Bozzetti di viaggio, Racconti, Scrittori salentini

Appunti di un viaggio in Sardegna

di Lorenzo De Donno

Sardegna Lorenzo De Donno
©Lorenzo De Donno: Isola di Caprera

La Sardegna, e l’arcipelago della Maddalena in particolare, ti stordisce di luce e di bellezza. La sua unicità si intuisce già dal ponte del traghetto, o dallo stretto finestrino dell’aereo, ma poi la si scopre, una volta sbarcati, ad ogni passo, in ogni scorcio  che si apre alla vista. Una terra a prova di distratti, che si fa subito amare e ti lascia, alla partenza, segni profondi, cicatrici di nostalgia indelebili. E, per quanto ospitale e generosa, non si concede interamente al primo venuto.

Nell’incantevole e selvaggia isola di Caprera, raggiunto il memoriale di Garibaldi, posto nella parte  alta dell’isola, si gode di una vista mozzafiato: a sinistra la Sardegna, a destra, quando non c’è foschia,  si  intuisce la Corsica montuosa. Nel mezzo, La Maddalena, circondata da tante altre piccole isole di roccia rosa, spiagge bianche e macchia mediterranea verdissima. Dal memoriale si dipanano quasi tutti i percorsi escursionistici.

La mitica Cala Coticcio viene denominata “Tahiti” per le sfumature incredibili del suo mare,  ma gli abitanti dell’arcipelago rigettano questo paragone perché, a loro parere, nessun posto esotico la può eguagliare. Si raggiunge dopo una discesa di quasi un’ora percorrendo un sentiero ingannatore lungo  un costone che precipita in mare. Io ci ho provato, ma l’impresa si è rivelata troppo impegnativa per me, abituato ad itinerari prevalentemente pianeggianti. Averci rinunciato, a poche centinaia di metri dall’ambito traguardo, sul tratto finale che richiedeva – a mio giudizio – un’abilità da alpinista, mi rode.

La Cala Napoletana, più  facile da raggiungere (e difficilissima da dimenticare), è un’alternativa  più accessibile rispetto alla più famosa “Tahiti”. Sarebbe stato saggio rimandare  ad un altro giorno la nuova escursione ma il senso di sconfitta si sarebbe acuito se avessi riattraversato il lungo ponte che riporta alla Maddalena senza aver conquistato almeno una delle fantastiche cale di Caprera. Dopo tre ore complessive di discesa, risalita e nuova discesa, finalmente, senza più forze, raggiungo  la spiaggia,  incastonata fra le rocce di un anfiteatro naturale che emerge dal mare, realmente turchino.

Ho i polpacci devastati dalle spine di cespugli che ho incautamente attraversato. Ho sentito la pelle tirare e poi lacerarsi. Ma era troppo bello quello scorcio di panorama,  intravisto fra gli arbusti di mirto e ginepro, e non volevo perdermelo.  Nell’acqua salata, freddissima, le ferite bruciano, i lividi sotto le piante e fra le dita dei piedi, causati dal passaggio sui  ghiaioni di sassi aguzzi, affrontati con scarpe inadatte, tarderanno un poco a scolorire.

Pago volentieri il mio tributo e mi  lascio conquistare dall’aspra bellezza del luogo, condividendone l’emozione con pochissimi altri turisti, tutti stranieri. Si tratta di una coppia di spagnoli ed altre due di francesi, attrezzati peggio di me. Li ho incontrati mentre risalivo  dalla Cala Coticcio ed hanno ben pensato di tornare  indietro subito anche loro, piuttosto che fermarsi, poi, più avanti. Si sono accodati nella nuova discesa, più agevole per tutti. La signora spagnola  mi sprona ad immergermi completamente, mimando il gesto del tuffo in tutti i modi che le sono possibili, saltellando con le mani giunte, improvvisando un conto alla rovescia con le dita della mano. Vorrei dirle di non insistere, spiegarle, giustificandomi,  che  nel  Salento si usa conversare un po’ con gli amici, con l’acqua al ginocchio, prima di tuffarsi ed il mare, poi, non è mai così freddo. Ogni volta che, dimenticandomi della sua presenza, mi volto verso di lei, rieccola pronta con un nuovo conto alla rovescia, a mimare lo stile libero ed il nuoto a rana.  Mia moglie, che ha raggiunto con quattro bracciate il centro dell’insenatura, se la ride di gusto.

Sul lato sinistro di questa cala stupenda, dei lastroni sembrano staccarsi dalla montagna e scivolare verso il mare, sovrapponendosi l’uno all’altro come le tessere di un  enorme domino. Alla loro base c’è una spiaggia di sabbia fine e bianchissima. Sul lato destro ed alle mie spalle  prendono forma  i personaggi stilizzati di un presepe e tante altre rocce antropomorfe, disegnate dall’erosione del vento. E poi, ancora,  animali, fiori, festoni, scene infernali con diavoli e teschi, facce mostruose. Corpi nudi, pietrificati, che si intrecciano e si tuffano nell’acqua di cristallo. Tutto di granito rosa.

La suggestione di quelle sculture naturali è fortissima e devi sforzarti per interrompere il gioco di immaginazione perché, ad un certo punto, ti rendi conto che ha preso il sopravvento e ti sta conducendo oltre la razionalità, quasi sul limite dell’allucinazione. Meglio fissare il mare liscio, allora, distrarsi con i giochi di luce iridescenti sul basso fondale, amplificati  dalla composizione cristallina della sabbia, inseguire l’ombra di un grosso pesce, risalito dal blu cobalto del  punto in cui l’abisso sprofonda.

