Cultura salentina, Storia, Tradizioni

La festa di San Martino a Maglie, un breve viaggio tra sacro e profano

Maglie, ChiesaAnnunziata: Statua San Martino Elemosiniere (1908)
Maglie, ChiesaAnnunziata: Statua San Martino Elemosiniere (1908)

È ben noto che la festa di San Martino vescovo di Tours (11 novembre) sia una ricorrenza particolarmente diffusa nei paesi del Salento. La coincidenza di questo giorno con il termine dell’anno agrario e con la maturazione del vino lega la solennità religiosa al tempo dell’apertura delle botti e, in campagna, al tempo del riposo lavorativo. In questo periodo, difatti, i produttori di vino saggiano la bontà del novello e, in passato, l’interruzione dei lavori in agricoltura diventava l’occasione propizia per manutenere le stalle e curare gli animali. Di conseguenza il mese di novembre era, specialmente nei paesi a forte vocazione agricola, anche il momento dell’anno più opportuno per lo svolgimento delle fiere di animali. Spesso coincidenti con i giorni dedicati alle sacre ricorrenze, in questi affollati mercati erano commercializzate bestie di ogni genere e, in particolare, quelle di specie cornuta quali, ad esempio, gli animali da stalla ovverosia tori, buoi, vacche, capre ecc. Fu proprio la specificità della varietà cornuta a dare occasione all’inventiva popolare per trasfigurare la festa di San Martino in quella dei “cornuti” ossia, nell’accezione volgare del termine, dei mariti traditi che in questo giorno trovavano sollievo alla propria pena d’amore con l’ausilio dell’ebbrezza prodotta dal vino. La ricorrenza in seno alla cultura popolare, dunque, non ha solo una valenza di tipo religioso e sociale ma è principalmente testimonianza dello stretto rapporto tra il mondo contadino e i tempi della Natura che lo stesso aveva saputo dividere in adatti per un certo tipo di lavoro e in adatti al riposo fisico o a quello delle campagne.

A Maglie la festa di San Martino era un evento molto atteso e ricco di folclore. Il culto verso il Santo di Tours, probabilmente, era già sentito dal popolo magliese sin dal primo Cinquecento e ciò sia per la presenza, in questo stesso secolo, di una chiesa a lui dedicata e sia perché il suo nome è lo stesso di un toponimo a est della città nei pressi dell’attuale strada per Otranto. Ufficialmente, però, la devozione risale a poco più di un secolo addietro quando nel 1908 un devotissimo uomo di Maglie, del quale non è conosciuto il nome, donò alla piccola cappella dell’Annunziata una preziosa statua in cartapesta, opera del famoso maestro leccese Luigi Guacci (1871-1934), raffigurante “San Martino Elemosiniere a cavallo”. Certamente a Maglie, nel Novecento, la venerazione verso il Santo fu molto avvertita tanto che, in quello stesso 1908, fu costituita un’apposita “Deputazione di san Martino” che aveva proprio il compito di provvedere alla diffusione e al sostegno di tale culto. Non è facilmente determinabile quanto sia stato efficiente il lavoro svolto dalla Deputazione ma un evidente segnale di nutrito attivismo giunge proprio dalla memoria dei magliesi che finirono per dimenticare del tutto la titolazione originale della cappella dov’è custodita la statua del Santo – tuttora di Sant’Annunziata – nominandola impropriamente “chiesa di San Martino”. Altro segnale dell’efficienza di tale associazione è quello che deriva dall’organizzazione d’importanti festeggiamenti malgrado fossero destinati a un Santo che, a livello locale, poteva definirsi “minore” rispetto, ad esempio, alla Madonna delle Grazie, all’Addolorata, ai Santi Medici Cosma e Damiano. La cerimonia religiosa iniziava nel pomeriggio. Gli uomini della Deputazione prelevavano la statua del Santo dalla chiesa dell’Annunziata, nella quale un tempo era anche venerata Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre) in memoria di un’antichissima e profonda devozione locale, per trasportarla in spalla nella Matrice chiesa. Dopo la celebrazione della messa in suo onore, accompagnata da una banda musicale, la statua procedeva in processione percorrendo via Roma in direzione di piazza Municipio (attuale ‘Aldo Moro’). Da qui, passando davanti al palazzo baronale (oggi scuola Liceo “F. Capece”), svoltava in via Santa Caterina (ora ‘Concetta Annesi’), cioè percorreva la strada dov’era eretta la sua stessa chiesa di appartenenza, per essere esposta alla venerazione dei fedeli. Con la conclusione della brevissima processione iniziava lo sparo dei fuochi d’artificio. Tutto il tragitto percorso e parte di via Conciliazione era puntellato da pali di luminarie e bancarelle verso le quali una gran folla accorreva per acquistare principalmente caldarroste, lupini, noccioline, sarde salate, scapece, cupeta e mustazzoli oltre a varie pezzature di carne arrostita. Il tutto, ovviamente, accompagnato dal vino nuovo che chiunque poteva facilmente trovare nelle diverse puteche e cantine le quali, a loro volta, avevano posto sull’entrata un ramo di alloro per indicare proprio la disponibilità del vino nuovo. Con il termine dei riti religiosi, quindi, iniziavano i festeggiamenti civili veri e propri. Uno degli eventi più attesi era il gioco della cuccagna, organizzato nell’ex piazza Municipio da tal ‘Nzinu Picci, un dipendente comunale degli anni Settanta, che incarnava molto bene lo spirito festaiolo di questa ricorrenza. La festa poi continuava sino a tarda sera tra il profumo della carne cotta al fuoco e l’allegria prodotta dalle generose bevute mentre suonatori di chitarra, mandolino, fisarmonica e tamburello, negli angoli delle strade e negli spazi aperti davanti alle proprie case, improvvisavano pizziche e intonavano canti. Il tutto, dunque, rendeva tali festeggiamenti un evento attesissimo dal popolo di Maglie non solo per la fervida devozione verso San Martino ma anche perché, come in tutto il Salento, era questo un giorno particolarmente gioioso e spensierato.

