Arte, Pittura, Recensioni

L’uomo di Max Sauvage

di Dario Massimiliano Vincenti

Max

Pittore, scultore, fotografo, artista versatile e dal pensiero autenticamente nuovo e quasi chiaroveggente, Max Sauvage ha scandagliato, reinventato e fatte sue in maniera originale e personalissima -innovandole, destrutturandole, vivificandole- tutte le profilature possibili dell’arte, ottenendo nel tempo (e con il tempo) risultati irripetibili e di grande bellezza, frutto “proibito” di un lavoro condotto con maestria, attenzione compositiva e rigore di tecnica su linee, disegni, colori, forme, prospettive, materiali. E poi, sorprendenti i “soggetti” rappresentati, riosservati di continuo in spazi fisici ed ambienti diversi, atteggiamenti e contesti mai uguali a se stessi, realtà di tempo disancorate dall’oggi e dalla storia come anche proiettate in avanti verso un futuro in cui tutto ciò che avviene è già anacronistico viepiù senza ricordi e senza memoria: esiste solo l’istante, il momento, mentre tutto scorre. L’universo iconografico sviluppato dall’artista (e sviluppatosi per inquieto esercizio di immaginazione nell’artista) s’incentra e trova perno diffusivo e demistificativo in una ricercata quanto meditata e non di meno irriverente identità zoomorfica ravvisata e disvelata nei soggetti rappresentati, trasbordante di crescente edonismo e soddisfatto erotismo; di tanto compiaciuto voyeurismo quanto indotto autoerotismo. Una sessualità prorompente e coinvolgente, e senza veli e pudori e paure, declinata in tutte le forme e le fogge assunte dalle tante maschere indossate dai protagonisti delle sue tele, delle sue fotografie e delle sue sculture. E ritorna, prepotente ed ossessiva, in Sauvage, la necessità di evasione creativa, di fuoruscita e di fuga da una realtà che non fa né vivere né sognare; di rifugio in un mondo parallelo a quello reale, con altre leggi e regole (fisiche, e soprattutto morali), dove reciprocamente gli uomini attingono e corrispondono all’animalità pura e gli animali all’umanità piena; dove gli uomini-animali,  immedesimazione iconica della razionalità-irrazionalità, stanno lì, quasi strisce di cartoons, dimensionati in una sorta di ingannevole labirinto, senza cercarsi né parlarsi. Con un’incomunicabilità che non è più quella oggettivizzata nei manichini senza bocca, né occhi, né orecchi, “fissati” in piazze deserte, ma quella data da un linguaggio disarticolato e frammentato in suoni che “gira” irriproducibile e continuamente nelle tante “teste diverse” (galli, civette, tigri…) che popolano (incontrandosi senza capirsi) il polimorfico mondo oltremodo e “oltre l’uomo” di Sauvage e che diventa un linguaggio sempre più irriconoscibile ed incomprensibile via via che vengono giù cadendo rovinosamente i tanti pezzi della torre costruita da mano d’uomo per raggiungere Dio. E oramai, dopo tanta confusa “babele”, assume verità soltanto il linguaggio del corpo, e dei corpi, anche feriti, alla cui forza gestuale ed energia segnica l’artista si affida per comunicare con l’altro da sé e con il differente. E così, a tutti i soggetti venuti fuori dal suo caleidoscopio immaginifico, l’artista concede una seconda, anche terza, ancora quarta ed ennesima possibilità di esistenza estetica, rendendoli a volte attori primi, altre volte anche comprimari, altre volte ancora semplici e fugaci comparse, più spesso maschere di teatro apparentemente insignificanti e quasi inutili: tutti si muovono qui con ordine, là disorientati, su palcoscenici dell’onirico e dell’assenza sempre più mobili e diversi, con storie raccontate a cui il pubblico in ascolto non sembra essere mai abbastanza preparato, con quinte architettoniche che cambiano di continuo fino allo spaesamento dello spettatore, ed all’interruzione del pensiero, in un vero e proprio perdersi dell’anima e dei sensi e del corpo anche dello stesso regista-burattinaio rimasto ormai orfano pure dell’idea di “dio”. E così gli attori, che siano “arruolati” o senza ruolo, vincitori o più spesso vinti dal dramma o dalla tragedia, si ritrovano ancora una volta protagonisti inconsapevoli nelle opere del Maestro Sauvage, con i segni d’appartenenza di sempre: nudità, sconvenienza, irritualità, superamento d’indole, disequilibrio, ardimento, clamore, scomposta gestualità, spontaneità, passione, eccesso, insania d’amore, eccitazione, sollecitazione sessuale…  E con davanti il mare. Un mare blu, in cui, forse, immergersi.
Così l’uomo. L’uomo di cui parla Sauvage.

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