musica, Personaggi

Don Raffaele Martina, prete e musicista

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Viene presentata oggi a Casarano, presso la parrocchia di San Domenico, un’inedita e singolare raccolta di spartiti liturgici dovuti all’estro musicale di mons. Raffaele Martina, di cui ricorre proprio questo 13 ottobre 2015 il 25° anniversario della morte. L’opera è curata da don Antonio Schito, attuale parroco di San Domenico, e dal m° Lucia Melgiovanni, con la consulenza musicale del m° Fabrizio Piccinno. Le partiture sono precedute dalla seguente nota biografica, a firma del sottoscritto, già edita nella miscellanea “Preti pugliesi del Novecento” (a cura di C. Dell’Osso, Roma-Monopoli 2008).

Stendere un profilo biografico di don Raffaele significa fissare sulla carta il ritratto di un genio. La sua personalità poliedrica e versatile, infatti, continua a irradiare fascino e stupore in chi lo ha conosciuto e in chi ha semplicemente sentito parlare di lui. Nacque a Casarano (Le) il 25 marzo 1924 in una famiglia cristiana, figlio di Giuseppe e di Michelina Cazzato. Maturò fin da fanciullo la speciale chiamata al sacerdozio, compiendo gli studi ginnasiali presso il seminario vescovile di Nardò e quelli liceali e teologici nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta. Fu un ottimo alunno e sempre si distinse per una non comune vivacità intellettuale. Per essere ordinato presbitero dovette attendere l’arrivo in diocesi della dispensa extra tempus, concessa dalla Sacra Congregazione dei Sacramenti il 9 ottobre 1948, firmata dal pro-prefetto, card. Luigi Masella. La richiesta però, era stata inviata erroneamente alla Congregazione del Concilio e rispedita indietro al cancelliere vescovile di Nardò, il can. Leonardo Filoni. Poté così essere ordinato il 18 dicembre 1948 in Casarano. Ancora diacono, nel novembre del 1948, il vescovo di Nardò Francesco Minerva (1948-1950) lo volle educatore e docente nel seminario diocesano. Don Raffaele seppe conquistarsi immediatamente la stima e la fiducia di superiori e alunni, infondendo in ciascuno una carica esplosiva di gioia cristiana. Don Raffaele, col suo quintale e trenta di peso per oltre un metro e ottanta di altezza, nel primo pomeriggio diventava un agilissimo calciatore. Come non sorridere, immaginandolo mentre corre a slalom tra i ragazzi, inseguendo il pallone, nel suo immenso “sottanone” nero! Quel che è certo, lo stravagante educatore riuscì a incanalare le effervescenze di tanti adolescenti – come molti di loro, ormai anziani, ricordano – nelle più svariate e briose espressioni artistiche, prima tra tutte l’attività teatrale.

Amico e confidente, sapeva essere fermo ed esigente quando era necessario. Le sue lezioni di italiano, latino e greco erano un momento attesissimo di autentica edificazione umana, culturale e spirituale. Custodiva un impressionante sapere enciclopedico in uno scrigno di semplicità ammaliante, che si dischiudeva senza riserve al servizio di tutti. Altro che saccenteria la sua! Quella poliedricità appariva un condensato di innata ecletticità, frammista a una insaziabile sete di conoscenza e aggiornamento. Secondo il suo tipico stile, anche la valutazione del profitto scolastico dei suoi alunni assumeva una connotazione ilare, atta a far prendere consapevolezza delle lacune e delle insufficienze senza però traumatizzare i ragazzi; e come fioccavano i voti alti a chi li meritasse, così chi si ostinava nell’asineria si ritrovava uno zero spaccato, un meno venti o addirittura un de profundis. In seminario minore Martina assunse fin da subito anche la direzione del coro, educando i chierici al canto gregoriano e a quello polifonico. Fu l’occasione per rendere pubblico e sperimentare il suo pregevole repertorio musicale, proliferato all’inverosimile fino agli ultimi mesi di vita. Ottimo compositore, si affinò nella scrittura di pregevoli canti liturgici, impostati a classica modernità. Si dilettò pure nella bizzarra creazione di motivetti goliardici e di intrattenimento, il più simpatico dei quali è certamente Quartetto in fattoria (con il verso cantato del gatto, del cane, della pecora e della gallina).

