Personaggi

Maria Corti e L’ora di tutti

Maria Corti

A Maurizio Nocera, fratello di spine e di penna

  1. Maria e il Salento

Caro Maurizio, ora che Maria Corti, la lombarda-salentina, non c’è più da molti anni, mi torna in mente in modo quasi ossessivo quella volta che la vedemmo, insieme, per l’ultima volta, nel porto di Gallipoli, dove impazzava il Premio “Balocco”, che tu avresti potuto goderti dall’alto della casa di tua suocera, senza essere mescolato in quella folla di trentamila spettatori vestiti a festa; ma forse noi siamo stati tra i pochi a cui è rimasto impresso un fatto singolare, che è un po’ il simbolo di quanto possa valere oggi la cultura in uno spettacolo del genere, diciamo pure uno spaccato del costume dei nostri tempi.

Noi avevamo ben in mente – per averne più volte discusso – della Maria Corti bambina, che seguì il padre nei suoi trasferimenti in Salento, della Maria che s’innamorò del Salento e non lo tradì mai per tutta la vita; della Maria Corti eccelsa filologa, innamorata di Dante, scrittrice, critica letteraria, accademica dei Lincei e della Crusca, fondatrice e direttrice di Riviste letterarie fondamentali come “Strumenti Critici” e “Autografo”, creatrice presso l’Università di Pavia del Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, un prezioso archivio (unico in Italia) di materiali autografi; una che aveva ricevuto il massimo riconoscimento dall’Accademia dei Lincei, unica donna tra i fondatori dell’Accademia del Salento nella famosa estate lucugnanese del ‘50, e parliamo di Comi, Corvaglia, Ferrazzi, Macrì e Pierri. Fu lei ad essere chiamata per rifare il sentiero delle rose e dei gigli selvatici sotto l’ “ Albero” di Comi, a ritessere ideologie funerarie dei paesi grecanici, al seguito delle prefiche che fanno la “moroloja” (le lamentazioni durante i funerali), nel cuore di paesi e civiltà dove la morte era la fine di tutto, viaggio senza ritorno, “chisura niura e tanta” (campagna oscura e sterminata), “panta nifta scotinì” (sempre notte buia).

  1. Trattata a pesci in faccia

Una come lei che aprì porte, finestre e riviere alla comprensione di una cultura sommersa che per secoli aveva convissuto con la nostra, a prezzo di sofferenze e laceranti contrasti; una come lei che dopo aver visto e conosciuto tutto quanto c’era di meglio, in termini di intelligenza, nobiltà, bellezza, in una sera d’estate del duemila sale sul fastoso palco odoroso di mare ciprie e lustrini, allestito nell’antico porto di Gallipoli, per il fantasmagorico premio “ Barocco”, ma lei è lì per ritirare il ripristinato e inutilissimo “Premio Salento”, inserito dal presidente della Provincia in quel contesto da Barnum, un vero e proprio Guinness del kitsch nel suo genere, (intendiamoci bene, Maria si è recata su quel palco solo per amore e nient’altro che per amore del Salento, sua patria dell’anima, non certo per l’importanza del premio in sè, avendone collezionati miriadi e di ben altro livello), ed ecco che viene trattata a pesci in faccia da un’ affascinante presentatrice dell’ovvio e della banalità qual è Milly Carlucci. (Certo, deve essere anche una buona cavalcatrice, la Milly, se riesce a rimanere sempre in sella al cavallo della Rai, nonostante i frequenti sbalzi d’umore). Forse la conduttrice non sa nulla di Maria Corti, né del suo romanzo, “L’ora di tutti”, “affascinante affresco storico sui martiri d’Otranto con tutto il suo ardente carico di giovinezza e d’amore, di passione e di sangue”, uno dei migliori libri che siano stati scritti sul Salento, di grande attualità e potenzialità simbolica.

 

  1. La sua ora

Forse Maria dovrebbe ricordare la sua profezia: “A ciascun uomo nella vita capita almeno un’ora in cui dare prova di sé: viene sempre, per tutti”. Ma la Corti, ormai ottuagenaria, credeva che la sua ora fosse già venuta e che la prova di sé lei l’aveva già data, quando era anche una fanciulla carina e graziosissima, piena di vita, freschezza e rossori e afrori e vagava nel Salento come una libellula, inseguendo sogni con quel suo sorriso che era un incanto.

