Antropologia culturale, Cultura salentina, Personaggi, Saggio, Scrittori salentini, Scrivere il Salento, Storia, Territorio

Antonio De Ferrariis, un antropologo ante litteram

il “De Situ Japigiae”, caratteri generali

di Riccardo Viganò

de ferrariis

«Lettore, presta attenzione: ti divertirai»

(Apuleio, Le metamorfosi, I)

Nel primo decennio del ‘500 il celebre medico ed umanista salentino Antonio De Ferrariis (1444-1517), noto in ambito accademico col nome di “Galateo” in ricordo di Galatone, sua città natale, scriveva la sua più importante opera letteraria ovvero il “ De situ Iapigiae”. Il lavoro gli era stato commissionato dall’amico Giovan Battista Spinelli, conte di Cariati e importante funzionario del Viceregno di Napoli, affinché re Ferdinando “il Cattolico” potesse meglio conoscere i suoi nuovi domini.

Edito per la prima volta in forma stampata nel 1558 a Basilea, l’opera è una sorta di relazione descrittivo-geografica della Iapigia (Salento). Seppur scritta aulicamente, la narrazione è strutturata in una sorta di forma diretta, quasi confidenziale, dove la controparte è sempre l’amico committente. L’importanza storica di questo lavoro scaturisce dalla profonda conoscenza del territorio salentino nel quale l’autore è nato e vissuto per un certo periodo e perciò, indubbiamente, l’opera rappresenta una vera e propria testimonianza diretta e coeva di quanto il De Ferrariis scrisse in merito alla geografia e alla storia del luogo.  Il Galateo dall’alto della sua grande erudizione, tra l’altro, non si limitò solo a proporre una descrizione minuziosa di ciò che era la Iapigia del tempo ma, sistematicamente, approfondisce ciò che riporta rifacendosi agli autori antichi.

Accanto al lavoro storico-descrittivo del territorio, l’autore compila una terza parte dell’opera nella quale accanto all’osservazione del costume e delle tradizioni locali segue una riflessione che, non arditamente, ha i caratteri dello studio etno-antropologico. Egli, difatti, attira l’attenzione del lettore anche sulle “superstizioni” cercando di dare, con occhio scientifico e con un velo di critica verso il carattere inquisitorio della Chiesa, una spiegazione logica e pratica dei fenomeni come le cosiddette “mutate” e, persino, fantasmi che l’immaginario e la credulità collettiva affermava essere presenti nelle paludi della sua nostalgicamente amata Nardò o di altri centri importanti del Salento.

Antonio De Ferrariis, dunque, nel trattare l’argomento dimostra palesemente che l’accostamento allo studio delle credenze popolari, e quindi dell’ambiente sociale, non può prescindere dalla “scientificità” del ragionamento razionale e, perciò, i capisaldi delle superstizioni o delle credenze derivanti non possono risolversi in un ambito di cultura popolare – plasmato dai dettami della Chiesa – ma con la rigorosità intellettuale che proviene principalmente dalla cultura profusa dagli studi severi.

(segue)

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