Personaggi, Racconti

Dante

di Giorgio D’Aurelio

Dante

Firenze, anno 1293

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia quand’ella altrui saluta,

Ch’ogne lingua deven tremando muta,

E li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va sentendosi laudare,

Benignamente d’umiltà vestuta;

E par che sia una cosa venuta

Da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

Che dà per li occhi una dolcezza al core,

Che ‘ntender no la può chi no la prova:

E par che da le sue labbia si mova

Uno spirito soave pien d’amore,

Che va dicendo a l’anima: Sospira

Così, un pomeriggio, Dante andava verseggiando sotto uno dei tanti porticati di Firenze, vicino all’Arno, leggendo ad alta voce e collaudando il suono della sua ultima poesia, compiaciuto di averla finalmente conclusa. -Bah…- si disse appena finita la lettura -Speriamo che le piaccia.–Dante? Dante!- disse una voce di donna -Beatrice!- esclamò il poeta, dopo aver individuato da dove proveniva la voce. Beatrice era seduta su una panca di pietra in un piccolo spiazzo, poco lontano da dove era Dante. -L’è pronta?- chiese la donna -L’è pronta.- rispose Dante compiaciuto; -Tutta?- chiese ancora Beatrice per essere sicura -Tutta! Tutta tutta! L’è finita.- disse il poeta, orgoglioso. -E di un po’, come l’è venuta? Eh? Come l’è venuta?- domandò curiosa la donna -Beh, oddio, l’è bella direi. He he he!- rispose Dante -Bene, sentiamo.- disse Beatrice mentre Dante si sedeva sulla panca, accanto a lei. -Vo? Io vo.- disse il poeta -Sì, vai.- Dante cominciò a leggere dopo aver assunto un’espressione quasi attoriale: -“Tanto gentile e tanto onesta pare”…- -Alt!- interruppe bruscamente Beatrice. –“Pare”?- chiese la donna –“Pare”.- confermò Dante -E scusa, perché “Pare”?- -“Pare”. Pare: voce del verbo sembrare.- disse Dante, che continuò: -Uno…uno che ti vede per la strada dice: “Toh! Guarda, ella mi pare onesta”. He he!- -E no, io vorrei puntualizzare che io ‘un paio onesta; io sono onesta.- disse un poco stizzita la donna -E io lo so, Beatrice, lo so lo so, pure troppo sei onesta, però quello che ti vede per la via ‘un ti ‘onosce mi’a, lasciamogli questo minimo dubbio.- rispose il poeta. -No no no no no no no!- disse Beatrice, muovendo un indice in senso di dissenso -Questo pare la mamma ‘un lo lascerebbe passare senz’altro.- concluse la donna. -Ah già, la tu mamma. Ma la mamma è sempre la mamma; la di mamma c’è ne una sola.

