Scrittori salentini

Il castello di Fumone e i suoi giardini pensili

Il dottor Babbarabbà, gli òrapi e altri misteri ciociari

“Per trovarmi in un luogo comune non ho necessità di viaggiare e nemmeno di muovermi: ci arrivo in un istante montando sull’astronave della mia stupidità” (Il dottor Babbarabbà, “Minestrone con carrube”, Proemio, luglio 2014)

 

Rocco Forgione – Assemblea 80×80 olio su tela 2011
Rocco Forgione: Assemblea 80×80 olio su tela 2011

Il castello-fortezza di Fumone è stato da sempre avvolto nel mistero ed ancor oggi l’epoca della sua costruzione è oggetto di un’accesa disputa tra gli studiosi; infatti, in base ad un’antichissima tradizione tramandata verbalmente di generazione in generazione, la costruzione della fortezza andrebbe fatta risalire addirittura in epoca Ante Cristo, come presidio contro le sanguinose scorribande dei terribili Volsci, ma c’è pure chi afferma che il castello sarebbe stato edificato proprio dai Volsci; secondo altri storici, invece, la fortezza sarebbe stata edificata nel 244 d.C.

da Tarquinio il Superbo, dopo che l’ultimo Re di Roma era stato detronizzato e costretto all’esilio. Altri ancora ritengono che la costruzione del castello sia avvenuta in epoca successiva, in coincidenza con l’inizio delle grandi invasioni barbariche (i Goti di Alarico nel 410 o i terribili Vandali di Genserico nel 455) o in seguito, durante il periodo delle prime invasioni dei Saraceni, provenienti dalla Sicilia e della Calabria (anno 846)… Ben poche certezze si hanno, quindi, sulle sue origini, ma di certo il castello-fortezza fu a lungo posseduto dalla Chiesa per la sua straordinaria posizione strategica, per essere poi trasferita, finito il periodo delle minacce barbariche e saracene, nel 1588, con regolare atto notarile, di proprietà della nobile famiglia Longhi De Paolis, da sempre legata alla Chiesa e, per questo motivo, notevolmente agevolata nell’acquisto…

Il misterioso castello-fortezza troneggia sull’aspra rocca che si staglia sul delizioso borgo di Fumone ed è incredibilmente, magicamente sovrastato da un enorme giardino pensile strutturato su più livelli, interconnessi da piccole scalinate. In origine, il castello era il palazzo del governatore, che amministrava il potere civile in nome e per conto del Papato; in realtà, sin dall’epoca della sua costruzione il castello fu oggetto di macabre vicende storiche, poiché le sue tetre stanze furono adibite a celle della prigione dello Stato della Chiesa. Tale prigione fu da sempre tristemente nota a tutti per le condizioni disumane e le terribili torture che venivano inferte ai prigionieri, al punto che, si diceva, una condanna da scontare rinchiusi nella Rocca di Fumone equivaleva ad una vera e propria condanna a morte…

… E la tetra nomea della fortezza fu confermata dal primo impatto; infatti, già non appena superata la soglia d’ingresso del castello, il dottor Babbarabbà avvertì una profonda sensazione d’angoscia, resa ancor più intensa dallo sforzo fisico legato al superamento degli stretti cunicoli e delle aspre scalinate che separavano le stanze, tutte di superficie molto contenuta, ad eccezione di un ampio vano destinato a cucina-pranzo.

