Racconti, Recensioni, Scrittori salentini

Diario di una giornalista precaria: l’ultimo libro di Angela Leucci

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Angela Leucci (1979, Maglie) è l’autrice del “Diario di una giornalista precaria. Quello che le redattrici non dicono”, edito quest’anno da Musicaos.Ed che, tra l’altro, con questo volume inaugura la collana “Salentropie” dedicata alle scritture meridiane e asintotiche.

Angela l’ho conosciuta inizialmente come scrittrice e poi come giornalista, attività che svolge dal 1998, e come in tanti del settore è una “precaria” impegnatissima. Personalmente ritengo Angela una “mente frizzante” sia per il suo spiccato senso dell’umorismo e sia per la sua ricca cultura; qualità tipiche di quelle persone che dopo ogni incontro ti lasciano qualcosa di loro stessi.

La protagonista del suo libro è Fanny Millefoglie – l’alterego letterario di Angela -, giornalista di 50 anni e precaria da 30. Vive a Spettro, un paese salentino come tanti, vicino ad Antesignano. Più di una volta ha pensato di smettere di fare la giornalista sia perché precaria, sia perché costantemente insoddisfatta del suo lavoro in quanto svolto non per come lei intenda “fare il giornalismo” e, soprattutto, per quella “ggente” che pensa in qualunque occasione di essere più avanti di te, pronta a giudicare e ad autocelebrarsi come se non bastasse già il dramma della precarietà. Come in una sorta di mission, però, Fanny non desiste dal suo impegno lavorativo perché sente la sua professione come “la cosa giusta da fare” e cioè raccontare i fatti secondo il metro della verità. Ella, difatti, proprio per questa sua voglia di raccontare la verità è stata per un breve periodo licenziata dal suo giornale. La protagonista si scontrerà giornalmente con situazioni all’apparenza comiche ma al tempo stesso bizzarre e con le quali spesso è costretta a convivere.

È un’ironia sul quotidiano il suo diario ma, se riflettuta, è più una tragicommedia perché dietro all’evento beffardo si cela un forte senso di disgusto – dispiacere – disillusione: un politico che finge ipocritamente di essere tuo parente solo per proporti un voto, un padre di famiglia che si svela invece come pomposo e corrotto politico capace di toglierti un lavoro onesto, un fidanzato col quale il confrontarsi è un’impresa chimerica, un editore “colto” che vede l’Austria come isola sperduta nell’oceano. Molti di questi eventi suscitano ilarità ma se si riflette è la tragedia dei nostri tempi che si manifesta proprio nell’assenza di cultura e di etica, il lassismo generale, lo snaturamento della dignità del lavoro e ciò, come scrive l’autrice nel Prologo, «quando il lavoro pare essersi trasformato a tutti gli effetti in una specie di chimera per cui si deve abbassare la testa e farsela calpestare»

Il “Diario di una giornalista precaria” se da un lato ironizza e dall’altro drammatizza, resta un libro che nel suo genere ha però qualcosa di nuovo: l’interferenza della fantasia che si palesa in tante di quelle situazioni di non sense nelle quali la protagonista si trova coinvolta. L’autrice, a tal proposito, scrive in chiaro che «Ogni riferimento a fatti, luoghi, persone è da ritenersi puramente casuale» ma sarebbe difficile credere che il tutto nasca dalla sua fantasia perché sarebbe come eguagliare il “diario” a una “fiaba” e quindi snaturarne la sua stessa “essenza” letteraria. Semmai, invece, la fantasia ha dato origine sì ai nomi e ai luoghi – la cui corrispondenza col precedente romanzo “Cafè des Artistes” (Lupo Editore, Lecce 2011) sembrano tracciare una sorta di continuum – ma non ha sicuramente influito completamente in quello che è stato il contenuto del fatto in se stesso.

Il diario di Angela, a mio modesto avviso, ci consegna una parte delle sue esperienze al fine di comunicarci la sua filosofia di vita – ovvero proprio quella parte più intima che lei ha relegato nelle pagine del diario – che trova espressione in quell’ironia che pervade tutti i capitoli e tutte le storie di Fanny. La sua ironia, però, non è un umorismo schietto, non è una sorta di preludio costruito per approdare alla risata finale ma è un modo di intendere la vita per viverla meglio e questo perché «il vero dramma è […] non possedere senso dell’umorismo», scrive l’autrice nel Prologo, «Dico solo che senza autoironia non ti godresti il singolo momento», conferma ancora nell’Epilogo. Un modo di intendere la vita che pare riecheggiare le parole del contestatissimo drammaturgo francese Henry de Montherlant: “La vita diventa una cosa deliziosa non appena si decide di non prenderla troppo sul serio”(Taccuini, 1924-1972).