Nell’ottobre del 1950, don Raffaele fu nominato vicario cooperatore nella parrocchia casaranese di S. Domenico. Mantenendo la sola docenza in seminario, fece la spola tra Casarano e Nardò per un intero decennio, fino al 1960. Affiancò nel ministero pastorale l’anziano parroco don Pietro Cunderi, portando una ventata di novità in seno alla comunità. Per l’aggravarsi delle condizioni di salute di don Pietro, il 7 ottobre 1960 il vescovo Corrado Ursi (1951-1961) nominò don Raffaele parroco adiutore. Pochi mesi dopo, il nuovo vescovo Antonio Rosario Mennonna (1962-1983) gli conferì definitivamente il parrocato. Nel frattempo, già dall’ordinazione, era prete partecipante in seno al capitolo della collegiata ad instar di Casarano.

Don Raffaele seppe dare il meglio di sé, rivoluzionando l’immagine comune del prete classico, così come era omologata da almeno un secolo presso il popolo salentino. Predicatore raffinato e arguto, prese ancor più a cuore la liturgia e la arricchì col suo talento musicale, creando un coro che era una vera e propria orchestra: lui stesso insegnava i vari strumenti, dall’armonium, agli ottoni e finanche ai violini. Fu generosissimo nella carità, attento ai bisogni del seminario diocesano e delle missioni estere. Investì in prima persona nella formazione delle giovani generazioni. Spese ogni energia nella promozione dei gruppi di azione cattolica, introdusse con largo anticipò l’esperienza dei campiscuola estivi e creò mentalità sul fatto che la parrocchia non sia solo luogo di culto ma anche cenacolo di fraternità e di sano divertimento.

Vedute così avanguardiste non potevano non provocare dissensi, risentimenti e – perché no – anche gelosie. Le scorribande di don Raffaele e dei suoi giovani al mare, la promiscuità di un parroco tanto con i ragazzi quanto con le ragazze, creò scandalo nei soliti benpensanti e in chi usa vivere di ipocrisia. All’indirizzo del vescovo fioccarono numerose lettere (tuttora conservate nell’Archivio Storico Diocesano di Nardò), alcune delle quali anonime, che denunciavano l’immoralità e la leggerezza del prete casaranese. Incurante di ogni giudizio – ma chissà con che dose di pazienza e fede – Martina continuò imperterrito la sua missione. In poco tempo avrebbe conquistato anche gli spiriti più diffidenti e malevoli.

Negli stessi anni si distinse nell’insegnamento della religione cattolica presso il liceo classico di Casarano, guadagnandosi la stima e l’affetto dell’intellettualità locale e anche di quei docenti avversi o indifferenti alla fede per mera ideologia. Per tutti fu compagno di viaggio, umile maestro, testimone silenzioso.

Cappellano di Giovanni Paolo II dal 1989, fu vicario per la foranìa di Casarano dal 9 ottobre 1985 e membro del consiglio presbiterale diocesano per il quinquennio 1985-1990. Nel 1986, per i tipi dell’Editrice Salentina di Galatina, curò l’edizione della Vita di S. Giovanni Elemosiniere (patrono di Casarano), redatta nel 1782 dal dotto prete don Felice Lezzi. Tradusse così, dall’originale testo latino, ben centottantasei dimetri giambici e li raffrontò con un’elegante versione metrica in lingua italiana, dovuta anch’essa alla sua penna.

In pochi casi un epitaffio funebre fu così azzeccato, come quello che in un colto latino ricorda mons. Martina nella sinossi dei sacerdoti defunti, affissa nella sagrestia della chiesa madre di Casarano:

  1. Raphael Martina

Cappellanus SS. Joannis Pauli II

musicus, litteris latinis

graecisque doctus

magnam in instituendis iuvenibus

curam adhibuit

ac per annos fere triginta

officio paroeciae

Divi Dominici regendae functus est

denique diutino morbo confectus

dum annum aetatis suae 67 ageret,

pie misericordiam Dei adivit

die 13. 10. 1990

Dopo una penosa dialisi durata tre anni, don Raffaele si spense in giorno di sabato, alle 7.30 del 13 ottobre 1990. Aveva allietato con il suo fare gioviale e la sua profonda spiritualità anche la grigia corsia dell’ospedale civile di Casarano, affrontando con serenità cristiana le atroci sofferenze del suo stato e sorridendo perfino alla morte.

Con la sua morte, Casarano e l’intera diocesi di Nardò-Gallipoli persero uno dei figli migliori. Le esequie di don Raffaele furono celebrate il giorno seguente la morte, di domenica, mentre la squadra del Casarano disputava un’importante partita in casa. In tutto il Salento è celebre la passione calcistica dei casaranesi. Al passaggio del corteo funebre che accompagnava il feretro dell’amato parroco al cimitero, all’altezza dello stadio comunale di Casarano, la partita si fermò. I giocatori e i tifosi si raccolsero in religioso silenzio, finché un interminabile applauso non dimostrò l’amore filiale di una città verso un pastore e un padre, eccezionale come pochi.

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