Saggio, Scrivere il Salento

La santina di Gallipoli

Santina Gallipoli

1. Il suono di un’arpa
Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà la vita eterna”. Ed è proprio così. Prendete, ad esempio, la Santina di Gallipoli, al secolo Lucia Solidoro, e seguite la sua breve vicenda terrena (morì a soli ventitré anni il 18 settembre 1933), valutate ciò che ha seminato sullo Scoglio di Gallipoli, dove nacque il 10 febbraio 1910, da una modesta famiglia di pescatori, ripercorrete la sua via di digiuni, gigli e preghiere, mortificazioni e sangue, estasi e sofferenze, dedizione totale a Cristo e ai poveri, ai malati, agli ultimi reietti della terra e capirete d’un tratto, come è successo a me, che tutte le cose che ci sembrano importanti cesseranno di esserlo all’istante e non avranno alcun valore domani, mentre lei, la “Santina di Gallipoli”, resterà, come tante altre anime elette che hanno elevato l’uomo a dignità celeste. Perché il genere umano avrà sempre maggiore bisogno di spiritualità e di poesia, della Tempesta di Shakespaeare, della Commedia di Dante, di Giovanni Della Croce, di Francesco d’Assisi, di Don Tonino Bello. Avremo sempre maggiore bisogno di ripercorrere l’itinerario della mistica medioevale, quello di Lucia, per essere rigenerati Quando penso a lei mi sembra di sentire il suono di un’arpa, come accadde ad Agata Bianco, che ne dà testimonianza in una lettera autografa, subito dopo la morte della “Santina”, avvenuta il 18 settembre 1933. Mentre di notte stava preparando una corona di fiori per il feretro della “Santina”, Agata avvertì intorno a sé come un volo di uccelli e un suono d’arpa. Dapprima si spaventò, poi capì che quel suono misterioso era l’anima della “Santina”.
C’è qualcosa di magico e di eterno che le corde dell’arpa liberano entro melodie, qualcosa che stimola la fantasia e visioni pastorali. Forse il suo è un messaggio più grande di ciò che sembra: noi umani non sappiamo ancora chi siamo, ma siamo programmati per seguire certi suoni che ci porteranno a capire meglio chi siamo. L’arpa sembra essere uno di questi suoni”. E Lucia era un’arpa, un arco teso, con corde libere che sono offerte al vento, alle vibrazioni dell’universo, una sorgente di meditazioni e di eterei suoni, uno strumento lirico e delicato, raffinato e femminile, eppure capace di grande passione e forza, un’arpa che ha suonato, danzato e cantato per tutta la sua breve stagione per il Suo Sposo e Signore Gesù Cristo, a cui dedicò la propria verginità, nonostante fosse laica.

2. Il dramma della Santina
L’anima sua era una straordinaria orchestra, che componeva musiche dolcissime e delicate, per film interiori o per piece teatrali invisibili, era una musica – atmosfera, un giardino celestiale che suonava cantava e danzava per i vicoli e le corti di Gallipoli, spargendo profumi, come fanno i santi. Solo che è dato a pochi riconoscere, in vita, i santi. Per la maggior parte di noi queste anime elette passano ignorate sulla terra. Ma non così per i demoni, che sanno benissimo riconoscerle e ciò capitò anche per Lucia, che destò la gelosia, l’invidia e il furore del diavolo che l’assediò e la tormentò in mille modi. E di questi strazi, tormenti, angosce senza fine sono fatte alcune lettere-confessioni autografe che Lucia scrisse al suo padre confessore e che mi sono servite per scrivere il mio dramma, “La Santina di Gallipoli”, che rievoca gli ultimi momenti della sua esistenza. C’era in lei quella fiamma e quella luce iniziale della creazione, quell’ardore inesplicabile di un’anima tesa come una corda d’arpa ad una suprema idealità, che cerca e trova sempre negligenze e difetti nel suo operare, attingendo al pozzo profondissimo dell’umiltà e cerca e trova supplementari doveri, prevede improbabili pigrizie, manchevolezze e tentazioni. Per lei la vita si condensò in tre parole: Cielo, Calvario e Inferno. E spesso il diavolo si manifestò in casa sua, privandola del sonno, tentandola e tormentandola con i fenomeni più strani. Negli ultimi mesi della sua breve esistenza riusciva a dormire si e no due ore per notte, turbate dagli occulti attacchi dell’inferno o dai dolori lancinanti del suo male terminale (la tisi), che ritenne essere un “privilegio” del Signore. “Padre, Gesù mi ha accontentata“, scrisse al suo padre spirituale quando ebbe il primo sbocco di sangue. Non venne mai meno il suo incredibile coraggio in una vita di perpetua crocifissione e l’assoluto desiderio di un totale amplesso mistico con Cristo, ma il tutto fu sempre ricoperto dal velo del silenzio.

