Scienza

Curiosità storico-scientifiche: Giovanni Aldini

Illustrazione degli esperimenti di Giovanni Aldini su cadaveri

Nella prima metà del diciannovesimo secolo visse uno scienziato, noto più per suoi macabri esperimenti che per vere scoperte scientifiche. Nipote del molto più noto Galvani, egli sfruttò le idee dello zio sulla elettricità animale, per  allestire spettacoli che inizialmente avevano lo scopo di divulgare le ultime scoperte scientifiche, ma che gli fruttarono grande notorietà e una grande fortuna economica, che comunque  devolse  alla fondazione della Scuola di Scienze Naturali a Bologna, destinata all’applicazione della fisica e della chimica alle Arti e ai Mestieri.

Sto parlando di Giovanni Aldini, nato a Bologna il 10 Aprile del  1762 e deceduto a  Milano il 17 gennaio  1834. Fu  docente presso l’Università di Bologna  dove poté approfondire i suoi studi soprattutto sull’elettricità animale, ma  fu anche un artista di talento se riuscì ad allestire numerosi spettacoli strabiliando il pubblico con i suoi esperimenti sui cadaveri umani.

La storia comincia da molto più lontano e cioè dalla polemica di due grandi scienziati che hanno apportato un grande contributo alle conoscenze scientifiche del diciannovesimo secolo: Galvani, fisiologo e  anatomista di fama, era convinto che nei muscoli animali fosse concentrata  la carica elettrica che li faceva contrarre quando venivano stimolati dallo scalpellino con cui li toccava. Da notare che gli esperimenti venivano condotti su animali morti, soprattutto rane, che sembravano  tornare a vivere sotto lo stimolo cui Galvani li sottoponeva. Volta,  al contrario, pensava che non i muscoli del batrace, ma lo scalpellino formato da due tipi di metallo diverso, fosse alla base del fenomeno.

Da qui alla scoperta della pila elettrica il passo fu breve, ma entrambi gli scienziati concorsero ad aumentare le  nostre conoscenze in campo elettrico.

Giovanni Aldini per contro, pur potendosi annoverare tra gli scienziati e inventori tra i più autorevoli del secolo, lascia alquanto perplessi soprattutto per i suoi esperimenti,  eseguiti su cadaveri  umani, che  furono giudicati certamente spettacolari ma  anche raccapriccianti se non macabri, anche dai suoi contemporanei.

Pare che intendesse  tentare di  resuscitare i morti, scegliendoli fra i condannati alla pena capitale  e,  dato che  in quasi tutta l’Europa questi  venivano decapitati,  si spostò a Londra  dove invece  venivano impiccati.  Così avrebbe potuto operare sul cadavere intero. Si racconta che nelle prigioni londinesi  trovò un uomo, probabilmente innocente,  che definì ideale per i suoi esperimenti, George Forrest, accusato, forse ingiustamente, di aver ucciso moglie e figlia, ma il cui  processo non si era ancora celebrato. Aldini comprò i giudici (relata refero), e l’uomo fu condannato e  impiccato. Aldini quindi, utilizzando una grande pila, eseguì sul  suo cadavere, un esperimento perfettamente riuscito da un punto di vista teatrale. Il   pubblico  ne rimase shoccato al punto tale che un suo assistente la notte stessa morì d’infarto, per il terrore della “resurrezione” cui aveva assistito.

Nel detto esperimento il cadavere parve ricominciare a  respirare ed il suo cuore a battere, ma il “miracolo” durò solo un tempo brevissimo e  cessò appena vennero  interrotti gli stimoli elettrici.

Celebri anche i suoi esperimenti sulle teste  mozzate di cani i cui muscoli facciali si contraevano determinando l’apertura e chiusura delle mascelle. Quando poi a fare da cavie erano le teste umane, i volti si contorcevano orribilmente mentre gli occhi si dilatavano quasi a implorare pietà. Io ignoro quanti corpi subirono tali ignominie, ma devono essere stati parecchi, visto che il nostro soggiornava dietro i tribunali penali che decretavano la decapitazione o l’impiccagione dei condannati. E subito Andini si impossessava  dei corpi, pronti per essere esibiti nei suoi terrificanti spettacoli. Tali erano i tempi!

Questi esperimenti forse servirono allo scienziato, che ha peraltro molti meriti di divulgazione scientifica, per incrementare le sue casse con denari che comunque vennero devoluti,come abbiamo visto, per scopi nobili, ma forse in fondo all’animo sperava davvero di ridare la vita ai morti, così come descritto dal celeberrimo romanzo di Mary Shelley, moglie del famoso poeta, che si ispirò appunto a questi esperimenti per scrivere il romanzo che vedeva il dottor Frankstein, moderno Prometeo,  ridare vita alla sua  “creatura”  con le conseguenze che tutti conosciamo.

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