Lo stretto rapporto tra la figura di San Martino, la campagna e il vino – oltre al simbolismo sacro insito nella figura della vite e dell’uva – è uno dei tanti elementi che lega la vita leggendaria del Santo alla Natura. La stessa leggenda del mantello, ad esempio, è alla base del fenomeno meteorologico noto come “Estate di San Martino” mentre i proverbi a lui dedicati rimandano costantemente ai fenomeni meteorologici e alle colture di novembre. La sovrapposizione di leggende e di antichi rituali con il vero racconto agiografico del Santo, invece, è il punto di partenza per svelare il sincretismo religioso realizzato intorno alla sua figura di cavaliere. In questo senso, difatti, deve anche essere interpretato lo spirito di convivialità e di divertimento legato alle manifestazioni popolari in onore di San Martino le quali, perciò, non sono semplicemente una conseguenza delle bevute di generoso vino novello ma quello che oggi inconsciamente rimane di alcuni culti arcaici la cui origine affonda nella notte dei tempi. In seno a queste reminescenze cultuali, la relazione intercorrente tra la figura di San Martino e l’abbondanza di cibo e vino è concretizzata proprio nel popolare gioco della cuccagna il cui abbinamento con la festa del Santo, dunque, appare per nulla casuale. Il famoso antropologo scozzese James Frazer (1854-1941), uno dei maggiori studiosi di storia delle religioni, nel suo Il ramo d’oro (ed. italiana 1925), ipotizza l’origine dell’Albero di Primavera – da cui proviene l’Albero della Cuccagna – nell’ambito dei culti arborei diffusi, in epoca antica, tra le popolazioni contadine d’Europa. Si trattava di pratiche religiose di natura orgiastica legate alla fertilità della terra e, in particolare, per propiziare l’abbondanza alimentare.