E nonostante amasse moltissimo la vita, a 23 anni aveva preso la prima laurea in letteratura, a ventiquattro la seconda in filosofia, a ventisei era di ruolo in una scuola secondaria salentina, e aveva insegnato, a tutti i livelli, da Lecce a Pavia, dove ha fondato una vera e propria scuola di pensiero, lasciando una sterminata legione di allievi, anche qui nel Salento (Brizio Montinaro è uno degli esempi) che l’adoravano. Per non parlare del lavoro scientifico fatto spesso in condizioni estreme, viaggiando in terza classe con gli operai pendolari, da cui nascerà il romanzo “Il trenino della pazienza”, poi pubblicato con diverso titolo (“ Cantare nel buio”), gli studi decisivi sulla morfologia e sulla sintassi poetica italiana delle origini …Maria credeva di aver fornito prove di alto livello in tutti i campi (dai suoi studi dei poeti greco-bizantini al medioevo e all’amatissimo Dante, e poi Leopardi e Montale e da ultimo Fenoglio, ai romanzi, all’insegnamento) e della cultura popolare del Salento (pizzica compresa) vera antesignana e messaggera del Tacco d’Italia, ben prima del sopralluogo di De Martino.

  1. Salvatore Toma

Da ultimo, poi, nel Salento aveva scovato un poeta autentico, Salvatore Toma, appena conosciuto dagli addetti ai lavori e da un gruppo ristretto di amici, che lei invece ha fatto assurgere a dignità nazionale, facendo pubblicare da Einaudi (è il secondo poeta salentino, dopo Bodini, a cui riesce una cosa del genere) una silloge di poesie postume, “Il Canzoniere delle morte”. Secondo Maria, Totò Toma è una figura emblematica della nostra letteratura, un raro caso di maudit italiano, una sorta di poeta maledetto, alla Rimbaud, alla Verlaine, alla Baudelaire, tutta gente che non scherzava con l’oppio e l’assenzio e un tipo di vita sregolata, dissipata. Secondo la Corti anche Toma ha cercato la morte nella bottiglia di vino, che è stata una delle cause della sua malattia e della precoce scomparsa (è morto a 36 anni, di cirrosi).

Il poeta di Maglie portò quell’accelerazione esistenziale, come un sogno di un lontano mattino, un vagheggiamento di purezza assoluta, che rese candido, innocente e commovente l’incontro con il suo “canzoniere”. Ma forse la morte gli venne incontro non perché lui l’avesse corteggiata vagheggiata sospirata, ma semplicemente perché era venuta ” la sua ora”. E ciascuno di noi ha la “sua ora”.

  1. Boccadirosa

Anche per Maria evidentemente la “sua ora” non era ancora venuta e se ne accorse quando andò a ritirare il “Premio Salento”. Fu un’ora grottesca, più che umiliante. Chiamata sul palco delle meraviglie, con scie odorose di ballerine discinte, triti cantanti e ingrassati e attempati ex goliardici della TV, la Corti s’avvicinò al microfono convinta di dover dire due parole di ringraziamento, ma veniva dapprima bloccata e poi invitata a farsi da parte, trattata praticamente come un’intrusa, dall’ avvenente e fragrante Carlucci – “Boccadirosa” che l’aveva aggredita: “Cosa vuole fare, Signora?”. Maria balbettò qualcosa; non si era intimidita neppure di fronte a Einstein, Marconi, Fermi, Montale e Pirandello, e ora non sapeva che dire mentre veniva ricacciata indietro dagli inservienti. Era venuta la “sua ora”, quella di scontrarsi sul palcoscenico con la meravigliosa immaginifica “Boccadirosa” ed era ovvio che risultasse perdente. “Ma si può vincere anche essendo perdenti”. E infatti Maria Corti incassò il colpo da gran signora quale sempre fu nel corso della sua bella, nobile e preziosa vita, senza fare nessun accenno di protesta o lamentela, mentre “Boccadirosa” continuò (e tuttora continua imperterrita) a blaterare, facendo piovere parole come se fossero coriandoli, o caramelle, o cioccolatini sulla gente estasiata, porgendo con scaltrezza le grazie del suo corpo ancora avvenente e quel suo sorriso scintillante, un sorriso senza confini, avrebbe detto l’indimenticabile Sandro Ciotti.

Roma, 2015           Augusto Benemeglio

 

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4 pensieri riguardo “Maria Corti e L’ora di tutti”

  1. Grazie, Augusto Benemeglio. Non conoscevo Maria Corti, ma, da quanto apprendo e da quanto intuisco dalla lettura del tuo articolo, credo che sarebbe ignominioso per la Corti essere messa sull’altro piatto della bilancia nei confronti della Carlucci, facente parte della immensa schiera di otri vuoti della TV, una di quelle, che, come da te notato, pare cavalchi ancora molto bene il cavallo della RAI.
    Marino Giannuzzo.

