Archeologia, Saggio, Storia

Salento d’argilla: Le botteghe neretine di ceramica: la vicenda degli eredi e dell’eredità di G. M. Perrone

di Riccardo Viganò

Place Publique de la Ville de Nardò (Neretum), Abraham Louis Ducros, acquerello, 1778
Place Publique de la Ville de Nardò (Neretum), Abraham Louis Ducros, acquerello, 1778

Questa è una storia che si svolge a Nardò sul finire del secolo dei lumi, il ‘700, allorquando  questo plurisecolare centro produttivo di ceramica esteticamente vincente come la Maiolica, a differenza di altri paesi specializzati in produzioni popolari , aveva intrapreso la strada di un lento ma inesorabile declino, lasciando trasparire solo il ricordo, non lontano, dell’ importanza delle sue produzioni in questa parte della Provincia di terra d’Otranto.

Il 30 Settembre del 1794 Giuseppe Maria Perrone, figlio del più noto faenzaro neretino Domenico, muore improvvisamente senza lasciare testamento né eredi diretti. Dopo alcuni giorni dal decesso, il 7 ottobre la vedova ed i parenti stretti si riunirono, nell’abitazione del defunto posta nella città di Nardò, per procedere ad un minuzioso e completo vaglio dei beni mobili ed immobili seguita da una stima in denaro al fine di una spartizione equa dei beni. Alla presenza di testimoni, il notaio annota tutti i beni mobili contenuti in questo “comprensorio di case, consistente in sala con tavolato colla sua scala di legno, Camera, ed Arcova tutte a lamia, ed un soprano a tetto”. La verifica dei beni comincia nella sala principale: “Entrati dunque nella sala di detto comprensorio, ritrovammo in primis quadri numero diece tra grandi, menzani, e piccoli; sedie numero undeci tre grandi, e piccole; una banca; un trepite, spieto, e cocchiara di rame; entro di detta sala esisteva uno stipo, in dove ritrovamo carlini otto di argento; sette forme e mezza di formaggio…

Oltre al mobilio casalingo, tra i beni custoditi vi sono anche “preziosi” materiali atti alla produzione e trasporto della maiolica; scrive il notaio: “Passati sopra del tavolato esistente entro di detta sala, ci trovammo un vaso pieno di smaltino [blu di smalto], un lettino con pagliaccio, due lenzuoli, ed una cultra novigni; un sacco di paglia dentro, un mezzo tumolo, e quattro reti per uso di metterci vasi per trasportarli […]. Quattro mazzi di stagno di verghe [] due altri di arena rossa bruciata per uso della sua art ”. Questa verifica si spostò poi nella “Bottega sita extra menia, luogo detto li Faenzari [tra l’odierna via Grassi e via duca degli Abruzzi], per proprio uso quella della sua arte di Faenzaro, consistente con più membri a tetto una sala a lamia col soprano coperta, ed ivi ritrovammo tutto quanto era necessario della sua stessa arte tutte in ordine, piena di vasi di diverse sorti del suo mestiere, cioè creta cruda, e cotta, lavorata e non lavorata, una fornicella piena di piombo bruciato, due membri di detto comprensorio quasi pieni di Nozzoli di trappeto”.

In un altro documento, redatto il giorno successivo, viene dichiarato che tutti i beni del defunto, abitazione e botteghe, sono ipotecati in riscatto alla dote della vedova in “costanza del di lei matrimonio” e che l’affrancamento di essi spetta agli eredi presenti. Chiarito che oltre l’usufrutto dell’abitazione, oltre a una parte del mobilio e del vestiario esistenti all’interno della medesima, apparteneva alla moglie del defunto maestro per contratto dotale, la stessa dichiara che portò in dote, venticinque anni prima, delle terre ed una abitazione situate nel territorio di Copertino che vennero liquidate dal defunto per un somma di cinquanta nove ducati e grane venti. La vedova, inoltre, affermò di sapere che la somma ricavata dalla vendita venne interamente “consumata sopra le botteghe site extra menia, luogo detto dietro le mandolfe, in dove il menzionato fù Giuseppe Maria soleva fatigare”, e pertanto ne richiedeva il rimborso con gli interessi spettanti.

Il tredici Ottobre gli eredi, riunitisi nuovamente, procedettero alla valutazione degli immobili e dei materiali per la produzione di ceramiche qui presenti, come crete depurate e non, lavorate e non lavorate, combustibili per la fornace contenuti nella bottega, e soprattutto di quelli usati per la smaltatura delle ceramiche come smaltino, stagno, piombo e materiali coloranti: “[…] quanto nelle botteghe predette tutto lo stiglio [attrezzatura] competente alla sua arte di faenzaro, in dove si trovarono ancora diverse faenze, e vasi di creta tutti compiti, e cotti, ed altri lavorati, e non cotti. Si trovarono di più due camere di dette Botteghe quasi piene di Nozzolo di trappeto, stimato per ducati dodici, una camera piena di creta, ed un’altra fuori di quella camera, che in apprezzo fu stimata per ducati cinque […]”. Gli eredi convenneroche era naturale la cessione delle botteghe ai fratelli Francesco e Saverio poiché “in questa Città esercitano la professione di faenzari” a patto, però, che il “peso, ed obbligazione che dovessero sborsare l’importo,ascendente in docati sessant’otto, e grana ottanta nove, ritenendosi li medesimi Saverio, e Francesco de Perrone, la somma di docati 9:84 di loro tangente, e la rimanente residuale somma ascendente in docati 59:05 promettono, e con giuramento si obbligano li medesimi a pagarli e soddisfarla ad essi di loro zii, zie, e cugini per tutto il mese di Agosto dell’entrante anno”.

Attraverso un altro atto notarile si viene a sapere che undici mesi dopo la scadenza del pagamento, Agosto del 1795, queste obbligazioni non erano ancora state quietate e perciò le parti interessate reclamarono l’immediata corresponsione del dovuto lamentando la mancata correttezza dei due parenti verso la promessa fatta. I due fratelli, tennero a precisare, che loro erano prontissimi a liquidare loro il dovuto compenso e che il ritardo era dovuto, carte alla mano, per “aver li medesimi soddisfatto alcuni debiti trovati sì di canone, compra di Nozzolo per uso di cuocer creta fatta dal suddetto Giuseppe, nonché per risarcimenti di dette Botteghe che ascesero, come ascendono, in unum, in docati venti uno, e grani quaranta nove, previa le debite note dall’istesso esibite”. Gli stessi Fratelli Perrone, in accordo con gli altri eredi, il 24 settembre dello stesso anno liquidarono “una casa a tetto con camera dentro, e pozzo ivi esistente per uso di bottega di faenzaro”, attualmente poste in via pellettieri noto quale antico sito manifatturiero oramai in disuso, e “per alcuni bisogni di essi primi costituiti”, ma soprattutto per “esimersi dall’annuo censo di carlini trenta, per il capitale di ducati sessanta, all’annua redimibile ragione del cinque per cento, alli R. R. P. P. Conventuali”, allo stesso momento le vendettero a Serafino dell’Anna per centosette Ducati, con obbligazione nel cedere parte dei diritti del pozzo a Giuseppa Mea.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...