Racconti, Scrittori salentini

Nelle terre del Liri e di Cicerone

Il dottor Babbarabbà, gli òrapi e altri misteri ciociari

Per trovarmi in un luogo comune non ho necessità di viaggiare e nemmeno di muovermi: ci arrivo in un istante montando sull’astronave della mia stupidità” (Il dottor Babbarabbà, “Minestrone con carrube”, Proemio, luglio 2014)

roccoforgione
Rocco Forgione: Valentino (80×90 olio su tela 2010)

Isola del Liri è una graziosa e storica cittadina, il cui nucleo antico fu costruito sull’isoletta formata dalla biforcazione del fiume Liri, che si suddivide nella Cascata Grande e nella Cascata del Valcatoio, spettacolarmente spumeggianti proprio nel bel mezzo del centro storico della località…

Lasciata Isola del Liri, si diressero verso la vicina Sora per raggiungere l’abitazione di Angelo, dato che la sua signora, Silvana, magliese DOC, gli aveva espresso il desiderio di conoscere i due amici salentini. Appena giunti nella quieta città natale di Marco Attilio Regolo e di Vittorio De Sica, si trovarono di fronte, proprio alla confluenza tra il fiume Fibreno con il Liri, la splendida abbazia cistercense di San Domenico di Sora, che il dottor Babbarabbà ebbe il gran piacere di vedere con i suoi occhi, trattandosi della chiesa nella quale si era tenuto lo storico matrimonio tra la dolcissima Principessa Diana De’ Gabrieli Bruno di Pontecorvo e il prode Cavaliere Guido il Rosso dei Conti d’Asburgo Lorena, citati nel suo racconto “Il banchetto delle beffe, ovvero le vere origini del bosco di Balsorano”; ma la sua sorpresa si trasformò in stupore ed incredulità quando Angelo gli indicò, sul muro contiguo alla facciata della chiesa, una lapide intestata a Marco Tullio Cicerone, in ricordo del luogo natale del poliedrico oratore e filosofo ciociaro, nato nella villa che il padre aveva fatto edificare in quella terra da sempre soggetta a disastrosi terremoti e sulla quale, alcuni secoli dopo, San Domenico costruì il suo monastero… Incredulità e stupore si alternavano, quindi, nella ormai confusa ed obnubilata mente del dottor Babbarabbà, che tuttavia, riprendendosi, non smentì la sua natura fantozziana, poiché ebbe lo spudorato coraggio di rivolgersi ad Angelo, chiedendogli se non ci fosse un errore, dato che a lui risultava che Cicerone fosse nato ad Arpino: ignorava, il nostro eroe, che i confini comunali del 2014 non erano rimasti gli stessi del 106 avanti Cristo; ed in effetti, gli disse Angelo, anche l’altro grande arpinate, Gaio Mario, era nato in quella parte dell’antico agro di Arpino, nella quale oggi insiste la splendida Abbazia di Casamari (che, non a caso, in un latino maccheronico o forse, per meglio dire, in italiano arcaico è “Casa Marii”), che attualmente fa parte del comune di Veroli… Tante di quelle che un tempo erano grandi città, oggi si sono ridotte a piccoli paesi: paesi piccoli, sì, ma pieni di storia…

Bene, dopo quella ennesima “fantozziana” figuraccia, il dottor Babbarabbà si ripropose di usare maggiore prudenza, che si sarebbe dovuta concretizzare in un sapiente silenzio in caso di ulteriori situazioni del genere e fu così che, per tutto il tragitto fino alla splendida Arpino, si mantenne tutto assorto nei suoi meditabondi pensieri; tuttavia, il passaggio dell’auto nei pressi del Centro Studi Umanistici Marco Tullio Cicerone lo indusse a prendere di nuovo la parola per esaltare l’eccellenza degli istituti scolastici del Salento. Ricordava, infatti, di aver letto sui giornali, alcuni giorni prima, che una studentessa salentina, proprio del “suo” glorioso Liceo Classico Capece di Maglie, si era classificata al quarto posto nell’ultima edizione del prestigioso Certamen Ciceronianum Arpinas, grande concorso aperto agli studenti di tutto il mondo e consistente nella traduzione e nel commento di un passo tratto da un’opera di Cicerone. Ebbene, certamente aveva rotto in modo incauto il suo patto di prudenza con il silenzio, ma – ditemi! – come avrebbe mai potuto soffocare quell’impulso di inarrestabile entusiasmo che gli era esploso dentro all’improvviso, nel profondo dell’anima, come il magma incandescente di un’imponente ed incoercibile eruzione vulcanica?…

