Archeologia, Saggio, Storia

I Manieri ceramisti di Nardò: argilla, fuoco e affari

di Riccardo Viganò

Place Publique de la Ville de Nardò (Neretum), Abraham Louis Ducros, acquerello, 1778
Place Publique de la Ville de Nardò (Neretum), Abraham Louis Ducros, acquerello, 1778

I primi rappresentanti della famiglia Manieri erano giunti in Nardò agli inizi del ‘500. La loro provenienza non è nota poiché i primi documenti disponibili risalgono alla seconda metà del XVI sec. ovvero al periodo in cui la famiglia risultava già residente in loco. Alcuni studiosi ipotizzano una sua origine veneta altri, invece, come proveniente dall’Abruzzo; entrambe, qualunque sia quella esatta, sono state regioni con una grandissima tradizione ceramica.

Dai documenti si evince che i “Maestri” ceramisti, appartenenti ad uno dei tre rami principali di questa famiglia, risultano molto attivi dal 1575. In questa data, per esempio, il magistro Paduano Angelo Manieri cita in giudizio alcuni creditori colpevoli di non aver pagato una fornitura del valore di nove ducati.

La medesima documentazione svela che Paduano aveva molti fratelli, alcuni dei quali attivi nel suo stesso campo, ed era sposato con tal Lucrezia de Braico (o de Brago) dalla quale aveva avuto almeno undici figli. Uno di questi, Alessandrina, il 9 Gennaio 1581 sposò il mastro costruttore Giovanni Maria Tarantino di Nardò che, a quanto pare, fu successivamente introdotto negli affari della famiglia Manieri. Tarantino, difatti, nel 1580 aveva comprato dal futuro suocero, per il prezzo di quarantotto ducati, due botteghe (molto probabilmente destinate alla produzione di ceramica) e perciò, consolidando il suo interesse col matrimonio, è evidente l’intenzione del costruttore neretino di entrare nel mondo della ceramica e dei suoi affari che, col tempo, gli permetteranno di detenere una sorta di monopolio su tutta l’area manifatturiera della Città.

A sua volta Paduano, figlio di Angelo e nipote di Paduano sopradetto, sembra succedere negli affari di famiglia attorno alla prima metà degli anni Ottanta del XVI secolo. Tra il 1580 e il 1585, difatti, il Paduano investe proprio i proventi dell’attività ceramica nell’acquisto di terreni e case scambiando, a volte, le una con le altre. Verso la seconda metà dello stesso secolo Giovanni Donato, figlio di Paduano e nipote di Angelo, pare avviato dal padre a intraprendere, sempre nel campo ceramico, un’attività personale. Nel 1598 venderà all’abate Bernardo, arcipresbitero neretino, le sue quote di due case poste “ante apoteca qui erat Magnifici Magistri Angelo Manerio suo avo paterno”, e quelle del padre Paduano.

Giovanni D., inoltre, aveva la proprietà delle tre botteghe acquistate, nel 1598 dopo un duro contenzioso, dal prozio Giovanni M. Tarantino per la somma di cento ducati in moneta d’argento. Il venditore, tuttavia, diede disposizioni ben precise su dove costruire la fornace. Per tale acquisto, Giovanni Donato s’indebitò prestandosi la somma ad un interesse annuo del nove per cento e ciò sarà nuovamente occasione per l’insorgere di un altro grosso litigio. Sempre negli stessi anni, sposò Giovannella Carrozza da cui avrà otto figli.  Il fratello Luca, da parte sua, viveva costantemente una situazione economica precaria, per non dire disastrosa, e con cadenza quasi annuale, difatti, ricorreva a prestiti. Nella documentazione da noi vagliata, tuttavia, Luca è l’unico a dichiarare un certo “accredenzamento” (possesso e/o acquisto) di materiali per una bottega. Questi, nel 1608, con il cugino Lupo, riceve da Nicola Donato Martano ducati dieci e carlini otto per l’acquisto di un certo numero di opere. Geronimo, altro cugino e figlio di Donato Manieri, nel 1610 possedeva, oltre una rendita annua di trecento ducati proveniente da alcuni beni acquistati dai coniugi De Noha, “una apoteca de l’arte di conzar tielle” (ceramiche). Nel 1616 Paduano, figlio di Giovanni Donato, sposò Lucrezia Gallo la quale gli porterà in dote, con molti affanni, una bottega sita in pittagio San Paolo nelle vicinanze del Carmine. Nel 1621, lo stesso Paduano ipotecò nello stesso luogo una bottega che, probabilmente, era la stessa.

Per gli anni immediatamente successivi non si sa quasi nulla, solo poche notizie riguardanti vendite e permute di botteghe promosse da parte dei pronipoti di Angelo Manieri. Questo perché l’attività di ceramisti era stata abbandonata da qualche tempo dalla famiglia e la conferma si ha da un atto notarile dove l’ormai anziano architetto leccese Mauro Manieri (1), figlio di Angelo Manieri dottore di Spezieria e letterato neretino, liberandosi delle ultime proprietà possedute in Nardò dona senza pochi scrupoli e per “carità”, al galatinese Lupo Antonio Turchi la quota di una “casella piccola terragna serviggio di Bottega di far Codimi di creta, sita e posta in questa città in loco detto li Piattari”. La stessa proprietà che procurò tanti affanni alla famiglia per ottenerne il possesso.

Nota

(1) Negli Acta matrimonialia di Santa Maria della Luce dell’anno 1675, conservati nella Chiesa di San Matteo in Lecce si evince che Angelo fosse discendente dallo stesso ramo dei Manieri lo si riscontra in un atto matrimoniale del 1675 dove viene descritto come “Filium quondam Paduani Manieri”; M. Paone, La vita e le opere di Mauro Manieri, in «Atti del Congresso Internazionale sul Barocco», Lecce 21 – 24 Settembre 1969, Ed. l’Orsa Maggiore, Lecce 1971, pp. 6-7: L’architetto Mauro Manieri nacque il 22 marzo 1687 dal dottore fisico Angelo Manieri di Nardò che, vedovo di Anna Maria Pizziniaco, si era trasferito a Lecce dove esercitava la professione medica. Era, inoltre, proprietario di una Spezieria, lettor pubblico di filosofia e professore di belle lettere. In seconde nozze sposò la bergamasca Maria Grismondi.

Per approfondimenti:

  1. Floro, L’architetto Giovanni Maria Tarantino e le sue opere, in «Opus. Quaderno di Storia, Architettura, Restauro», n. 7 (2003).
  2. Salvatore – R. Viganò, Primi dati sulla ceramica di Nardò, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 11 (2008).
  3. Paone, La vita e le opere di Mauro Manieri, in «Atti del Congresso Internazionale sul Barocco», Lecce 21 – 24 Settembre 1969, Ed. l’Orsa Maggiore, Lecce 1971.
  4. Viganò, Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo, Ed. Esperidi, Lecce 2013.
  5. Viganò, Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 12 (2010).
  6. Viganò, Nardò e la sua importanza nelle produzioni di maiolica, sta in «Cultura Salentina» Rivista telematica di pensiero e cultura meridionale, 04/02/2014.

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