Architettura, Arte, Pittura, Recensioni

Fasti e linguaggi sacri di Francesco Danieli

Le opere d’arte raccontano il Salento della Controriforma

 di Letizia Annamaria Dabramo

Francesco Danilei, Fasti e linguaggi sacriPer difendere il presente e costruire il futuro bisogna conoscere cosa ci ha preceduto: conquiste, dominazioni, migrazioni. Sapere significa sviluppare un antidoto contro l’oblio, la decadenza morale e l’abbandono dei beni artistici e architettonici.

Parte da questo assunto il libro “Fasti e linguaggi sacri.

Il Barocco leccese tra Riforma e Controriforma”, Grifo, Lecce 2014, di Francesco Danieli, e si assume questa greve responsabilità, inerpicandosi per il sentiero non semplice della codifica delle opere d’arte. Il risultato non si limita a un (seppur dettagliato) excursus storico: questo libro, consigliabile tanto ai cultori della materia quanto ai neofiti, attraversa e accarezza le epoche, pizzicandole come corde di un’arpa. Uno strumento dal suono dolce accompagna idealmente un viaggio temporale e spaziale, che si tuffa nella solenne iconografia bizantina, per emergere nell’abbondanza barocca e arrivare sino ai giorni nostri.

L’analisi che il libro intraprende non è astratta dal suo contesto storico e sociale, ma gravita in esso naturalmente, completamente immersa in un periodo di grandi cambiamenti, in cui le decisioni erano tese a imporre la supremazia della Chiesa cattolica sulla dilagante Riforma luterana. L’aspetto artistico non solo non può dirsi immune a questa regola, ma va a identificarsi come uno degli elementi cardine per la captatio benevolentiae dei fedeli, ricorrendo alla sensazione di meraviglia, intesa come diretta emanazione della volontà divina. Sono due i livelli complementari di comprensione di un’immagine: la sua descrizione (puramente quantitativa) che obbedisce alle regole dell’iconografia, e l’aspetto iconologico, in cui confluiscono pregresse conoscenze religiose e complesse interpretazioni alla luce delle scienze umane, ma che limitano rigorosamente divagazioni fantasiose.

Si potrebbe definire il casus belli della Controriforma artistica la pubblicazione di Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, un volume del 1577 redatto dall’arcivescovo Carlo Borromeo, che richiamava al rispetto del decoro, dell’ordine e a una naturale esaltazione del bello. Risultato di questa attenta operazione di (ri)educazione dei fedeli fu l’edificazione di opere maestose, che rimandavano alla teatralità e a un costante senso di dinamismo, di movimento verso il divino. È necessario, perciò, considerare come i dettami artistici post-tridentini divennero non solo uno spunto per ribadire la supremazia del cattolicesimo sulla “defezione” luterana, ma anche un potente strumento di rinnovamento in seno alla Chiesa stessa. Questo libro cattura con le immagini – litografie, cartoline e poi polaroid – dalla terra del (ri)morso, affascina con le ricercatezze stilistiche e seduce con la narrazione. La storia si arricchisce di rosoni, affreschi, altari minuziosamente decorati, e si snoda tra un Oriente arcano e i paesini dell’Italia meridionale disidratati, sdraiati al sole. Quella salentina è una cultura fortemente legata all’immagine, alla riproduzione dell’effige e al suo culto.

E lo si evince da tradizioni, aneddoti popolari e riti sacri tra loro inestricabili, che manifestano la chiara volontà (quasi un bisogno) di rappresentazione: dalle processioni della Settimana Santa, veri e propri tableaux vivants in bilico tra misticismo e profanità, alla superstizione che rifugge l’utilizzo dello specchio, sia in quanto emblema di vanità sia in quanto strumento fallace che duplica le figure. Ma in un territorio così ricco non possono mancare le immagini puramente artistiche: le rappresentazioni pittoriche e scultoree, manifestazioni di fede ed espressione dell’alternanza dei poteri, nonché cuore pulsante della ricerca di questo volume.

La Terra d’Otranto seppe rappresentare lo zeitgeist post-tridentino, evidenziando un diffuso quanto radicato senso di pentimento nella popolazione, acuito anche dalla massiva presenza di ordini religiosi, appositamente istituiti o “rinverditi”. Tra questi si annoverano cappuccini, carmelitani, gesuiti, promotori di una povertà praticata (e spesso ostentata) e una condotta morale esemplare, come le gerarchie ecclesiastiche auspicavano. La predicazione di queste confraternite, capillarmente diffuse in territorio salentino, svolse il ruolo di “termometro religioso”, in grado di cogliere e delineare una curva di affezione del popolo alla Chiesa, correggendo prontamente eventuali atteggiamenti invisi alle istituzioni ecclesiastiche. In tal modo si rafforzarono quelli che l’autore stesso definisce “anticorpi spirituali”, sapiente mescolanza di sacralità e folklore tale da rendere la Terra d’Otranto indifferente a qualsivoglia seduzione o divagazione religiosa.