Santina Gallipoli 2

3. Grazie ricevute e miracoli
Dopo morta, la Santina di Gallipoli fece molte grazie e miracoli, ma oggi sembra non ricordala più nessuno, tranne poche sopravvissute vecchie ormai centenarie che ne parlano come di una ragazza dolce, sorridente e povera, con una bella voce e un ardente zelo religioso, che visse in seno alla sua famiglia di onesti pescatori, in una casetta di tufi e calce che volge le spalle alla Chiesa di San Francesco d’Assisi, dove andava a pregare. Dicono che visitava gli infermi e ogni venerdì, lei malnutrita e tisica, faceva il digiuno assoluto e portava il suo cibo ai poveri, ai bisognosi, ai malati. E pregava con l’immobilità che ti trasporta e ti fa volare, con quell’immobilità del corpo che è slancio interiore, di tutta sé stessa, tesa verso qualcosa che sentiva dentro di sé e allo stesso tempo fuori di sé, qualcosa che doveva conquistare, raggiungere facendo un tuffo interiore, spiccando un volo dell’anima, a prezzo anche di sofferenze inenarrabili. Il suo passaggio nel cuore della Gallipoli storica, lo “Scoglio”, è stato in apparenza come quello di una delle tante “sante” donne del sud, fatto di umili sacrifici, privazioni e duro lavoro, eppure Lucia ha lasciato su questa terra tracce significative, messaggi straordinari, essenziali per la nostra salvezza. Nessun acido corrosivo intaccò la sua immensa fede, mai cedette alle tentazioni, mai cedette, mai vacillò un istante di fronte alla ineluttabilità della malattia mortale. Anzi, ebbe fino all’ultimo respiro la certezza che avrebbe raggiunto Cristo, il suo Sposo Divino. Morì in santità e subito dopo la sua morte ci furono suoni d’arpa, voli d’uccelli e odore di gelsomino nell’aria, nonché innumerevoli testimonianze scritte che attestano di sue miracolose apparizioni, guarigioni, grazie ricevute. Insomma si fece un gran parlare di Lucia Solidoro a quel tempo, tant’è che si istituì un Comitato per la sua canonizzazione. Si raccolsero dei fondi, venne interessato anche il Vescovo dell’epoca, Mons. Muller, ma poi tutto cadde nel dimenticatoio, nonostante fossero molte le persone che giuravano sul fatto che Lucia Solidoro fosse una santa. “Vi posso testimoniare – dice un’anziana carmelitana del Monastero di Santa Teresa – che era un’anima eletta, una santa che ora è sicuramente in paradiso e prega e veglia su Gallipoli ”. E c’è chi dice – con un pizzico di ingenua ignoranza al riguardo – che la Santina dovrebbe essere aggiunta a Sant’Agata e a San Sebastiano, a Santa Cristina, i santi patroni e protettori di Gallipoli perché – afferma – è stata lei a dirottate le bombe che avrebbero dovuto cadere su Gallipoli nell’incursione aerea nel porto di Taranto durante la seconda guerra mondiale. Io non so se un giorno Gallipoli avrà in lei una santa riconosciuta, canonizzata, una santa che è espressione profonda del suo popolo, una santa figlia dell’epica popolare, una santa mistica, che “seguì, nuda, il nudo Cristo”, una santa figlia di umili e coraggiosi pescatori. Molti sono stati i santi canonizzati in questi ultimissimi anni e forse anche Lei avrebbe potuto esserlo, chissà, o forse ci vorranno ancora molte generazioni per ottenere questo riconoscimento. Forse non avverrà mai. Ma tutto ciò non è importante perché Lucia Solidoro – come ha scritto don Giuseppe Leopizzi, – Direttore della ricca Biblioteca della Cattedrale di Gallipoli, teologo e umanista, uomo tra i più intensi e colti della nostra città – “è già santa nell’inconscio collettivo di ciascun gallipolino che l’abbia conosciuta o ne abbia sentito parlare”.

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