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  2. Caro Marino, è sempre questione di sensibilità e di…gusti. C’è stato chi mi ha scritto provocatoriamente che avrebbe preferito la…Carlucci.
    Ma noi, salentini di nascita o di elezione (quorum ego) , non possiamo che essere fieri e orgogliosi di una donna straordinaria e strepitosa come Maria Corti, che nei tempi in cui il Salento non esisteva (dico letteralmente) neppure sulla carta geografica (parlo di subito dopo la guerra), ha saputo imprimere uno scatto e un’accelerata alle tradizioni, ai costumi, alla cultura salentina come nessun altro salentino di nascita (e parlo di grandi critici letterari come Macrì, Marti, Valli, De Donno, di grandi poeti come Comi e Bodini, di geni veri e propri come Carmelo Bene o Eugenio Barba) seppe mai fare. Quindi dobbiamo rimanere sempre eternamente grati alla Signora delle Ombre e delle voci Salentine, e dell’Ora di tutti, la grandissima Maria Corti.

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  3. Caro Augusto, come sempre mostri quel lato umano delle persone che fanno di te un ottimo scrittore e un grande uomo. Non conoscevo lo sberleffo della Carlucci alla nostra cittadina onoraria Maria Corti … dopotutto non c’era da aspettarsi altro da una televisione in mano a quattro cretinate ignoranti votati alla spettacolarizzazione. Vorrei solo rettificare una notizia: Salvatore Toma (a great poet) non morì di cirrosi ma per una puntura fatale che gli fu somministrata in ospedale. Tebe, la figlia, me lo disse chiaramente perché la storia della sua morte (alcuni dissero anche ‘suicidio’) fece, e fa, soffrire molto lei e la madre Paola. Ti saluto attendendo il tuo prossimo e, sicuramente, emozionante articolo.

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  4. Caro Vincenzo, la questione del suicidio di Toma la pose – purtroppo – la stessa Maria Corti ( “il canzoniere della morte” potrebbe sembrare una sorta di manifesto-dichiarazione al riguardo, anche se sappiamo bene che il poeta – come disse Pessoa – è un “fingitore”). La cosa fece inquietare (per usare un eufemismo) molto De Donno, magliese come lui, il quale me lo disse proprio in occasione di una trasmissione culturale che conducevo a Teleonda negli anni 2000-2005. A me sembrò (onestamente) anche un tantino geloso del fatto che Toma veniva pubblicato da Einaudi, mentre lui era stato pubblicato in un’edizione quasi privata da Scheiwiller. Però aveva largamente ragione. Quella della Corti è stata un po’ una forzatura; voler trovare ad ogni costo il maudit italiano in TotòToma. Per me Toma è quello che ho descritto in una recensione pubblicata a suo tempo su Espresso Sud, di cui riporto l’inizio:

    “”C’è stato un tempo in cui il Salento è stato tempio della memoria ancestrale , primo mattino del mondo, Eden silenzioso , dove forse non c’è Dio , ma un’attesa di Dio , si sta aspettando Dio, come in “Aspettando Godot”. Intanto gli aborigeni , deposte le armi , se ne stanno intanati nella grotta dei Cervi , a eternare la loro memoria in quella forse unica strana misteriosa felicità data dal colore dei primi graffiti. Ed è qui , idealmente , in questo panorama d’innocenza ricuperato , che Salvatore Toma fa muovere la sua penna a biro , rigorosamente colorata , azzurra , o , preferibilmente rossa.
    E’ qui che il poeta di Maglie descrive una nuova umanità , “Il rosso salento”,che non è quella del vino, ma del sangue. Ma nei suoi versi c’è anche l’informe, il caos eterno, l’assoluto più lontano, l’estraneità più impenetrabile e esclusiva , l’auto-emarginazione , l’isolamento da terra di frontiera , deserto , nuova Palestina , la storia e la cultura cristiana , con il tradimento di Giuda , la passione e la crocifissione di Cristo e il suo sangue che continua a scorrere e irrora la terra e va a finire negli ospedali o tra le sbarre delle prigioni , nei luoghi dove soffrono tutti gli oppressi della terra.
    Toma porta la sua dilacerante esplosione espressionista , quel gioco tra sospensione –rassegnazione e melanconia-sogno-pigrizia , che è tipico della realtà salentina e di tutti gli altri poeti e pittori “ maledetti” che fanno parte di quella costellazione novecentesca , di “seminale nuclearità salentina”, di cui parla Donato Valli, contrassegnata da una profonda e irrevocabile inquietudine che li esagita e li porta ad un estremismo espressionistico-azionistico virulento.
    ”Porta – dice Antonio Errico – “l’amore, la morte, la poesia. Come tre abissi, come tre cieli”.Porta – dice Valli – “tre dilemmi mentali : il rapporto vita-morte, il rapporto uomo-animale, il rapporto sogno-realtà.

    Io sapevo che la causa della sua morte (erronea, da quel che mi dici) fosse la cirrosi ( che Totò Toma fosse alcolista lo sapevano tutti, credo) , che è la più accredita. Ti ringrazio d’avermi fatto conoscere la vera causa del suo decesso, e chiedo scusa ai suoi familiari per l’errore , ma ciò non credo che sposti di una virgola quanto detto della sua poesia.
    Un abbraccio
    Augusto

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