Scrivere il Salento, Storia

I nomi dei salentini infoibati

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Gli eccidi perpetuati nelle foibe sono un chiaro esempio della barbarie umana, quella barbarie istigata dall’ideologia regionalista, alimentata dal malcontento popolare, strumentalizzata per dar vita a totalitarismi e oligarchie governative incapaci di misurarsi col rispetto della vita altrui. Il silenzio durato tutti questi anni è la forma di maggior negazione per quanto avvenne, ne ha depistato la ricerca della verità storica e manipolato le coscienze. A tal proposito, nota è la frase del presidente Giorgio Napolitano pronunciata in occasione delle celebrazioni del 2007: «non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali». Anche il professore triestino Paolo Barbi (DC), deceduto a Napoli nel 2011 e sensibilissimo verso le vicende storiche che interessarono le regioni del nord-est italiano, denunciò apertamente l’oblio nel quale la Nazione aveva relegato le “Foibe”. Egli paragonò questo atteggiamento a una vera e propria “congiura del silenzio” la quale, seppur meno drammatica degli eccidi, era per quelle popolazioni ancor più amara e demoralizzante.

Negli ultimi anni, tuttavia, sono particolarmente intense e ricche di risultati le ricerche per il ristabilimento della verità in merito a quei drammatici giorni ma è ancor ben lontana e imprecisa la stima del numero dei morti infoibati.

Laura Brussi Montani è un’italiana di Pola, oggi città croata, testimone di non pochi episodi avvenuti tra il 1945 e il 1947.  Lei si definisce “Esule di Pola dal 1947” ovvero dall’anno in cui, dopo la strage di Vergarolla (1946) e in seguito all’invasione dei partigiani jugoslavi (1945), molti italiani, già perseguitati, esodarono in quanto apparve ormai chiaro che le speranze del ritorno dell’Istria all’Italia erano ormai vane. In questi giorni la signora Brussi ha fornito un elenco di 198 pugliesi infoibati e trucidati (1). La lista è di grande interesse perché, come successo per i tanti nostri partigiani della Resistenza Italiana, il sacrificio di quegli uomini confuta la convinzione, per molto tempo mantenuta, di un “Sud” ben lontano dai veri fatti di sangue successi nell’Italia centro-settentrionale durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tra i 198 nomi, 117 sono uomini originari del Salento – 29 di Taranto e provincia, 27 di Brindisi e provincia e ben 61 di Lecce e provincia – ma, nostro malgrado, per molti di essi non sono state ancora recuperate delle notizie biografiche. Speriamo, comunque, che esso sia da stimolo a quanti vorranno completare il lavoro iniziato dalla signora Brussi.

(LE) Lecce: Micalella Carlo, Caputo Giuseppe Raffaele, Citi Giovanni, Michele Bruno, Leone Quintiliano, Mannino Vittorio, Persico Pasquale, Rubino Italo Cosimo, Mastropietro Cosimo, Nascè Francesco – Alliste: Piscopello Amleto – Bagnolo del Salento: Magurano Antonio – Botrugno: Pedone Giovanni – Calimera: Tommasi Donato – Caprarica: Centonze Giuseppe, Turco Giuseppe – Carmiano: Zoccali Angelo Francesco – Casarano: Addelico Pino, Pino Adelino – Castrì di Lecce: Raho Paolo – Castrignano del Capo: Giacca Michele – Corigliano d’Otranto: Romano Antonio – Corsano: Chiarello Rocco Nicola – Galatina: Tundo Francesco Domenico, Rollo Rocco, Pano Tommaso – Galatone: Centolanze Pompeo Biagio, De Paolo Antonio – Gallipoli: Gabellone Vittorio Mario, Liaci Antonio, Monsellato Italo, Antonacci Nicola, Maggio Augusto, Misciali Emanuele, Zucchini Franco, Diaferia Achille – Maglie: Donno Tancredi Rocco –   Matino: Rosetto Carlo – Monteroni: Torsello Amedeo, Manfreda Gino – Nardò: De Benedictis Torquato, Olmo Giuseppe, De Carolis Luigi – Nociglia: Pedone Giovanni – Poggiardo: Paiano Raffaele Luigi – Racale: Basurto Benvenuto Antonio,  Culiersi Tommaso – Ruffano: Corsini Angelo – San Cesario: Armentano Cosimo, Antonio Zilli, Cosimo Serra Salvatore, Gigante Vincenzo, Gigante Antonio, Palmieri Armando – Squinzano: Marzo Giulio – Surbo: Malatesta Angelo – Taviano: Cataldo Settimio, Perrone Cosimo – Tricase: Morciano Salomone, Caloro Giuseppe – Uggiano la Chiesa: De Benedetto Ernesto. (BR): Brindisi: Lucon Aldo  Battista Giovanni, Del Cocco Fortunato, Menduni Giorgio – Cellino San Marco: Mazzotta Giacinto – Cisternino: Innocenti Ettore Pistone, Convertino Ignazio- Francavilla Fontana: Del Cocco Antonio – Latiano: Spinelli Gaetano – Mesagne: Di Serio Antonio Giuseppe, Franco Cosimo, De Renzis Giannetto, Falcone Cosimo – Montalbano di Fasano: Guarini Pasquale  – Oria: Sabba Cosimo, Monaco Emilio – Ostuni: Melossi Melpignano Giovanni, Pacere Agostino, Aurisicchio Francesco, Quartulli Francesco, Tanzariello Rocco, Sartori Giuseppe, Minetti Giuseppe – San Vito dei Normanni: Ancora Domenico, Mingolla Vitantonio, Miccoli Francesco – Torchiarolo: Pagliara Antonio. (TA): Taranto: Gasparini Giovanni Battista, Caracciolo Elda Milano, Miceli Alfonso, Rotondo Vito, Guardone Italo, Fiore Vittorio, Intrito Vito, Nascone Vito, Cozzato Pietro, Coda Mario, Lo Papa Gaetano, Ventura Giorgio, Mastrocinque Nicola, Ladiana Francesco, Rizzitello Antonio – Castellaneta: Ranaldi Albano Antonio, Semeraro Andrea – Crispiano: Sportelli Umberto –  Fragagnano: Summa Cosimo – Ginosa: Cantore Luigi – Grottaglie: Dubla Silvio, Chianura Ciro, Pinto Ciro Francesco – Manduria: Di Lauro Vincenzo Pietro, Scialpi Gregorio Salvatore, Brunetti Antonio – Mottola: Leogrande Giovanni Antonio – San Marzano: Miccoli Rocco Ciro – Sava: Picchieri Cosimo.

