Antiche cartoline, Antropologia culturale, Cronaca locale, Scrivere il Salento, Tradizioni

In viaggio per devozione

di Maurizio Scarpello

festa
Festa S. Domenica a Scorrano in una foto d’epoca

Allora, era normale alzarsi presto, che d’inverno era avere il tempo sufficiente per fare colazione, lavarsi, farsi mettere il grembiule stirato e andare a scuola, e d’estate quel che bastava per cominciare a giocare quando ancora non faceva quel caldo che faceva passare la voglia, e comunque non ci sarebbe stato permesso. Del resto, cinquanta e più anni fa, non c’era la televisione a farci fare tardi la sera e, anche quando ascoltavamo la radio incantati dall’occhio magico che indicava la sintonia giusta, si andava a letto abbastanza presto da superare le canoniche otto ore di sonno. L’alba, però, no; quella la vedevamo solo in due occasioni. Una, indimenticabile, era a metà agosto, quando tutta la famiglia, allargata dal generoso contributo di forza lavoro e di sgridate delle zie, preparava la salsa di pomodoro che avrebbe regalato il colore dell’estate persino ai giorni invernali più grigi. L’altra, che annunciava per così dire calori e giochi estivi, era Santa Domenica, coll’eccitante “sacrificio” del viaggio a piedi fino a Scorrano, la messa, i suoni e i colori mattutini della festa. Io non so ben dire neanche oggi quale fosse il motivo della “devozione” di mia madre a quella Santa che non era neanche del mio paese, ma so che quel rituale circonfuso da un’attesa che cominciava la sera prima era gradito da noi tre, appena ragazzini. Le prime luci del giorno, la frescura ancora umida dalla notte che non sentivamo in tre e più mesi di caldo, persino i rimproveri e gli strattoni della mamma per farci marciare sul margine della strada ché, per quanto il traffico fosse incomparabile con quello odierno, era pur sempre un’impresa impedire che la nostra esuberanza si traducesse in pericolosi spintoni, in scherzi maneschi che si sarebbero facilmente tradotti in piccole risse col loro corredo di colletti sgualciti e bottoni strappati, quando non in una rovinosa caduta. Quindi quei tre chilometri non correvano, e soprattutto non correvano lisci perché la minaccia di qualche castigo era matematica almeno quanto le nostre intemperanze dimentiche ormai delle promesse della sera. Ma chi si può scordare quei profumi di erba e di invisibili fioriture che ci accompagnavano durante tutto il viaggio? E la sensazione di stupore che ci prendeva quando – il sole si era appena affacciato – entravamo nella piazza di Scorrano e la trovavamo già piena di gente, già adorna di addobbi, affollata di bancarelle, come se per loro la notte non fosse appena finita? L’incenso della chiesa, i canti, le preghiere sommesse e qualche, per noi allora inspiegabile, lamento, ci cullavano in una strana bambagia, coltivata dalla stanchezza della levataccia e della straordinaria passeggiata, ma tutto sembrava svanire quando, finalmente, arrivava il momento del dolce, caramella o liquirizia, che in quegli anni cinquanta erano il desiderio spesso proibito degli scolaretti come noi. Solo allora, con i raggi che già iniziavano il loro mestiere quotidiano, si prendeva la via del ritorno, strascicando i piedi e con la speranza, il più delle volte vana, che tra le rare macchine quella d’un conoscente si fermasse a darci un passaggio. Non ci veniva in mente – nei tanti anni che son seguiti me lo sono chiesto – che a Scorrano si potesse andare con meno pericoli e con più piacevolezza di paesaggio da quella che era – ed è – la Policarita, che un ipercorrettismo alla rovescia dell’amministrazione magliese ha chiamato recentemente Porgherite. Forse perché quello (oggi un luogo di espansione edilizia e di asfalto) era per noi “la campagna”, il regno di prati verdi in primavera, piegati al sole in estate, talvolta bianchi di neve per la gioia di ragazzi e grandicelli, alla stagione. Chi vi abitava ne aveva un motivo: rari e ben curati giardini con casa in pietra leccese e il filare di uva da tavola, come quello del professore, frequentato nella calura pomeridiana da qualche liceale che non aveva ben seminato durante l’anno scolastico, o quello ricco di fichi d’india e profumato ereditato da più generazioni di una nota famiglia, il podere, annunciato dai muggiti e dal sentore di letame, del contadino che ci lasciava ogni mattina il latte dietro la persiana. A nessuno sarebbe venuto in mente, nonostante la maggior sicurezza e la vicinanza alla mia casa, di andare a Scorrano da lì. Quello era il dominio della campagna, il regno di altri sogni e di altre passeggiate dell’epoca della, non solo nostra, innocenza.

di Maurizio Scarpello

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