Dato che il sole era ancora abbastanza alto nel cielo, Angelo disse agli ospiti salentini che li avrebbe portati a vedere civitavecchia e a quel punto il dottor Babbarabbà, ricadendo nell’ennesimo errore di imprudenza, gli obiettò se il percorso non gli paresse un po’ troppo lungo. In realtà la meta proposta da Angelo non era la città di Civitavecchia (con la “C” maiuscola), ma l’antica acropoli di Arpino, non a caso nota come civitavecchia (con la “c” minuscola) ed arroccata su un aspro poggio al quale si accedeva con estrema cautela, dato che, via via che si procedeva verso la vetta, la già angusta stradina si restringeva fino ad un’unica carreggiata; dall’alto della splendida acropoli, Angelo fece notare agli amici come il sottostante centro abitato avesse la tipica forma di un’arpa, dando così conferma a coloro che associano il toponimo Arpino (Arpinum, in latino) allo strumento musicale…

Tornati nel centro storico di Arpino, il gruppo ciociaro-salentino di amatori del bridge si diresse, tra mille vicoli e scalinate, verso la splendida dimora di Francesco e Federica, che si dimostrarono ospiti davvero squisiti ed affabili, associando al “duplicato bridgistico” una altrettanto impegnativa ed agonistica gara gastronomica, a base di formaggi, salumi, dolci, dolcetti, vini, spumanti e amari di ogni tipo. Non sorprenderà nessuno il fatto che questa seconda gara, squisitamente mangereccia, fu vinta con amplissimo margine dalla coppia “Babbarabbà-Cellucci”, che però furono costretti ad accontentarsi della piazza d’onore nella sezione a coppie del bridge, preceduti dalla coppia formata da Anna Rita e Roberto, ragazzi simpatici e di bell’aspetto, compagni anche nella vita…

Il ritorno a Sora fu preceduto da una breve escursione a San Donato, perché Dina intendeva donare ai due strampalati amici salentini alcune confetture di frutta prodotte il giorno precedente con le sue mani, ma non appena l’auto fece sosta nel cortile della villetta dei Cellucci, immersa nella penombra ed in aperta campagna, si levarono alte le urla di raccapriccio e le disperate invocazione d’aiuto del dottor Babbarabbà, che si era ritrovato a meno di un metro da un orso bianco… Quelle urla disperate suscitarono però l’ilarità generale, sia perché l’orso bianco è ben diverso dall’orso marsicano ed è chiamato anche orso polare, perché vive attorno al Polo Nord nel Mar Glaciale Artico, sia perché ci voleva davvero molta immaginazione (o, probabilmente, tanta gradazione alcolica in circolo) a scambiare uno splendido esemplare di pastore maremmano per un orso polare…

La conoscenza di San Donato Val di Comino proseguì il mattino successivo, perché Emilio voleva mostrare ai suoi amici tutte le bellezze e tutte le curiosità del suo paese e li sottopose, perciò, ad un lungo e faticoso percorso a piedi, che si iniziò dall’abitazione della madre, donna anziana ma dai lineamenti ancora giovanili e dalla muscolatura assai tonica, che fu spiegata come merito dell’attività fisica quotidiana, dati gli spostamenti senza mezzi di locomozione; al termine di quella lunga e faticosa camminata, il dottor Babbarabbà fece riposare le sue stanchissime membra sedendosi su un comodo masso piatto circolare accanto a tre gradini, all’incrocio tra Via Maggiore e Via Rua, ma anche questo suo ultimo atto, apparentemente del tutto innocente, fu oggetto di una nuova sonora risata da parte di Emilio. Il povero dottor Babbarabbà si era seduto, infatti, sulla famosa “pietra di San Bernardino” o “pietra dello scandalo”, luogo dove era costretto a sedere, per un numero di ore direttamente proporzionale alla quantità di denaro da restituire, il debitore insolvente che in tal modo ammetteva pubblicamente il proprio fallimento, esposto al pubblico ludibrio… E pensare che il dottor Babbarabbà era convinto che la famosa “pietra dello scandalo” fosse un sasso lanciato contro qualche personaggio importante chissà da chi; in altri termini, non lo sapeva, ma era convinto (o supponeva) di saperlo… E questo è il secondo corollario alla ”Legge dell’ignoranza incosciente”

Tralascio la cronaca delle tante piacevoli partite di bridge pomeridiane e delle mattutine passeggiate nei campi e nei boschi della montagna a mangiare i viscioli, deliziose ciliegine selvatiche raccolte direttamente dall’albero: sono certo che mi direste che parlo sempre e solo di delizie del gusto… Passo, perciò, a descrivere la giornata prima della partenza, che si incentrò soprattutto nella visita al misterioso Castello di Fumone, testimone di macabre vicende storiche e di fosche e fiabesche leggende, al punto sono in molti a giurare di aver più volte udito le urla strazianti dei fantasmi, che ancor oggi ospitano le sue buie stanze, con le pareti tinteggiate in un truce color rosso sangue…

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