La scarsità di cibo, le carestie e il soffrire la fame sono state da sempre le paure più grandi di tutte le popolazioni della Terra. Al contempo, il duro lavoro e il rischio di morire al fine di conquistare l’agognato alimento era il sacrificio umano dovuto (la cuccagna, è facile notare, è una rappresentazione molto realistica dello sforzo umano mirato alla conquista degli alimenti sulla stessa appesi). Per tali motivi, dunque, era naturale che nell’immaginario collettivo, sin dall’alba dei tempi, l’uomo abbia sempre sognato un luogo in cui fosse possibile avere a disposizione tutti gli alimenti dei quali necessitava e, magari, ottenerli anche con molta facilità. Questo luogo utopico, durante l’Alto Medioevo, sarà noto in tutta Europa come il Paese di Cuccagna (dal latino medievale cocania ‘paese dell’abbondanza’ e a sua volta, probabilmente, dal provenzale cocanha nel senso di ‘leccornia’) ovvero il paese ricco di meraviglie del palato e di piaceri differenti com’è definito nella quattrocentesca “Historia nuova della città di Cuccagna” (rist. Verona 1628, presso Biblioteca Riccardiana, Firenze) di Alessandro da Siena e Bartolamio suo compagno. Dal Duecento in poi, il mito di Cuccagna sarà alimentato da una vasta letteratura sull’argomento che, a sua volta, avrà il supporto della fervida fantasia popolare. Anche le condizioni socio-economiche proprie dell’Alto Medioevo, però, permetteranno di far sognare al popolo un luogo fatato nel quale vivere liberi e gioire per quanto di meglio la vita possa offrire. Sono questi, difatti, gli anni caratterizzati dalla scarsità di beni alimentari, dalla diffusione di epidemie mortali, dall’oppressione sociale, dalle ristrettezze economiche dovute al soffocamento fiscale attuato nei confronti della produzione e del commercio di merci. Un’ampia fetta della popolazione europea, quindi, era composta da gente molto povera con una speranza di vita bassissima e pertanto il mito del Paese di Cuccagna simula una sorta di risposta popolare contro il quel diffuso stato di indigenza. Come per ogni povero del mondo, allora, il paese di cuccagna altro non era che un sogno equivalente a un forte desiderio di riscatto sociale o, meglio, alla voglia di vivere in un luogo dove la realtà fosse completamente rovesciata. L’Albero della Cuccagna da questo momento in poi incarnerà l’idea dell’abbondanza alimentare e perderà del tutto l’arcaico senso del sacro. Col passare dei secoli e mutando in meglio le condizioni sociali ed economiche dell’Europa, esso giungerà sino a noi e, pur tenendone salde le fattezze, smarrirà anche il significato di abbondanza trasformandosi in un semplice e divertente gioco di destrezza per ragazzi agili e robusti.

È sempre molto difficile dare una risposta credibile che spieghi esaustivamente i motivi per i quali il culto di un certo Santo riesca a penetrare tanto profondamente nella coscienza della popolazione di un luogo. Troppe sono le dinamiche storiche plausibili e altrettante sono le fonti scritte e orali ma a questa copiosità di elementi non è sempre possibile assicurare la certezza delle notizie assunte. Ciò, specialmente quando la venerazione è per un Santo la cui narrazione della vita già ab antiquo è stata contaminata da elementi cultuali precristiani e da agiografi che, pur di esaltarne la figura al fine di promuovere la conversione delle genti, non esitarono a inventare storie di miracoli e di gesta eroiche (vedi ad esempio i cosiddetti leggendari medievali tra cui la duecentesca “Legenda Aurea” del padre domenicano Jacopo da Varazze). Da sempre, la conversione al cristianesimo delle popolazioni barbare è proceduta fagocizzando tantissime credenze e riti pagani affinché l’adesione di queste genti fosse più massiccia e semplice non dovendo, queste stesse, completamente rinunciare alle proprie ed inveterate tradizioni cultuali. La figura di San Martino, ad esempio, proprio in Francia è stata sovrapposta al culto celtico che onorava, durante il capodanno (Semain), un dio cavaliere che montava uno stallone nero e indossava una mantellina dello stesso colore. Considerato il dio della vegetazione, era il garante del rinnovamento della natura dopo la morte invernale. Il San Martino del Cristianesimo, pertanto, entra in perfetta relazione col sovrannaturale celtico e quindi con la natura, con il termine della semina e l’attesa dei germogli (capodanno celtico – inizio anno agrario), con la morte e la rinascita, con la ciclicità del mondo agricolo (tempo di semina e di raccolto), con i riti di fertilità (Albero di Primavera – Albero della Cuccagna) ecc. e, al contempo, plasma le fattezze di una tradizione pagana in quelle tipiche di un culto cristiano. L’Alto Medioevo è zeppo di sincretismi che correlano riti di propiziazione della natura al culto dei santi e molti di essi sono giunti, anche se completamente snaturati del loro significato originario, sino a noi. Tutti questi culti, per tantissime ragioni, hanno avuto successo nella loro diffusione arrivando persino in luoghi che storicamente nulla hanno in comune con il posto d’origine come, per esempio, nel Salento. Difatti, l’inesistenza di correlazioni storiche tra il mondo celtico e il Salento portano a considerare che il culto di San Martino è certamente una concausa del passato e, probabilmente, proprio derivante o da un processo di cristianizzazione o dalle dominazioni francesi che nei secoli hanno caratterizzato l’Italia meridionale oppure, e credo sia la motivazione più plausibile, semplicemente perché in una società tipicamente costituita da uomini dediti al lavoro nei campi, come lo era quella del Salento sino a poco più di un secolo addietro, trovò facilmente devozione la figura di un santo che con la natura era già da secoli in stretto rapporto.

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