Personaggi

Federico Fellini e le cicale morte di Palmariggi

Federico Fellini con la moglie Giulietta Masina, protagonista de La strada nei panni di Gelsomina

Negli anni sessanta Federico Fellini fu invitato a Gallipoli, presso il Lido San Giovanni, dove c’era un psicologo dell’immaginale di valore assoluto come Dario Caggia, invitato per una conferenza.

Si sapeva che Fellini era un patito della psicanalisi e a Roma aveva frequentato a lungo lo studio di un   professore tedesco allievo di Jung, con cui era diventato grande amico, professore che era morto da poco.

Praticamente “Otto e mezzo” fu girato in un questo stato d’animo particolare, Fellini sperimentò – sotto controllo medico – perfino LSD e la droga.

Federico a Gallipoli non ci venne mai, né allora, né in seguito, fece invece una breve (segreta) escursione a Lecce e a Palmariggi, dov’è  il Santuario della Vergine. Ci andò su insistenza della pia e devotissima moglie,  Giulietta Masina, ma in chiesa neppure entrò .

 Le cicale

Si soffermò  nella pineta e rimase colpito dalle …cicale, quelle stesse cicale  che doveva cantare  più tardi Salvatore Toma, il poeta magliese scomparso prematuramente, a soli trentasei anni, a causa dell’alcol. Federico andò in pineta e le vide  quelle cicale, vide il loro dramma.

Cicale morte, ai piedi degli alberi, tra gli aghi dei pini,   a migliaia, bianchicce, molli, gonfie, scoppiate a forza di canti estivi.

Ricordò quand’era bambino e le cicale della sua Romagna sostavano sugli alberi della pineta e lo inebriavano con il loro canto,  cassa armonica e maestosa del silenzio, un santuario del silenzio,  tra il verde e la polvere dove l’estate sembrava sprofondarsi  divertita. Sì, perché la polvere era come un belletto che ingentiliva l’estate.

Oggi   il viale di Palmariggi è asfaltato, ci sono i giochi per i bambini, macchine, cartacce e rumori, la pineta è semicombusta, gli alberi curvi e malati e non si sente più il canto ineffabile delle cicale,  quel canto  che sapeva sollecitarti la fantasia e ti faceva  fare delle divagazioni  deliziose.

Un tempo quelle cicale erano la poesia che veniva  a sostare sugli alberi profumati, a strizzarti l’occhio, a dirti che la vita è una cosa bella, piena di amore e speranza, anche se la strada non conosceva l’asfalto e gli alberi erano impolverati e noi avevamo un solo vestito e un solo  paio di scarpe.

Roma

E Fellini ricordò e vide tutto ciò, attraverso le cicale . Il suo fu un atto d’amore nei confronti di Palmariggi e delle cicale e l’amore – si sa – può tutto. Forse Federico ricordò l’amore per la città eterna, la sua seconda patria, la patria dell’anima. Ci era venuto,  diciannovenne appena, con la madre di origine romana, per studiare e prendere una laurea in giurisprudenza, ma invece di frequentare  l’Università, si innamorò delle strade degli odori delle ombre dei vicoli della città eterna e se ne andò a zonzo per Roma finendo  per fare  quello che voleva, il giornalista umoristico per il famoso bisettimanale Marc’Aurelio. La madre, disperata, se ne ritorna a Rimini e così Federico ha campo libero per fare vita notturna, frequentando cafè-chantant  e spettacoli di varietà.

Conosce persone che saranno  basilari per il suo futuro di regista: oltre il trio Maccari-Pinelli-Flaiano, Aldo Fabrizi con cui fa un sodalizio  che gli aprirà le porte del cinema, partendo dal varietà. E conosce, poi, Rossellini con cui farà (da sceneggiatore) il film “Roma città aperta”  e da aiuto regista  “Paisà .”

Giulietta.

Intanto ha conosciuto un’attrice di prosa e dopo solo sei mesi di fidanzamento l’ha sposata. Si tratta di  Giulietta Masina; e lo sapete  dove e come si sono conosciuti? A una festa da ballo (lui che non ha mai saputo ballare!). In casa della zia di Giulietta  si celebrava il diploma di maturità classica della Masina e  Fellini si fece coraggio e la invitò a un ballo. Era un tango. Improvvisò, forse si rese comico, non avendo mai ballato, e anche un po’ patetico, come non avrebbe mai voluto, ma fu proprio da quel tango galeotto che nacque il lungo sodalizio familiare e professionale che farà la fortuna del cinema italiano ( La Strada e Le notti di Cabiria furono entrambi premiati con l’Oscar).

Ora la moglie sta al Santuario di Monte Vergine, a pregare la Madonna, come Cabiria aveva fatto con la Madonna del Divino Amore, a Roma. E lui , forse in attesa di un altro miracolo, stava lì a guardare le cicale morte, a riflettere su “Gelsomina”, “Il Matto”, “Zampanò”.  Quel film gli era costato caro. Aveva rischiato di fare la stessa fine delle cicale di Palmariggi: scoppiare.

La strada

Pochi sanno che  a soli venti giorni dalla conclusione, il regista era stato colpito da una grave forma di depressione, una specie di Cernobyl della psiche. Cosa era accaduto? Lo racconta lo stesso Federico:

Era come se qualcuno avesse spento la luce, uno svuotamento psicologico, una nube nera che sommerge  l’umore e la volontà, un’opaca vertigine , la micidiale sublimazione di tutte le  angosce provate da bambino. Mi  sembrò che dovessi morire da un giorno all’altro, da un momento all’altro, fu come un black out totale”.

Federico si ritira in camera, ma non riesce a dormire, le notti bianche si sommano alle giornate di lavoro e poi ancora notti bianche. Deve tirare avanti al limite della resistenza. Giulietta lo porta da un psicanalista, Servadio, Federico riesce a tranquillizzarsi e arrivare in fondo. In qualche modo la Strada è la storia che racconta anche questo itinerario psichico, un vero e proprio sogno narrato, a rischio, che descrive il caso clinico del suo autore e come tale è suscettibile di infinite interpretazioni, chiose, ipotesi.

Se è vero che ciascuno di noi ha la sua fabula personale, non sempre facile da far emergere dai recessi dell’Es, questa rimane la favola più  tipica, dolorosa ed enigmatica di Fellini.

Intanto , Giulietta è uscita dal santuario di Monte Vergine, e lo chiama, lui accorre: Federico, dov’eri?

A guardare le cicale morte di Palmariggi.

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