La Sardegna, più di ogni altro posto in Italia, ti sorprende con la varietà dei suoi panorami,   la qualità  degli  incontri, i sapori, i  profumi e le sue tradizioni.  La tentazione di “portarsi dietro” quanto più è possibile è troppo forte, è quasi un’esigenza compulsiva quella di fotografare sempre tutto. Poi subentra il buon senso, la consapevolezza che  l’ansia di riprendere ogni immagine,  di registrare ogni suono, di trovare l’inquadratura giusta, sciuperebbe il godimento di quel singolo, irripetibile, momento che stai vivendo. Allora spegni tutto: cellulari, fotocamere e navigatori e cerchi solo riferimenti mentali solidi per fissare bene i ricordi, per poi tradurli nelle parole giuste con le quali proverai – al ritorno – a  raccontare quell’esperienza a chi vorrà ascoltarti.

Di questo viaggio, appena concluso, infatti, le foto più belle sono quelle che non potrò mai far vedere, quelle che non ho scattato. Per pudore e rispetto di persone e di luoghi, perché non ero pronto  o perché non sarei riuscito, in ogni caso, a rendere giustizia al soggetto ed alla circostanza.

L’ espressione solare di Anna ed il sorriso appena abbozzato di Antonello (perché un sardo domina sempre le sue emozioni), che ci hanno ospitato, quando ce li siamo  trovati di fronte, allo sbarco dall’aereo, con un cartello di benvenuto. Erano in prima fila, insieme alle guide turistiche ed agli autisti degli alberghi. A casa loro un altro cartello, questa volta con il nome di mia moglie ricamato, indicava la stanza che ci avevano riservato.

La casa di zia Rosa a Nuoro e poi quella di Sedilo, le tavole apparecchiate con semplicità ma imbandite di pietanze irripetibili in qualunque altro posto. Le sue tende di lino ricamate, il lavoro ad uncinetto appoggiato sul bracciolo di un divano, che sembra una composizione da quadro ottocentesco. Il suo orto curato, nascosto da  alti  muri di blocchi di basalto nero e malta bianca, i suoi limoni, il liquore di mirto che stordisce per il profumo, ancor prima dell’alcool che contiene.

I tuffi dei delfini,  a largo dell’isola di Spargi, che sembrano imbastire il mare con un filo bianco di schiuma. Lo scambio di sguardi soddisfatti del capitano del “Vagabondo” con la sua guida turistica, alle esclamazioni di meraviglia dei gitanti per quell’incontro inaspettato con i cetacei, possibile ma mai scontato in quelle acque. E pensare che avevano anche ridotto il biglietto, quel giorno, per cercare di fare concorrenza alle barche più grosse e moderne. Chi si sarebbe mai lamentato per i 5 euro spesi in più dopo una giornata così piena ed emozionante?

I fantini dell’Ardia che cavalcano fieramente i loro destrieri scalpitanti, all’imbrunire, intorno alla “cattedrale rupestre” di San Costantino, a Sedilo, incastonata sul pendio di una collina che degrada sul lago. Il loro evento di luglio è prossimo, e non è un “gioco” ma una celebrazione, quasi un  rituale che si tramanda di generazione in generazione, ne sentono pienamente l’importanza e la responsabilità.

I camerieri che si affrettano, con le camicie stirate sulle grucce, nel tardo pomeriggio a Porto Cervo. Ognuno entra nel suo ruolo, a quell’ora, anche la coppia di ricchi (o pseudo ricchi) che ha già indossato i completi firmati e lascia nei vialetti fioriti una scia di profumo che li seguirà fino al tavolo, bene in vista, di un ristorante costoso.

Nella foto di gruppo ideale non mancherà Alessio, che è uscito dal rigore del suo ruolo sociale,  ed ha abbandonato i suoi nuovi libri freschi di stampa da leggere, per rivestire quello di nostro assistente di spiaggia. Una gentilezza continuata fino a sera, con la cena da lui offerta. Ed un posto centrale, nella stessa foto immaginaria, lo riservo a Raffaele e Maria Rosaria (entrambi insegnanti) che, pur conoscendoci appena, hanno “bruciato” un  loro giorno di riposo per cucinare per noi e trasformare la loro bella casa di Cagliari, posta in mezzo alle bouganville ed ai gelsomini, in un improvvisato B&B, rendendo vano ogni nostro tentativo di andare a pernottare in albergo, come da programmi, o di andare a cena fuori. I sardi hanno un senso dell’ospitalità assoluto e, proprio per questo, va accettato senza esitazioni (perché rifiutare sarebbe una grave offesa e poi, sulla resistenza, vincerebbero sempre loro).

L’anziana tabaccaia del paese che fa pagare con il computer le bollette della luce e del gas ai suoi compaesani, conosce a memoria gli orari dell’autobus e non sbaglia il resto di un centesimo.

I volti fieri e bellissimi delle donne  di tutte le età, i loro occhi scuri, profondi ed espressivi, il loro modo di parlare, con un fil di voce, una lingua misteriosa, musicale e senza alcuna asprezza.

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4 pensieri riguardo “Appunti di un viaggio in Sardegna”

  1. Da quello che scrivi caro Lorenzo traspare un grande amore per questa terra che ti ha saputo regalare una vacanza indimenticabile. E pensare che io la Sardegna non la conosco affatto , ma mai dire mai. Un abbraccio. Isabella

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    1. Grazie Isabella, è un mondo tutto da scoprire. La Sardegna non è una regione ma una nazione nella nazione, con una sua lingua, l’inno nazionale (peraltro anni luce più bello dell’inno di Mameli). Non esserci mai stati, paradossalmente, è un vantaggio perché aumenterà lo stupore nel momento in cui ci andrai. Te lo auguro di cuore.

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