Archeologia, Arte, Ceramica, Scoperte, Storia

Quando “Faenza” significava Nardò. La storia e le forme ceramiche neretine attraverso i documenti d’archivio

di Riccardo Viganò

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Fonte battesimale portatile di probabile produzione neretina. (ph. C. Dell’Aquila 1995 – 316 tav LXVII cat. 3)

 

Fino a qualche anno addietro quando si asseriva che Nardò fosse stato un importante centro produttore di pregiata ceramica come la maiolica – “faenze” nel passato – era come se si stesse parlando di un animale mitologico o, ancor più, di un fantasma. Se alcuni ne erano a conoscenza, come potevano esserlo collezionisti ed esperti vari, se interpellati in merito alle fattezze e/o alla tipologia delle ceramiche neretine spesso le  informazioni che si ricevevano non erano mai documentate poiché in gran parte fondate sul “sentito dire”: “Mi hanno detto che…”, “Ho sentito che…”, “Una volta erano sicuramente così perché me lo hanno detto …”.

Qual è, allora, l’origine storica delle faenze prodotte in Nardò? Perché furono ritenute così preziose? Quali furono le tipologie dei manufatti? Sono queste le domande alle quali cercheremo di rispondere qui di seguito.

È plausibile che sul finire del XV secolo gli Acquaviva introdussero a Nardò, della quale erano Duchi e qui infeudati proprio dal 1497, la fabbricazione delle maioliche e si trattò, molto probabilmente, di una produzione che andava a sovrapporsi ad altre preesistenti a livello locale e legate ad una certa tradizione ceramica. Si deve all’umanista oritano Quinto Mario Corrado (1508-1575) la diffusione a stampa della prima notizia inerente alle ceramiche di produzione neretina. L’insigne letterato, difatti, nella sua opera dal titolo De copia latini sermonis (Venezia, 1582), pubblicata postuma, dedicherà a Nardò  un elogio nel quale scriverà:

Nam vasa olim Samnia dicebamus, nunc tenendum nobis est, quibus aliis […] aut Italiae, atque Europa urbibus, praestantissimus eius artificium sit, ut vasa nunc faventina potius dicantur. Proxima faventini hodie Neriti Fiunt, quae urbs est antiqua salentinorum. Hic non dure haut parum Latinae putem, quibi faventinus aut neretinis, aut vasis  coenatum esse dicat.

Come si legge, inoltre, è lo stesso oritano a paragonare le ceramiche prodotte a Nardò con quelle del rinomato centro di Faenza i cui atelier, già da un quarantennio circa, primeggiavano per la bellezza  delle loro maioliche bianche e polite ovvero per quelle ceramiche dallo smalto candido e di forbita bellezza. Ben presto la produzione dei cosiddetti “bianchi di Faenza” si diffuse in Italia e in buona parte d’Europa divenendo sinonimo di un certo tipo di prodotto d’alta qualità. A Nardò, come in altri centri importanti di Terra d’Otranto, il termine “faenzaro” indicherà proprio un operatore figulo specializzato nella creazione di maiolica fine.

Nei fondi d’archivio sono rinvenibili documenti del periodo, redatti in diversi centri della penisola salentina, nei quali si trovano elencati pezzi ceramici di produzione neretina i quali sono, tra l’altro, spesso indicati proprio col termine “faenza”. Si legge, ad esempio, “piatti minestre et lancelle, quattro bocali de pesare, dui sottotasse di Nardòoppureun canestro di piatti grandi ed un catino, uno bocale di Nardò […] sopra la scanzia quattro bocali d’opera di Nardòe ancora ”uno bacile de faenza antico con pittura di una albero et homo di mezzo, un altro di faenza di Nardò e più un altro reale con l’arme [stemma]”. Questi ed altri documenti testimoniano la grande diffusione del manufatto neretino in ambito salentino ed è proprio ciò che lo rese concorrenziale col prodotto ceramico di Laterza ossia con quello del centro manifatturiero più grande e famoso di Puglia. Inoltre, gli stessi documenti sono utili non solo a rintracciare le fattezze delle ceramiche – in gran parte piatti – ma anche il decoro il quale, da uno studio attento, può farsi rientrare in quello che lo studioso faentino Gaetano Ballardini (1878-1953) definì “Compendiario”.

