Scrittori salentini, Tradizioni

I riti della settimana santa

I riti della Settima Santa nel Salento e la rivalsa del laicato prima del Vaticano II

©Gianfranco Budano: Gallipoli, riti della settimana santa (2013)

L’attività confraternale, nel Salento dei secoli passati, era ordinariamente silenziosa e velata da un’aura di impenetrabilità. Allo stesso modo però, una volta all’anno, essa diveniva – allora come oggi – appariscente e frenetica, chiaramente improntata a pubblica teatralità. I riti della Settimana Santa, infatti, sottraevano i confratelli e i loro ermetici cerimoniali al riserbo iniziatico inevitabilmente proprio di ogni cerchia corporativa. Le paraliturgie laiche di quei giorni, inoltre, costituivano l’attesa rivalsa del popolo sull’accentramento clericale, restituendo ai fedeli un protagonismo cultuale normalmente negato.

Già durante il tempo di quaresima la gente comune rinfrescava la memoria sui racconti evangelici delle ultime ore terrene del Redentore, declamando in dialetto i cosiddetti canti della Passione. Tali componimenti rapsodici richiamavano, con notevole evidenza, le prime forme di teatro popolare religioso in Terra d’Otranto e celavano tracce più o meno evidenti di sacre rappresentazioni tipicamente medievali, rivisitate a più mani e a più riprese nel corso dell’età moderna. Il genere specifico era un derivato del dramma liturgico, andatosi sviluppando in area italiana tra il sec. XIV e il XV, quando le laude dialogate iniziarono ad innestarsi in ambientazioni di carattere scenico. Fu quello il momento specifico in cui la stessa liturgia, ancor prima di Trento, cominciò ad accogliere al suo interno momenti scenografico-narrativi, necessari per un maggiore coinvolgimento spirituale delle masse nei confronti di una ritualità altrimenti distante.

Erano però i giorni della settimana santa i momenti dell’anno in cui la creatività rituale si materializzava in modo ancor più caratteristico. La liturgia diveniva accessibile alle masse, caricandosi di una teatralità tutta barocca. Ogni gesto si trasformava così in una catechesi visiva, correttamente fondata su base scritturistica.

Gli eventi della Passione erano riletti attraverso gli occhi della Vergine Maria, la cui presenza spirituale cadenzava l’intera settimana. Il venerdì precedente la Domenica delle Palme, infatti, era interamente dedicato alla memoria della Madre Addolorata, costituendo una squisita overture delle celebrazioni pasquali. La confraternita che ne custodiva il simulacro – quasi in ogni paese – curava la processione in suo onore e la accompagnava per le strade, al suono mesto di stupende marce funebri. Potrebbe apparire anomalo un ricordo dell’Addolorata ancor prima del Venerdì Santo; esso trova giustificazione nella materna sensibilità di Maria, capace di avvertire in anticipo le prossime sofferenze del Figlio, attraverso una lunga meditazione che parte dalla profezia di Simeone.

La Vergine tornava sulla scena la sera del Giovedì Santo, durante la cosiddetta predica di notte.Al termine della commovente omelia, il sacerdote pronunciava le parole: «Entra, o Maria, e vedi il tuo Figlio!». A quel punto si spalancava la porta maggiore e gli stessi confratelli introducevano in chiesa l’effige dell’Addolorata. Il predicatore, fermatosi sul pulpito, estraeva il Crocifisso lì collocato e lo deponeva con teatralità tra le braccia della Madonna.

Tra la sera del Giovedì Santo e la prima mattinata del Venerdì Santo le confraternite vivevano – ciascuna per conto proprio – il suggestivo momento della visita ai sepolcri, l’altare appositamente allestito in ogni chiesa per riporre solennemente l’Eucaristica dopo la messa in Cœna Domini. La statua dell’Addolorata, presente in ogni oratorio confraternale, accompagnava i consociati durante il devoto pellegrinaggio. Quando poi le diverse congreghe si incrociavano, i confratelli e perfino i simulacri della Madonna si scambiavano un profondo inchino in segno di rispetto.

Il momento della schiovazione di Cristo dalla croce, al termine della solenne azione liturgica del Venerdì Santo, era previsto quasi ovunque ed era uno dei riti più attesi. Il corpo esanime del Messia veniva allora deposto ai piedi della Vergine Desolata. Qualche ora più tardi si snodava la processione del Cristo morto, durante la quale ogni congrega portava a spalle il proprio mistero, il simulacro raffigurante una scena della Passione del Redentore. Tra tutte però spiccavano il Cristo in scurto e l’Addolorata. Il sordo suono delle troccole – crepitacoli a sonaglio di varia foggia e materiale – accompagnava il lento procedere dei confratelli incappucciati. Molti di essi avevano il capo coronato di spine, si battevano coi flagelli, trascinavano pesanti croci o grossi massi, unendosi alle sofferenze del Nazareno e suscitando negli spettatori propositi di conversione e penitenza.

Derivava dalla mariologia orientale, seppur latinizzato nel corso della prima età barocca, l’uso tutto salentino di far entrare in chiesa ad ogni veglia di Pasqua, condotta a spalla dai confratelli, un’immagine della Santa Vergine vestita di gloria, al momento della rievocazione della risurrezione di Cristo. Simbolizza l’idea, dall’altissimo significato teologico, che Maria sia stata la prima creatura umana a beneficiare della salvezza guadagnata dalla morte e risurrezione del Figlio.

Molte di tali sceneggiature pasquali sono andate perdute dopo il Vaticano II. Altre sopravvivono, almeno in alcuni centri, pur avendo perso l’originale carica didascalica e correndo il serio pericolo di ridursi a meri eventi folkloristici. In pochi rammentano la forte valenza antropologica di una così vivace ritualità laicale, garanzia per lunghi secoli di comprensione del mistero cristiano da parte del popolo, una volta tanto protagonista e non solo spettatore.

 

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