E allora che si fa?- chiese Dante -E allora: “tanto gentile e tanto onesta gli’è”.- rispose Beatrice con sicurezza -Ah,la devo ‘orreggere?- chiese il poeta, mentre con una mano già cercava la sua penna -Sì, sì, proprio così.- disse la donna -Allora: “tanto gentile e tanto onesta gli’è.”- disse Dante guardando Beatrice in cerca di conferma, la quale fece cenno di sì col capo. -Mah, “gli’è”…- si ripeteva Dante mentre correggeva con la penna; poi continuò: -“La donna mia…”eh, ma aspetta, dopo “gli’è” mi si sgranan tutte le rime che vengon dopo eh.- -Come sarebbe?- chiese preoccupata Beatrice -E beh, dopo “onesta gli’è” quando vado a…- -Dante, tu e le tu rime! La mi mamma dice che le rime sono ‘ose vecchie! E poi pensa un po’a poeti moderni! Non so, guarda il Baglioni, ha mai fatto una rima? Eppure vende!- interruppe Beatrice -Vende?- chiese Dante con interesse -Sì sì! Vende vende!- rispose la donna -Ah vende il Baglioni eh? Vabbè vedremo, vedremo poi strada facendo.- disse Dante, tornando a leggere la sua poesia -Allora “tanto gentile e tanto onesta gli’è la donna mia quand’ella”…- -“La donna mia”? No caro, no no no no no! Io ‘un sono stata né tua né di nessuno! E questo la mi mamma proprio ‘un lo sopporterebbe!- intervenì bruscamente Beatrice -No, oh bimba, fa parlà l’Aligheri eh però; secondo l’esteti’a, è vero, del dolce stil novo, “mia”; una donna deve essere mia, una donna deve essere d’un omo. Non c’è mi’a bisogno che si facciano fra di loro quelle ‘osacce lì che la tu mamma ‘un vuole. Che poi la tu mamma mi sta per cominciare a rompere le scatole! E…- disse Dante, cominciando ad agitarsi -E smettila di parlar male della mi mamma per favore!- gridò Beatrice arrabbiata -No no no no, io alla tu mamma le voglio bene! Per carità! Le voglio bene!- disse il poeta, dopo essersi alzato dalla panca, cercando di calmarsi. -E le voglio bene in senso pulito eh? Onesto, per carità.- puntualizzò Dante -Allora invece de “la donna mia” mettiamo…per fare un piacere alla tu mamma…“la donzelletta”, via!- -Carino! Questo sì che è moderno!- esclamò Beatrice, contenta della correzione -Sì, moderno, l’è marchigiano, ‘un è moderno; “la donzelletta vien dalla ‘ampagna…”, fo per dire.- -E poi? E poi come va avanti?- chiese la fanciulla -Poi va avanti…“La donzelletta quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven”…- -Che ogni…! Che ogni…lingua? Ma dico scherziamo?- disse Beatrice molto alterata -“Che ogne lingue devien”…ma come ma dico che hai ‘apito?- disse Dante, scocciato per l’ennesima interruzione -Fammi finire il verso no? Te e la tu mamma se ‘un mi fate finì il verso e ‘un sentite ‘ome sona “Che ogne lingua deven tremando muta”- cominciò a ripetere immerso nella sua ispirazione-“Tremando muta”, la senti? “Tremando muta” l’è muta.- -Boh, sarà anche.- disse la donna, poco convinta mentre lui continuava -“Che ogne lingua deven tremando muta e gli occhi non l’ardiscon di guardare”, “di guardar”, “di guarder”, e no e adesso non va bene! Qui mi ‘asca l’asino, vedi?- disse Dante irritato, rimettendosi a sedere -Ma perché?- domandò Beatrice esasperata -E perché se io dico: “e tanto onesta gli’è” poi dovrei mettere “e gli occhi non l’ardiscon di guardé”- spiegò il poeta -Eh! “Di guardé”! E’ bellissimo!- esclamò la donna -Ah è bellissimo?- -Sì! “Guardé” è così…moderno! E poi su via Dante, ‘un sei te che inventi l’italiano? Allora inventalo un po’come ti pare, non ti pare?- -Non mi pare ma m’acconcio, via!- rispose Dante, mentre riprendeva a leggere -Allora facciamo “e gli occhi non l’ardiscon di guardé, ella si va sentendosi…” ecco, e qui mi ri‘asca l’asino, altra licenza poetia.- -E perché?- chiese la fanciulla -“Ella si va sentendosi laudar…lauder…laudé.” Eh per forza; “guardé”, “laudé”, “sentendosi laudé, benignamente d’umiltà vestuta”…-  -No scusa, “vestuta”? Casomai “vestita”.- disse Beatrice -No! “Vestuta”! Eh, “vestuta”, tu fatti servire sempre dall’Alighieri tuo! Il dolce stil novo l’è il dolce stil novo! Se devo far la rima e prima ho detto che quella famosa famigerata lingua l’era “muta”, tu devi essere “vestuta” per far la rima!- disse il poeta innervosito -Ah sì? Secondo te io con un capino così, sarei “vestuta”?- disse la donna, facendo ben notare l’abito a Dante -S’ha vestuta.- rispose secco il poeta -Questo abito me l’ha fatto fare la mi mamma dal miglior sarto di Ponte Vecchio, con stoffe francesi di prima qualità, un modellino esclusivo firmato, che quando m’ha visto quella smorfiosa della Bianca Donati è diventata ancora più bianca dalla rabbia, ed io se’ondo te sarei “vestuta”?- -Ma io a far bene ai somari ti darei i ‘alci in faccia! Io volevo mettere “spogliuta” e per un rispetto alla tu mamma ho messo “vestuta”!- rispose Dante arrabbiato -Non mi interessa niente! O “vestita” o me ne vado subito!- minacciò la donna -No no! Non te ne andare Bice! Bice! Non te ne andare! E che ci vol niente? La ‘orreggiamo. Ecco: “benignamente d’umiltà vestita”, licenza poetia; “che par che sia una”… e qui mi riasca l’asino, “cosa…venita”, altra licenza poetia; qui a forza di licenze va a finire che me la ritirano questa licenza a me! Allora: “venita di cielo in terra a miracol”…e qui mi riasca l’asino. Eh beh, “onesta gli’è”, “a guardé”, “a miracol mostré”.- concluse il poeta. -“Mostré”?- domandò innervosita Beatrice -“Mostré”.- fu la risposta -Ah sì eh? Ma mostro sarai tu, paroliere da strapazzo! Ha ragione la mi mamma quando dice che io sto qui gratis, a farti da musa ispiratrice, quando tu sei un un…pagliaccio!- -Mmmmh!- mugulò Dante cercando di mantenere la calma e, alzando gli occhi al cielo disse –Boccaccia mia, statti zitta!- -Non mi piace!- sbottò Beatrice. Dante si girò a guardarla con un espressione tra lo stupito e l’incredulo, sperando che la donna non dicesse sul serio -Rifalla tutta.- disse poi con dolcezza la fanciulla, dopo essersi resa conto della gravità di quello che aveva detto -Tutta?- chiese lui, spaurito -Sì, tutta.- -Ma ‘ome Bice? Ma l’è tanto ‘arina, io ti ‘ambio quel verso lì; m’è venuto in mente un verso che mi gira per il ‘apo da tanto tempo. Te lo di‘o? Un verso un po’astratto.- disse Dante, tentando di salvare la sua poesia. -Un po’ astratto? E come fa?- chiese la donna, non molto convinta -“Pape Satàn, pape Satàn aleppe”. L’è ‘arino eh?- -“Pape Satàn, pape Satàn aleppe”.- ripetè tra sé Beatrice, quasi per convincersi, mentre Dante stava già scrivendo il verso. -Aspetta, c’è un “leppe” in più. “Pape Satàn, pape Satàn alé”. Alé! Alé Fiorentina! Alé viola! Ah ah!- disse il poeta, contento di aver salvato la situazione -“Alé”! Oh questo sì che mi garba! È bellissima! È veramente moderna! Ma sai Dante che ti di‘o? Che tu sei il più volgare dei volgari!- disse entusiasta Beatrice -Oh! ‘ome ti permetti! Ah volgare nell’artro senso, quel volgare! Eh eh! Allora Bice, la rileggo? Te la rileggo tutta? Che dici?- -Rileggiamola, sì!- rispose entusiasta la donna. Dante allora cominciò a leggere:

