Cultura salentina, Scrivere il Salento

Non solo taranta! Riflessioni sul Salento di una volta

Pasquale Urso: Colori e sapori (olio su tela)
Pasquale Urso: Colori e sapori (olio su tela)

Checché se ne dica, la civiltà contadina del Salento è tramontata per sempre. E non c’è niente da fare! Anche a voler forzare la realtà, insistendo su certi tratti estremi del folklore di Terra d’Otranto – ormai ridotto a taranta e pizzicate – la quotidiana genuinità della vita dei nostri nonni sembra inesorabilmente essere andata a farsi benedire. Nel giro di pochi anni sono cambiate le coordinate esistenziali: il troppo è divenuto nulla, il superfluo indispensabile, l’assoluto relativo.

Lu sule, lu mare, lu ientu, come recita uno slogan assai logorato nell’ultimo decennio, quelli sì che sono rimasti gli stessi. Sono cambiate le persone, gli uomini e le donne che sotto quel sole si cuocevano per garantirsi un minimo di raccolto, giusto per tirare a campare; sono cambiati gli avventurieri che, notte dopo notte, mettevano a repentaglio la propria vita in mare per poter pescare una misera cassa di pesce; sono cambiate le mani che scuotevano al vento il grano sulle aie, perché la dolce forza della natura separasse il frumento dalla pula. Per farla breve, quel motto che oggi è un orpello alla maglietta un tempo era questione di pelle, di vita vissuta.

Jean-François Millet: Angelus
Jean-François Millet: Angelus

I nostri padri erano più intelligenti di noi… di sicuro avevano guadagnato più ampie vedute rispetto alle nostre. Riuscivano a maturare una sana e disincantata visione della realtà, che mai sfociava in cinismo, camminando con i piedi per terra eppure con lo sguardo all’insù.

E noi – poveri illusi – che riponiamo dietro alla scienza e alla tecnologia ogni nostra speranza di riscatto umano, sociale ed economico! Loro, chissà com’è, riuscivano a portare avanti la baracca senza troppe chiacchiere, magari con quindici bocche da sfamare, mezzo orticello e una capretta.

E proprio questa, la povertà più estrema, forse era la loro ricchezza. Si svegliavano al mattino baciando la terra, ringraziando il buon Dio che aveva donato loro un altro giorno, nuova fatica, nuove emozioni, nuova vita. E tutto sembrava un dono, un magnifico regalo, che pure era costato il sudore della fronte.
Per questo ogni momento della giornata era cadenzato dal dolce ricordo di Gesù Cristo, quel Dio fatto uomo che infondeva loro la speranza di un giorno migliore, già quaggiù e poi nell’eternità; dall’amabile ricorso alla Vergine Santa, madre premurosa che sapeva ottenere il meglio per i suoi devoti figli; dalla compagnia dei Santi, i fratelli maggiori nella fede, testimonianza a portata d’uomo di un dono di grazia soprannaturale che è possibile conquistare semplicemente vivendo.

Queste impressioni si sono addensate nella mia mente durante la stesura del Laudario dei semplici, il volume di quasi 400 pagine di recente pubblicazione (Edizioni Universitarie Romane, Roma 2008), in cui ho voluto raccogliere i più interessanti tra i componimenti popolari religiosi in dialetto salentino. Uno sforzo non indifferente, costato anni e anni di ricerca appassionata, soprattutto di ascolto, che mi ha proiettato in un mondo altro, non ancora contaminato, tantomeno ideologizzato.

La pizzica salentina in una vecchia stampa
La pizzica salentina in una vecchia stampa

La straordinaria avventura di chi per secoli ci ha preceduto rammenta a ciascuno di noi oggi quanto sia fondamentale investire sull’essere piuttosto che sull’avere e come sia indice di saggezza il non affannarsi per il domani, confidando sempre nella Provvidenza oltre che nel lavoro delle proprie braccia.

Giacché, come insegna il Maestro, a chi cerca il Regno dei Cieli e la giustizia di Dio tutto sarà dato in abbondanza (Cf Mt 6, 25-34). Un messaggio di profonda libertà interiore e di autentica serenità che nessun bene materiale, nessuna futile comodità e nessun capriccio umano potranno mai procurare.

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6 pensieri riguardo “Non solo taranta! Riflessioni sul Salento di una volta”

  1. “…come sia indice di saggezza il non affannarsi per il domani, confidando sempre nella Provvidenza oltre che nel lavoro delle proprie braccia”.
    Dovrei leggere questa frase ogni mattina quando appena sveglio mi sento già preoccupato e ansioso per quello che dovrò fare senza considerare che il nuovo giorno è un dono e come tale dovrei essere, invece, felice.
    Grazie Ciccio

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  2. Caro Francesco,
    Quello che hai scritto sui nostri “ti nna fiata” mi ha sinceramente commosso. Come non condivedere per intero il tuo “pezzo”? Un “matusa” che ha vissuto quei tempi, quelle ristrettezze, quella dignitosa povertà, quella ricchezza interiore, quella saggezza propria dei nostri contadini ma anche dei nostri “artieri”, non può non inorgoglirsi nel constatare che i giovani come Te non dimenticano e tramandano. Un personale e particolare GRAZIE! E un forte abbraccio.
    Fernando

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  3. Non sono salentina… ma mi sono trasferita in questa regione sperando trovare finalmente ciò che mi é sempre mancato in questa vita detta moderna : la semplicità. L’essere. Il tempo.
    Mi ha detto ieri sera una sessantenne salentina con un po’ di rammarico nella voce : “qui é fermo”. E gliel’ho risposto che non sempre il “movimento” rima con progresso. E io, in quanto giovane francese, cerco appunto un’immobilità serena. La ricchezza delle tradizioni. Il profondo di relazioni umane ancorate saldamente e non strappabili a secondo di interessi immediati e fugaci.
    Auguro sinceramente che il Salento non si lasci troppo contaminare dalle false promesse di benessere materiale ipocrita e che serbi la sua forza che risiede nel gustare il tempo e nella fiducia in una natura ancora abbastanza selvaggia che sà dare vera serenità nel vivere qualunque siano i problemi “economici”.
    Spetta ai salentini stessi di non pensare che sono “indietro” ma anzi, che siano orgogliosi di esser ben più avanti di tante altre città “moderne” in cui ho vissuto. Spetta ai salentini di preservare questa forza secolare, di mantenere la loro natura, le loro tradizioni e soprattutto la loro generosità e bontà autentica.

    Stella

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  4. “ormai ridotto a taranta e pizzicate”, hai perfettamente ragione a dire che si tratta di una riduzione, perché tutta la profondità storica e antropologica del tarantismo è ormai sconosciuta anche a quanti organizzano le rassegne estive di musica itinerante. Sicuramente le cose cambiano ma questa non è una ragione sufficiente per inzuccherare di sentimentalismo bucolico una tradizione che affonda le sue radici nel dolore della terra.

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