Antropologia culturale, Storia

Il perché di certi modi di dire: “fumare come un turco”

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Eugène Delacroix, “Turco che fuma su un divano”, olio su tela (1825, Louvre)

I musulmani, nel corso della loro vita, sono molto attenti a mantenere sano il proprio corpo perché, nel rispetto della legge coranica, esso è di dio e all’uomo n’è concesso solo l’uso. Nell’Islam, pertanto, è considerato peccaminoso il consumo di tutto ciò che può intossicare o pregiudicare il corretto funzionamento dell’organismo. Nell’osservanza di tale precetto trova quindi spiegazione il divieto di mangiare carni ritenute “impure” – come quelle di maiale – oppure bere alcool e, per analogia, è sconsigliato fumare tabacco.

Nella lingua italiana è particolarmente diffusa l’espressione “fuma” o “beve come un turco” per denotare un accanito fumatore-bevitore. Curiosamente l’eccesso di consumo del tabacco e dell’alcool è riferito proprio alla Turchia la cui popolazione professa per il 99,8% l’Islam e perciò dovrebbe, considerando l’ortodossia della società islamica, osservare in larga misura il comandamento coranico. L’uso comune dell’accezione “turco”, specialmente nei dialetti, per indicare una persona che pone in essere un’azione moralmente e socialmente dequalificante non è, in questo caso, la spiegazione del modo di dire perché la Storia documenta eventi capaci di chiarire obiettivamente l’origine.

Nel 1623 l’Impero Ottomano versava nel più assoluto disordine a causa dell’inettitudine, dovuta anche a problemi psichici, del sultano Mustafa I. Questa situazione, al limite dell’anarchia, aveva contribuito al dilagare della corruzione, allo sbandamento dell’esercito, alla licenziosità dei costumi e alla piena indipendenza di alcune regioni che non riconoscevano più l’autorità dello Stato. In quello stesso anno, con l’aiuto di una cospirazione di palazzo, Mustafa fu deposto e salì al trono il suo giovanissimo nipote Murad IV. Questi era convinto che lo stato di decadenza dell’Impero fosse una punizione divina dovuta al lassismo morale in cui versava l’intera popolazione e, per tale motivo, promosse una politica tradizionalista e molto oppressiva. Per riuscire nel suo intento di ripristinare l’ordine e di riportare l’Impero al suo antico splendore, Murad fece largo uso della forza ricorrendo anche a frequenti atti di vera e propria brutalità tanto da fargli valere l’epiteto di “crudele”. La pena capitale fu applicata indistintamente sia per i reati commessi contro la legge dello Stato e sia verso tutti coloro che non si fossero conformati ad una moralità consona alla legge islamica. Alcolici, tabacco e caffè furono banditi, poiché il consumo dava occasione di generare comportamenti depravati, mentre i locali, nei quali erano somministrate simili sostanze, furono obbligati alla chiusura perché considerati luoghi di chiacchiere sediziose capaci di far insorgere focolai di ribellione. Ovviamente, chiunque avesse infranto il divieto sarebbe stato condannato o a morte per decapitazione o alla mutilazione del naso.

Le dure leggi imposte dal sultano permisero all’Impero di ritornare al suo antico prestigio ma ciò a fronte di migliaia di esecuzioni e della trasformazione dello Stato in una vera e propria dittatura asfissiante. All’età di ventisette anni (1640), Murad IV venne a mancare a causa di una cirrosi e la sua morte fu dal popolo ritenuta una vera e propria liberazione. Alla notizia della sua morte, la reazione degli ottomani fu immediata e gioiosa tanto che, prima di ogni cosa, infransero qualunque divieto imposto dal sultano e, in particolare, quello di fumare e di bere che ripresero eccedendo oltre ogni limite.

Da questo episodio di “eccesso” nasce, dunque, il detto “fumare” o “bere come un turco” a significare una persona che tanto eccede nel fumo e nell’alcool così come tanto eccedettero gli ottomani in quei giorni di festa.

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