In un documento neretino della prima metà del XVIII secolo, invece, è elencata non solo una grandissima quantità di oggetti in ceramica e il loro uso ma anche la loro diversa provenienza.  Si legge:

[…] due bacili di faenza per lavare le mani,tredici piatti piccoli di faenza, e due altri piattini di faenza più piccoli, una chiccara col suo piattino […].  Un cofano di creta rotto, dentro al quale vi sono ritrovati sei coverchiaturi di tiani di Creta, sette tiani tra grandi, e piccoli di creta, due Scarfalietti, due pignate, ed una boccia di creta di Cotrofiano […] una cassa vecchia senza tampagno, nella quale vi sono ritrovate sette ciarre di faenza, cinque boccali di faenza, ed un altro piccolo, due sottocoppe di faenza, cinque fruttiere di faenza, un lucernaro di faenza, una mezza misura di faenza, due coverchiaturi di faenza. […] due limbe grandi di faenza una ciarra di pignata, sedici piattini della Terza [Laterza], quattro chiccare della Terza, sei vasetti di faenza per il sapone  […], un altro vaso di creta di Taranto, quattro coppe di faenza per il pisto, un vaso di creta necessario stagnato […] venti coverchiaturi di faenza, ed un barattolo, ed due fruttiere di faenza antiche, un boccale di faenza antica, un piattino a barca di faenza. Piatti piccoli di faenza numero due cento venti uno, piatti menzani di faenza, numero quaranta sette, bacili di Faenza trà grandi, piccoli, e mezzani per lavar le mani numero trenta otto, e tre altri bacili ber la barba di faenza, due ciarre di faenza, una boccia e un boccale di faenza, vasi per la conserva di faenza […].

È evidente che l’autore di questo documento, dovendo specificare la diversa provenienza di alcuni manufatti, per indicare quelli prodotti in area neretina usa semplicemente il termine “faenza” come se desse per scontato che esso fosse sinonimo di “ prodotto a Nardò”.
Questo binomio durò sino alla metà dell’800 ovvero sin quando la modernità non ebbe la meglio sulla tradizione manifatturiera. L’impiego di una tecnologia avanzata, difatti, sancì l’abbandono del tornio per l’adozione dello stampo e ciò permise la produzione in serie – non sempre locale – di  porcellane e terraglie. In questo modo, attraverso l’abbattimento dei costi, il prodotto non fu più esclusivamente rivolto a una classe benestante ma divenne accessibile anche ad una fascia di mercato più bassa. Il calo della qualità e il progressivo dislocamento dei centri di produzione al di là del Salento segnarono la decadenza della ceramica prodotta a Nardò. I famosi descrittori salentini dell’Ottocento, con l’intento di descrivere le realtà territoriali in modo “esplorativo”, a proposito di Nardò non esitarono difatti a scrivere che  ”appena v’è qualche figulo che modella sul tornio delle stoviglie grossolane che ricava con l’argilla” ovvero ne testimoniarono palesemente la decadenza di un’arte antica che tanto lustro aveva dato al Salento.

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Altre letture sull’argomento:

– A. Dell’Aquila – C. Dell’Aquila, Il compendiario in Puglia, sta in «La Maiolica Italiana di Stile Compendiario “I Bianchi”» Torino 2010, II.

– P. Gull, Bianchi e compendiario allo spartiacque tra due rivoluzioni, sta in «La Maiolica Italiana di Stile Compendiario “I Bianchi”» Torino 2010, II.

– M. Salvatore  – R. Viganò, Primi dati sulla ceramica di Nardò, sta in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 11(2008).

– R. Viganò, Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo, Ed. Esperidi, Lecce 2013.

– R. Viganò, Le ceramiche dal palazzo Marchesale di Galatone, sta in «Il palazzo marchesale di Galatone», a cura di Resta G., (2003).

– R. Viganò, Le ceramiche post medievali dalla chiesa di S Giorgio in Racale, sta in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 8-9(2004).

– R. Viganò, Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo, sta in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 12(2010).

– R. Viganò, Nardò e la sua importanza nelle produzioni di maiolica, sta in «Cultura Salentina» Rivista telematica di pensiero e cultura meridionale, 04/02/2014

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