Scrivere un diario è un’esperienza comune e diffusa come lo è la produzione di diari editi. Generalmente si tratta di pubblicazioni realizzate post-mortem su temi che spaziano dalla storia alla geografia, dal’esperienza specifica alla scienza. Il diario, però, è principalmente quello che si scrive non per narrare gli eventi del giorno quanto, invece, quel foglio di carta al quale affidi la tua parte più intima riversandone, senza alcuna velatura, ciò che di più segreto, “di più non voler dire” hai dentro. Mettere nelle mani del tuo lettore un diario del genere non equivale ad un atto di pubblica e disinteressata manifestazione del tuo “essere” ma è invece un dono vero perché l’autore ti consegna parte della sua vita, del suo mondo, delle sue esperienze, di se stesso. Ecco, trovo proprio in “Quello che le redattrici non dicono” il senso di questo diario di una giornalista precaria ovvero quello del donare al lettore un insieme di esperienze che svelano “il non detto” e ciò per mostrare tante “verità” che facilmente ignoriamo: la precarietà del lavoro, l’impreparazione dei tanti, un tessuto sociale incolto, un soccombere costante ai poteri “forti”, una società disgregata e prona.

Prepotentemente, accanto all’umorismo e al non prendersi troppo sul serio, Angela pone un forte accento sul tema della verità. Una verità, tende a precisare, che non è assoluta ma un punto di vista reale che vale una verità. È lo spirito del giornalismo coraggioso quello di svelare i fatti per quelli che sono ma, purtroppo, la loro narrazione non trova sempre seguito nella pubblicazione. A tal proposito è molto significativo il richiamo al passo dell’intervista che Angela fece a Giuliana Sgrena; scrive: «Una volta intervistai Giuliana Sgrena che mi disse che era uno sbaglio recarsi in zone di guerra: uno ci va per raccontare la verità, vederla con i propri occhi ma ci sono sempre degli organismi che quella verità non te la fanno raccontare». Sul piano delle esperienze personali d Fanny, invece, Angela parla di quell’onorevole De Lippolis il quale, malgrado le prove della sua colpevolezza, gli valse un licenziamento e l’epiteto di “comunista”, “senza dio” e altre parole impronunciabili. La verità ha un suo prezzo, lo sa bene Angela, e i rischi da correre, una volta emersa, tantissimi. Se il giornalista non dice la verità viene meno alle sue responsabilità, al suo informare non per deformare ma per svelare, «Esprimi il tuo pensiero[…] soprattutto in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce», diceva Pulitzer. Angela crede fermamente nel lavoro da giornalista e non viene meno per nessun motivo, nemmeno di fronte al precariato, al suo impegno nel proferire verità e difatti scrive: «La verità è quella cosa che nessuno vuole sentire e che io invece voglio gridare a gran voce finché non diventeranno tutti sordi ». E quando Angela punta ancor di più il dito scrivendo che «la verità non è per tutti» mi sembra di rileggere una “ciliegia” del grande Mogol: «La verità ai più non piace, come lo specchio alle brutte» (Le ciliegie di Mogol. Pensieri e Parole, Bologna 2006). Come non concordare con l’autrice quando scrive «La verità è come un brick del latte che abbiamo lasciato aperto sul tavolo da troppo tempo e tutti si sono rifiutati di bere. Perché la verità non è come i soldi, a volte puzza” – questo nel Prologo – mentre nell’Epilogo conclude che «ogni verità scalza l’illusione, una propaganda, talvolta anche i nostri pregiudizi. Per questo è pericolosa».

Spesso quando un libro è ben scritto, è coinvolgente e snello, immediato nel linguaggio, non impegnativo ecc. si dice che “è un libro che si legge tutto d’un fiato”. Questo è stato anche scritto in alcune recensioni del “Diario di una giornalista precaria” ma non mi trova per nulla d’accordo. Angela ha scritto un libro che mira con humor a mostrare la quotidianità spicciola, l’ilarità per certi versi nevrotica di Fanny e fa questo per celare il vero stato emotivo della protagonista che, a ben riflettere, è profondamente oppresso. Se ci fermiamo alla superficialità della lettura, il diario equivarrebbe a una semplice raccolta di fatti curiosi ma la lettura, è noto, non vale nulla se ad essa non segue la riflessione e il discernimento. Leggere significa avere un autore accanto che col suo racconto ti aiuta a raggiungere un maggior grado di consapevolezza e di maturità utile a impossessarti ancor più della tua vita. Angela ha sapientemente nascosto nella scrittura qualcosa che vuole svelare attraverso la lettura ossia il “non prendersi troppo sul serio” e “il valore della verità” e carpire ciò, malgrado un autore non sia mai in grado di avere il controllo su quello che i suoi lettori capiranno, non può provenire, ovviamente, da una lettura “tutta d’un fiato”.

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