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(1) L’elenco è stato comunicato per lettera al Vicepresidente del Consiglio Regionale pugliese Nino Marmo (PdL) ed è stato pubblicato integralmente da “La Gazzetta del Mezzogiorno” nell’uscita del 10 febbraio scorso.

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10 pensieri riguardo “I nomi dei salentini infoibati”

  1. Non la congiura del silenzio, ma la necessità del silenzio. Sugli eccidi dei tedeschi, degli stupri degli alleati e dei russi, dei soldati libici gasati, dei repubblichini e dei collaborazionisti, del nazionalismo savoiardo e fascista che avvelenò l’Istria già avvelenata. Per spezzare la catena dell’odio tribale a volte è meglio dimenticare o ricordare le cose il più tardi possibile senza strumentalizzazioni.

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  2. E’ meglio ricordare per non commettere gli stessi errori.
    Il silenzio storico voluto non aiuta, quando il sommerso viene a galla, anzi aumenta il risentimento per coloro che hanno taciuto, pur conoscendo i fatti.
    La storia va riscritta proprio per il rispetto che si deve a tutti i caduti, non solo a quelli morti sul campo di battaglia!

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  3. Il ricordo non porta assolutamente alla vendetta.
    Il ricordo porta solo alla pacificazione se chi ha commesso i crimini chiede scusa. Il ricordo porta alla conoscenza.
    Il ricordo senza scuse e responsabilità porta solo odio.
    Gli slavi che imparino dalla Germania che ha chiesto scusa due volte inginocchiandosi. Questa è grande civiltà ed umiltà.
    Napolitano, il Presidente croato ed il presidente sloveno sono venuti a Trieste al concento di Muti e non hanno neppure portato un fiore al Sacrario Nazionale della Foiba di Basovizza, dopo oltre 70 anni di attesa. Vergogna. Agendo in questa maniera, fregandosi dei Martiri infoibati da loro, si porta solamente odio .

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  4. I croati, gli sloveni non hanno ancora chiesto scusa ai parenti dei 20 mila infoibati o diversamente massacrati.
    I rimasti nelle loro case perché comunisti ed infoibatori, prendono un sacco di soldi dallo stato italiano facendo credere che mantengono l’italianità nelle nostre terre con i libri di Marx nelle loro biblioteche. Vergogna! Il Governo che apra un po’ gli occhi e vada a controllare a chi elargisce il nostro denaro.

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  5. i nomi di Carlo Micalella (civile ucciso nell’Istria) Giuseppe Raffaele Caputo (militare ucciso a Trieste), ad esempio , sono presenti nel Martirologio delle genti adriatiche redatto nel 1959 dall’allora sindaco di Trieste Giovanni Bartoli e pubblicato su Storia Illustrata nel numero di giugno del 1983; Antonio Pitamitz infatti realizzò un articolo edito in due puntate sul suddetto mensile nei numeri di Maggio 1983 e Giugno 1983, quando cioè nessuno ancora aveva il coraggio civile di parlarne ancora (se ne parlò sono nei primissimi anni del secondo dopoguerra per via della tensione italo-jugoslava per Trieste), un intervento che all’epoca suscitò molto scalpare e da cui forse nacque quel movimento d’opinione che coinvolse non solo e soltanto gli storici e i familiari delle vittime ma sempre più persone arrivando infine alla legge 92/2004 .

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