli, anche quando verso la seconda metà del XIX° secolo in Mesopotamia vennero rinvenute migliaia di tavolette d’argilla compilate con caratteri cuneiformi di molto antecedenti al IX° secolo a.C., il periodo dei simboli sanscriti. A onor del vero, la prima notizia riguardante tale strana scrittura, dopo l’unica citazione storica di Erodoto negli “Assiria grammata”, fu posta in essere nel lontano 1621 dal veneziano Pietro della Valle che si trovava nella città persiana di Shīrāz, in una lettera ad un suo amico napoletano. Tempo dopo fu Engelbert Kämpfer ad utilizzare, verso la fine del XVIII° secolo, il termine “cuneiforme” per designare l’arcaica scrittura sumero-babilonese. All’inizio dell’Ottocento non si sapeva nulla dei Sumeri, degli Accadi e degli Ittiti, solo il Fenicio fu decifrato nel 1764 dall’abate Bartélemy, grazie ad un testo bilingue rinvenuto nell’isola di Malta. Fu, poi, nel 1842 che si intraprese per la prima volta uno scavo su una delle colline artificiali del deserto, frutto dell’accumulo dei resti del passato chiamate tel. Era il periodo dei cosiddetti “archeologi-diplomatici”. Fresnel, console di Francia a Bagdad scavò nel 1852 a Babilonia, l’inglese Loftus ad Uruk nel 1852 e a Susa nel 1855, E. de Sarzec cominciò l’esplorazione delle colline di Tello a partire dal 1877 dove scoprirà i primi resti della civiltà sumerica. Gli americani, a loro volta, scavando a Nippur scoprirono un archivio con migliaia di documenti redatti con iscrizioni cuneiformi su tavolette d’argilla. Il lavoro di decifrazione dei simboli cuneiformi babilonesi, da parte degli archeo-filologi e degli epigrafi impressionò gli appassionati di lingue sconosciute per la ricchezza di fonemi che sembrarono subito molto vicini ai nostri e per la possibilità che le cose, semanticamente parlando, potessero stare diversamente da come si era creduto per decenni. L’indo-europeo risultava però essere così radicato nelle coscienze e nelle convinzioni dei filologi europei da non rimanere minimamente turbati dalla vera e propria “rivoluzione” che dalla decifrazione delle tavolette cuneiformi mesopotamiche veniva fuori. La ricerca affannosa della propria supremazia culturale spinse alcuni europei –Tedeschi ed Italiani in primis – a far ricorso a fantasiosi quanto drammatici codici antropologici di riferimento, dando luogo ad una pericolosissima intelaiatura dogmatica di auto persuasione, le cui conseguenze storiche dopo il secondo conflitto mondiale, contarono milioni di vittime sacrificate sull’altare di una presunta purezza razziale.

Così, tramite quelle incisioni cuneiformi sulla creta, negli ultimi anni, e grazie soprattutto all’opera di studiosi indomiti come Giovanni Semerano, si è potuto accertare che già intorno al 2300 a.C. l’Accadico  dominava il mondo civilizzato dell’epoca. All’Accadico seguirà poi, nel millennio successivo, l’Aramaico e quello in uso nell’impero persiano che giungerà sino in India. Giovanni Semerano definì la cultura sanscrita della valle dell’Indo  non più la genitrice della cultura occidentale come si era sempre supposto ma una cultura nata da altro, da qualcosa di antecedente, e su questa sua sempre più convinta convinzione più di  quaranta anni diede inizio ad un certosino lavoro di decifrazione volto alla ricerca del senso nascosto delle parole in uso nelle lingue dell’Occidente, anche di quelle più comuni, ma non per questo meno interessanti sotto un profilo semantico.

Bassorilievo Sumero
Bassorilievo Sumero

La sua spossante ricerca lo condusse sempre dinanzi ad inaspettate scoperte poiché non soltanto rintracciò il significato nascosto di migliaia di vocaboli ma dimostrò incontrovertibilmente come il suono originario dell’Accadico fosse rimasto quasi incorrotto nel corso dei millenni.  Amava ricordare ai suoi amici e collaboratori che le parole assomigliavano alle stelle poiché anche se le si poteva scorgere brillare di luce apparentemente viva potevano magari essere morte da milioni di anni. Le sue ricerche gli fruttarono il monumentale saggio: Le origini della cultura europea un’opera ricchissima redatta in quattro volumi, tra i quali due dizionari etimologici, uno della lingua greca ed un altro della lingua latina e delle voci moderne, edita dalla casa editrice Olschki, che per l’occasione si caricò l’onere di ricercare prima, ed acquistare poi, numerosi simboli grafici da tempo perduti o caduti in disuso.