Tanto gentile e tanto onesta gli’è

La donzelletta quando va in salita,

Ch’ogne lingua gli viene la pepita

E gli occhi non l’ardiscon di guardè

Ella si va con ciò sia cosa acchè

Giù giù tre tre la mamma l’ha vestita,

Pape Satàn, pape Satàn alé.

Appena ebbe finito di leggere il poeta rimase quasi incredulo al solo pensiero che lui avesse potuto scrivere una poesia del genere, così si rivolse a fissare Beatrice e, cercando di spezzare quel silenzio di imbarazzo ed esitazione che si era creato fra loro le chiese: -Com’è?- -Fa veramente schifo!- fu la risposta -Ah, fa schifo?- -Sì fa schifo schifo schifo schifo!- rispose arrabbiata la donna -Ah sì? Allora vattene all’Inferno tu, la tu mamma, Baglioni, l’Arno, i versi….!- cominciò a urlare Dante, alzandosi di scatto da dove era a sedere -Lascia stare la mi mamma che andrà senz’artro in Paradiso, piuttosto all’Inferno vacci tu!- ribatté Beatrice, ancora più arrabbiata-Ah sì? Allora andiamocene tutti al Purgatorio così facciamo Inferno, Purgatorio e Paradiso? M’è venuta un’idea!- disse Dante, bloccandosi improvvisamente. Preso da un’ondata irrefrenabile di ispirazione il poeta cominciò a verseggiare ad alta voce, mentre a grandi passi si allontanava, piantando in asso Beatrice:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita …

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