La giovane, preparatissima guida decise di far iniziare la visita del castello all’incontrario, partendo dall’alto, dai giardini pensili, ed il piccolo gruppo nel quale era inserito il team salentino-ciociaro di amatori del bridge fu subito costretto a fermarsi qualche minuto per riprendere fiato, dopo il grande sforzo fisico sostenuto per giungere alla sommità della fortezza. Il bel parco alberato del castello, che tra l’altro gode dell’invidiabile primato di costituire i giardini pensili più alti d’Europa (collocati a circa 800 metri d’altezza), fu fatto realizzare dai proprietari intorno al Seicento ed è formato da una serie di terrazze a balzo, che furono ricavate dalle antiche torri, dai camminamenti di ronda e dai fossati, uniti tra loro da enormi volte ricoperte da alcuni metri di terriccio di bosco. Ripreso finalmente fiato, il dottor Babbarabbà si rese conto di trovarsi proprio sull’apice di un fantastico osservatorio naturale, che gli permetteva di ammirare un panorama davvero da fiaba, perché spaziava su un territorio immenso, prevalentemente pianeggiante, delimitato, ai quattro punti cardinali, dai grossi centri abitati di Anagni ad Ovest, Fiuggi (con ai piedi il bel Lago di Canterno) a Nord, Alatri ad Est e Ferentino a Sud, oltre ad innumerevoli altri paesi e villaggi, valli, fiumi, laghi, colline, monti, castelli, strade, sentieri e camminamenti vari; nessun segno all’orizzonte, invece, della cupola della Basilica di San Pietro e del Vesuvio, evidentemente frutto della fantasia che qualche buontempone aveva dichiarato di aver visto nelle giornate particolarmente nitide (e quella era una giornata davvero nitida)… E da quell’osservazione immediata, diretta, aristotelica, il dottor Babbarabbà capì il significato del misterioso detto “Quando Fumone fuma, tutta la Campania trema”; si narra, infatti, che all’apparire all’orizzonte dei nemici, dal culmine di un’alta torre del castello (oggi scomparsa e probabilmente sovrastata da una parte dei giardini pensili) si levasse un’enorme colonna di fumo che, alla stessa maniera di quanto praticato dei nativi americani, fungeva da vitale segnalazione-messaggio che, con una trasmissione a catena, da torre a torre, si estendeva a tutti i paesi limitrofi della grande campagna pianeggiante (Campania), fino a giungere all’interno delle mura capitoline… La spiegazione della giovane guida sul significato delle tantissime torri d’avvistamento ciociare fecero venire in mente al dottor Babbarabbà un parallelismo – in verità, tutt’altro che peregrino – con le torri d’avvistamento della costa salentina, strategicamente disposte in modo da risultare visibili in coppia tra di loro, come accade tra la Torre di Sant’Emiliano e la Torre di Minervino, al fine di comunicare e di trasferire per tempo alla città di Otranto la notizia dell’imminente minaccia dei Turchi Saraceni… Ma tutto quel grande lavoro fu vano: che tu sia maledetto in eterno, Acmet Pascià!… La poderosa Rocca di Fumone, invece, non fu mai espugnata ed esposta a saccheggio e mentre tutta la campagna intorno tremava, se ne restava lì tutta tranquilla ed imperterrita, perché la sua posizione e la sua struttura la rendevano assolutamente inespugnabile; per questo motivo, sin dai cupi e caotici anni del Medioevo, assolse alla funzione di fondamentale presidio per la sicurezza di Roma contro le incursioni barbariche prima e saracene poi. In tanti tentarono, ma invano, di espugnare la fortezza ed, infatti, oltre ai barbari ed ai saraceni, non ci riuscirono neppure Federico Barbarossa (1155), né Enrico VI (1186), che pur la sottoposero a due lunghi e stringenti assedi; poi, come spesso ancor oggi accade, la Rocca di Fumone fu forzata e sottomessa dall’unica arma alla quale nemmeno il poderoso Castrum Fumonis poteva resistere: il denaro… E così il Papato, dopo aver miseramente fallito con la violenza delle armi, riuscì ad acquisire il maniero con l’irresistibile lusinga del vil metallo (che, in fondo, visti i tanti risultati ottenuti, così vile non poi dovrebbe essere)… Nel suo lungo periodo di proprietà del Papato, il castello-fortezza di Fumone divenne ancor più misterioso e tetro, tornando a una certa “normalità” solo dopo il 1588, anno in cui fu acquistato (ma, in realtà, le fu quasi donato) dalla nobile famiglia Longhi…

Dopo l’iniziale straordinaria osservazione panoramica da quella che non a caso è nota come “la terrazza della Ciociaria”, la visita ai giardini pensili cominciò (o, se vi par meglio, riprese) con la sosta davanti ad un’importante colonna romana in marmo, contenente un bel bassorilievo che raffigura l’Albero della Vita (altro parallelismo con Otranto, cioè con l’ancor più famoso “Albero della Vita” del pavimento musivo della navata centrale della Cattedrale); in seguito, il gruppo transitò, non senza una qualche esitazione, su un grosso blocco di pietra, che ricopriva il cosiddetto pozzo dei desideri”, un’enorme cavità sostando per alcuni secondi sulla quale ognuno avrebbe potuto esprimere un desiderio con buone prospettive di successo. Infine, prima di riprendere le scale per la visita al castello vero e proprio, il gruppo si fermò di fronte al cosiddetto “Albero dell’Amore”, che consiste nella fusione in un unico tronco di due giganteschi esemplari di cipressus funebris… E, come al solito, il dottor Babbarabbà non si fece sfuggire l’occasione per un nuovo commento, un’esplicita, amara ed in fondo anche pessimistica riflessione sul fatto che, a suo avviso, in quanto albero simboleggiante una chiara tradizione funeraria, quel cipresso dell’enorme tronco avrebbe dovuto essere chiamato, piuttosto che “Albero dell’Amore”, “Albero della Morte dell’Amore”.

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