L’agiografia, il racconto (a volte mitizzato) delle imprese dei santi, risultò imprescindibile: le figure esemplari venivano così cristallizzate nell’immaginario collettivo, come pie e inscalfibili. In questo processo rientrò anche l’inventio sanctitatis di Sant’Oronzo, affrontata sotto la duplice valenza di invenzione e di ritrovamento, nonché sul recupero di una certa iconografia evangelica con frequenti rimandi alle immagini del mare e del pescatore. Immagini che si riversarono inevitabilmente nella produzione artistica del periodo, e che oggi vengono affrontate nel volume con precisione chirurgica, denotando prima e connotando poi.

Questo è un libro da utilizzare come una leva per aprirsi all’osservazione critica e consapevole, per comprendere l’eccentricità della Controriforma nelle estreme propaggini dell’Italia meridionale, dovuta a una particolare mescolanza di fattori culturali, sociali e geografici, diventando un territorio che, come uno scrigno, conserva entro il suo perimetro meraviglie architettoniche irriproducibili. Molta parte della grandiosità di questi edifici si deve ad architetti come Gian Maria Tarantino e Giuseppe Zimbalo che, lungimiranti a tal punto da comprendere che il sinergico lavoro di squadra fosse l’elemento di successo, seppero attorniarsi di esperti e maestranze.

E oggi, a secoli di distanza, si può vantare la presenza di opere particolarmente meritorie sul piano architettonico e artistico, che veicolano un affatto trascurabile significato allegorico infuso in una facciata, in una tela o in un altare, come diretta volontà dei committenti. È il caso della chiesa di San Domenico a Nardò, che si mostra al visitatore come un intricato lavoro – quasi un ricamo – che parte dalla triplice scelta dei materiali (carparo, pietra leccese e arenaria), per poi intarsiare il decoro di foglie di acanto dei capitelli corinzi e culminare nell’arazzo di pietra composto da undici figure antropomorfe, rappresentanti i peccati capitali e raffigurati in modo da lasciare presagire le orribili pene oltremondane. Ogni singolo elemento -sia visivo che materico- è soppesato per rivestire una valenza ben precisa, introducendo quella che l’autore chiama teologia dei materiali: dall’oro zecchino come trasposizione della grandiosità divina alla pietra locale come affermazione campanilistica, passando per il legno di fico che (come accade nella chiesa del SS. Crocifisso di Galàtone) si profila come sintesi tra una rivendicazione territoriale e una consistente allusione biblica al peccato originale.

Quindi, è come se l’architettura sacra pugliese della Terra d’Otranto assurgesse al ruolo di testimone di un modo di fare, di governare, di vivere che incatena un secolo all’altro, una corrente artistica a quelle precedenti e successive, creando continuità e identificando i due attori della commedia umana: conquistatori e conquistati. Parole, queste, che vanno soppesate per evitare di emettere sentenze affrettate: la Chiesa cattolica seppe imporre ferree regole, ma la particolare accezione che in questi territori fu data ai dettami della Controriforma fa venire in mente che Graecia capta ferum victorem cepit. Sono innumerevoli le immagini che “Fasti e linguaggi sacri. Il Barocco leccese tra Riforma e Controriforma” sa esprimere e imprimere, pagina dopo pagina. Un volume puntuale ed essenziale, come il suo autore.

Il prof. Francesco Danieli regala, sin dal primissimo incontro, un’accogliente sensazione di generosità. Abbraccia la sua materia e, ciò che si percepisce immediatamente, è che lo fa con passione e competenza, con la voglia di condividere, prima ancora che di insegnare. C’è una frase che ritengo emblematica della personalità dell’Autore, un concetto che io stessa ho appreso dalla sua viva voce: «Il termine salentino cuntàre significa sia contare che raccontare. Non conoscere e non saper raccontare vuol dire non contare nulla». La stessa componente morfologica per due parole che scendono in profondità, arrivando al nucleo, alla radice della cultura, all’essenza di questi posti impastati di vento e di terra, irregolari come pietre barocche e visceralmente belli.

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