Scrittori salentini, Scrivere il Salento, Storia

Un anno a New York: storie di emigrati

di Lucio Causo

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Una notte a New York, in una trattoria fra uno slum italiano e un quartiere negro, attraversando un vicolo semibuio. Alla chiusura del locale, un uomo anziano russava, la testa e le braccia abbandonate su un tavolo, bicchiere e bottiglia vuoti. Il proprietario, un pugliese bonaccione, gli si avvicinò, lo prese sottobraccio e lo accompagnò fuori. L’aria era fredda e il vento tagliava la faccia.

La sbornia non durò a lungo. Dopo un po’ rientrarono nel locale.

“ Un caffè, paesano?”.

“ Sì, grazie, paesano”.

Mentre porgeva la tazza, gli chiese dove aveva perduto le dita della mano, e quello cominciò a raccontare la sua storia.

Circa vent’anni prima, era venuto in America lasciando in paese la moglie e due figli.

“Appena messo piede a terra insieme con altri paesani, si avvicinò un boss e ci chiese se volevamo lavorare in un cantiere a stendere binari. Dopo i preliminari per l’ingresso in America, il boss ci avviò in un luogo sperduto e selvaggio. Il sorvegliante dei lavori era un irlandese molto duro che ci faceva lavorare come dannati, sotto la minaccia di un frustino, italiani, negri e cinesi. Qualche volta mi veniva l’impeto di saltargli addosso e strozzarlo”.

“ Ma poi? Chi avrebbe pensato ai miei figli?” disse, fissando lo sguardo nel vuoto.

“ Finito quel lavoro si presentò di nuovo quel bastardo di boss italiano traditore e ci propose di lavorare in un altro cantiere. Lo guardai di traverso, con gli occhi di fuoco. Il boss si spaventò e incominciò a indietreggiare.

“ Sfrutta i negri, se vuoi – dissi – e non o tuoi fratelli”. Me ne andai. Qualcuno mi seguì.

Quando tornai a New York ero disperato. Consumai tutti i soldi guadagnati in quell’inferno e cercai lavoro al porto. Ero uscito da un inferno e capitai in un altro, peggiore del primo, dove la vita di un uomo valeva meno di quella di un cane”.

Tornò a guardare nel vuoto.

“ Vent’anni di sacrifici e qui, dentro di me, non ho più niente. Duro anche il cuore, come una pietra. Ho lavorato nelle stive delle navi, sui ponti, sulle banchine, ho manovrato gru che basta un attimo di disattenzione e volano via le dita e qualche volta anche la vita. Tutto era difficile, specie ai primi tempi. Il lavoro dovevi elemosinarlo e bastava che la tua faccia non fosse gradita e il boss  ti mandava via gridando. Bastava che per una sola volta tu non fossi disposto a pagare il pedaggio che restavi a mani vuote., dopo ore di attesa, senza lavoro. E dovevi chiedere soldi agli strozzini e la fatica di settimane se la mangiavano senza scrupoli. Non sapevi a chi rivolgerti, tutti erano contro di noi, tutte facce da patibolo che spegnevano un uomo come un fiammifero”.

Soffiò su un immaginario fiammifero.

In vent’anni ne ho viste tante. Quante volte volevo lasciare questa terra maledetta. Ma che figura avrei fatto con parenti ed amici tornare più morto di fame di prima. Così non c’era scelta: o tornare in paese ad aspettare in piazza per essere ingaggiati e portati in campagna dai caporali a mietere e zappare, oppure aspettare qui al porto di New York per essere chiamati dal boss e mandati nelle stive delle navi a scaricare quintali di caffè, canapa, banane, tabacco. Che differenza c’era? Almeno qui in America il denaro, quando lavori, te lo danno subito. La verità è che quando nasci disgraziato muori disgraziato”.

In un altro angolo del vecchio porto di New York c’è la Trattoria Italia. La sera vi si ritrovano gli emigrati, per lo più italiani del Sud. Chi giocava a briscola chi a scopa chi a tombola, un bicchiere di vino accanto, il sigaro in bocca, gli occhi gonfi di fumo che ristagnava nell’aria, nei vestiti, nella gola. I giocatori si parlavano, scherzavano; di tanto in tanto scoppiava una lite alla quale nessuno rimaneva estraneo.

Anche quel sabato sera, la Trattoria Italia era gremita. Era già tardi, ma a nessuno veniva voglia di lasciare il calore del locale. Fuori c’era la neve e faceva tanto freddo. Almeno quegli uomini disperati stando insieme, parlando la stessa lingua, pensavano di essere al paese, alla bottega del vino, con gli amici, mentre i figli giocavano in piazza e la moglie preparava qualcosa da mangiare quando c’era, altrimenti un tozzo di pane e cipolla e le olive col sale. Si aprì la porta ed entrò una ragazza. Si fermò un attimo, il tempo di appoggiare al muro una chitarra, di togliersi un mantello che appoggiò sulla sedia più vicina. Poi allargò le braccia come per abbracciare tutti, sul volto un sorriso luminoso e gridò: “Buonasera, fratelli italiani!“. Tutti si voltarono in direzione della ragazza che, intanto, aveva preso la chitarra e con un balzo da cerbiatta, era saltata su un tavolo. “Cos’è questa tristezza fratelli”, gridò ancora e la sua bellezza si mostrò con la pienezza dei vent’anni e si riverberò sui volti di quegli uomini stanchi che ora guardavano la fanciulla come affascinati, come una visione di figlia, di sposa, di madre. Nel silenzio che si fece profondo, la ragazza disse: “ Ho pensato di venirvi a trovare per farvi sentire una canzone sulla nostra terra che ho composto io stessa. È un dono che faccio a tutti voi”. E accompagnandosi con la chitarra incominciò a cantare. Alla fine così concluse:

Oh! bella Italia cara

ti vogliamo rivedere

da questa terra amara

noi vogliamo un dì fuggire.

Le ultime parole furono coperte da un coro di urla. Balzati in piedi quegli uomini tendevano le mani e ridevano e piangevano. Avrebbero voluto portare in trionfo la fanciulla che aveva recato la benedizione della buona terra lontana.  Un ex minatore siciliano, le si accostò e baciandola in fronte disse: “Dio ti benedica, figliola, per la gioia che hai dato a tutti noi e per la speranza che hai saputo metterci nel cuore”.

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