Emanuele Severino definì i libri di Giovanni Semerano una “Festa dell’intelligenza”, Massimo Cacciari ha tributato più volte al vecchio studioso i suoi doverosi ringraziamenti per alcuni chiarimenti filologici durante la stesura di alcuni suoi scritti. La stessa gratitudine fu posta in essere da Umberto Galimberti. Solo l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis si dimostrò ostile e molto critico verso le scoperte di Semerano. Gli ultimi di Giovanni Semerano  lo videro legarsi alla ricerca semantica e protostorica del Lógos mediterraneo, che a suo parere si era andato via via adulterando con il progressivo sviluppo della scienza, intesa quest’ultima come ricerca del plausibile, che ha distaccato le parole dal loro contesto primigenio. La filosofia stessa e la sua ricerca ontologica, sarebbero state la causa principale di questa infausta alterazione concettuale che non permise di vagliare altre infinite possibilità d’interpretazione degli antichi frammenti di sapienza tramandatici. Platone, Aristotele, tra gli antichi, Hegel e lo stesso Heidegger fra i moderni avrebbero, con le loro convinzioni “dogmatiche”, esasperato lo “strappo semantico” come infatti il nostro autore ebbe modo di scrivere nel suo: L’infinito. Un equivoco millenario, l’ultima sua opera. Con lui prese avvio, così, una nuova interpretazione dell’ápeiron anassimandreo che non significò più illimitato o infinito, bensì acquisì una connotazione ilozoistica che Semerano ricondusse, invece, al termine semitico ‘apar, corrispondente al biblico ‘afar e all’accadico eperu, tutti vocaboli che significavano in queste lingue arcaiche “terra”, “fango-poltiglia” ,“miscuglio originario” interpretazione che ricollocava Anassimandro in un contesto storico-filosofico più appropriato di quello che, invece, il grande Aristrotele ed altri storiografi gli avevano affibbiato.

Consapevole che la sua scoperta avrebbe sollevato un vespaio di polemiche in alti ambienti universitari, con una vena autoironica  dinanzi alla curiosità della sua adorata nipote Eleonora che gli chiedeva cosa stesse scrivendo rispose di stare a trattare un argomento molto, ma molto scivoloso.

Giovanni Semerano si spense a Firenze il 20 Luglio del 2005 senza lasciare nessuno in grado di continuare le sue ricerche.

FELIX QUI POTUIT RERUM COGNOSCERE CAUSAS

3 pensieri su “Giovanni Semerano, l’archeologo della parola”

  1. Adesso basta balle. La teoria indoeuropea non è solo “corrispondenze fonetiche”, anzi. Ammettete di essere degli ignoranti e di non saperne niente. Semerano così ignorante non era, se non altro perché è riuscito a vendere come verità scientifiche riscoperte delle “teorie” talmente assurde e ridicole da far morire dal ridere chiunque sappia qualcosa di metodo comparativo. Questa è falsificazione pura, una cosa di cui dovreste vergognarvi tutti.

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  2. Dunque, stando alle sue superate presupposizioni, studiosi ed intellettuali del calibro di Emanuele Severino, Umberto Galimberti e Massimo Cacciari sarebbero degli ignavi per aver dato credito, nelle loro opere, alle teorie linguistiche di Giovanni Semerano. Sinceramente non le sembra di osare troppo? Suvvia, non basta certo definirsi un appassionato di filosofia e linguistica ed essere un ignoto wikipediano per poter sognare di volare alto e mettersi alla stessa stregua di eminenti studiosi e ricercatori come Giovanni Semerano! Se ama, come dice, la filosofia, non perda tempo… studi…s’impegni…si sforzi di conoscere a fondo la materia e non s’imbeva acriticamente di teorie ampiamente superate, anche per evitare di esternare commenti ridicoli come quello che ha posto in essere. Guardi, le dico questo non per spirito di polemica ma per vera filantropia. Non commenterò oltre giusto per non darle lo spazio che cerca ma che non si merita visto i toni che ha usato. L’anonimato, certo, alla lunga logora, ma non si esce dallo stesso denigrando pensieri altrui, si esce studiando e lavorando seriamente in maniera seriamente critica, cosa di cui dubito che lei sappia fare.

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  3. Lei sta scherzando… si dà il caso che a proposito di lingue (accadica e sumerica comprese), poiché di lingue stiamo parlando e non di filosofia, io ne sappia di più di Severino e Cacciari, la cui intelligenza e saggezza schiantano sia me che probabilmente lei, ma non in fatto di lingue. Su Galimberti non mi esprimo, perché bisognerebbe piuttosto parlare degli autori a cui lui deve i suoi plagi.
    Di teorie linguistiche non ne vedo nella collezione sconclusionata di giochi di parole che questo Filologo ci propone. Caro Aldo, quando avrà passato anche solo un’ora a dedicarsi alla ricostruzione di qualcosa me lo faccia cortesemente sapere.

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