Saggio

Salento d’argilla: I Bonsegna ceramisti di Nardò: da immigrati ad artigiani di successo

di Riccardo Viganò

fastigio sedile nardòNella seconda metà del ‘500 la città di Nardò era divenuta uno dei principali centri di Terra d’Otranto (anche per l’influenza degli Acquaviva, duchi di Nardò) tanto da rappresentare una delle principali mete verso cui era diretta l’immigrazione di manodopera specializzata proveniente dalle più svariate parti d’Italia.

Lo stesso flusso migratorio portò a Nardò il calabrese Jacopo Antonio Bonsegna, originario della città di Bisignano che, come Nardò, fu un celebre centro di produzione ceramica. Soprannominato lo Scodellaro, Jacopo A. sposò nel 1580, nella Cattedrale neretina, Veronica “dello Castello” o “Delli Castelli” dalla quale ebbe numerosa figliolanza. Il matrimonio gli portò  in dote una casa ed alcune botteghe situate a Nardò nel pittagio detto “dello Castello” e poste “prope menia”. Tra il 1592 e il 1597, i due coniugi vendettero molti loro beni tra i quali due botteghe al costruttore Giovanni Maria Tarantino che aveva sposato una Manieri appartenente a un’importante famiglia di ceramisti con la quale, gli stessi coniugi, ebbero stretti rapporti.

Nel 1613 Donato Antonio, il primogenito di Jacopo e Veronica (anche se alcuni documenti lo indichino figlio di una donna della famiglia Manieri), sposò Antonia Polo dalla quale avrà due figli. Nel 1638 permutò un cellaro con pozzo e due partite di olive. Nelle carte dello stesso anno si legge che aveva contratto un prestito di cento ducati con i Padri Carmelitani ai quali, previa ipoteca su una sua casa palaziata sita nella città di Nardò nel vicinato di San Zagaria e confinante con la casa di Giovanni Donato Manieri, avrebbe corrisposto un interesse di nove ducati annui. Ancora nello stesso anno Donato A., ormai vedovo, sposò in seconde nozze Elisabetta Caputo.

Alla morte del padre, nel 1636, Donato Antonio ereditò l’attività familiare e ciò si apprende da un frammento di numerazione dei fuochi dell’anno 1658, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, nel quale egli viene menzionato come piattaro e figlio del “quondam, Jaco. Lo stesso Donato Antonio, nel 1660, entrò a far parte del governo cittadino come rappresentante del popolo e, sempre in quell’anno, fu coinvolto, a sua insaputa, in una truffa organizzata da alcuni sgherri del duca di Nardò ai danni del cassiere del neo Governo della Città di Nardò. Alla sua morte, avvenuta l’8 ottobre 1662, le botteghe passarono in parte alla figlia Veronica, quale dote, e il restante al figlio Francesco che, almeno fino al 1682, continuò ad acquistarne delle nuove riservandosi sempre il diritto di recesso. Le stesse, alla sua morte, saranno ereditate in parte dai figli Andrea e Tommaso e in parte dal genero Oronzo Papadia, marito della figlia Teresa e zia dei fratelli Sicuro. Questi ultimi, dopo la morte di Teresa, riceveranno in eredità le sue botteghe che trasformeranno in stalle poiché l’attività familiare era stata ormai abbandonata.

Il declino economico della famiglia Bonsegna, molto probabilmente, fu la conseguenza di investimenti sbagliati fatti da Andrea e Tommaso in ambito agricolo. Questi, difatti, furono affittuari della masseria “li Manieri” proprio nel periodo in cui “per le mali annate si rimase quasi niente et anche per la mortalità de bestiami bovine”. Nel 1709, a tre anni dalla morte di Tommaso, ultimo ceramista della famiglia Bonsegna, la sorella Rosina, quale erede testamentaria, quietò al cognato Oronzo Papadia la somma di ventidue ducati, corrisposti in denaro e molti beni mobili, quale rimborso di una parte di debito lasciato dal fratello defunto.

Con la morte di Andrea e per l’assenza di progenie maschile, il ramo neretino della famiglia Bonsegna, facente capo a Jacopo, si estinse (1).

 

Nota

(1) Con Carlo, rappresentante della seconda generazione, la famiglia Bonsegna si spostò, nella prima metà del XVII secolo, nella vicina Galatone investendo in attività agricole divenendo grossi proprietari e, di conseguenza, influenti personaggi della politica locale.

Per approfondimenti:

  1. Salvatore – R. Viganò, Primi dati sulla ceramica di Nardò, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 11 (2008).
  2. Viganò, Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo, Ed. Esperidi, Lecce 2013.
  3. Viganò, Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 12 (2010).
  4. Viganò, Nardò e la sua importanza nelle produzioni di maiolica, sta in «Cultura Salentina» Rivista telematica di pensiero e cultura meridionale, 04/02/2014.

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