Arte, Pittura

Tre opere del maestro Ernesto Leone

di Filomena Refolo

Interiora
Interiora

Ernesto Leone vive nel Salento ma nasce a Catania il 28/5/1948. Cruciale nella sua formazione è stata la frequentazione (all’età di nove anni) della bottega dello scultore Zagarella di Catania e gli studi successivi presso l’Accademia di Brera negli anni ’60.  Punti d’approdo importanti sono stati in seguito mostre e riconoscimenti a Venezia e Milano. Artista ed intellettuale eclettico ha fatto della ricerca e della curiosità verso tutte le branche della conoscenza il fondamento della sua vita divenendo il punto di riferimento di tanti giovani e meno giovani che “lo visitano” come un sito continuamente aggiornato.

Quando si osserva un dipinto che ci ha particolarmente colpiti accade che lo spirito creativo che ha spinto l’autore a dipingere il quadro si trasferisca nell’osservatore. Questi, infatti, con la sua personale percezione dell’opera, dà vita a un doppio movimento reciproco: l’autore, esaurito il suo compito affida il suo lavoro all’osservatore, che ridesta e, a sua volta ricrea, l’opera d’arte. Non avviene così anche nelle favole e nei racconti? Essi ci sono stati tramandati nel corso dei secoli e per tramite di innumerevoli narratori, per giungere fino a noi, ai nostri giorni. I fratelli Grimm, Christian Andersen, Gianbattista Basile hanno collaborato coi nostri nonni, ci hanno raccontato quelle storie, riprese dalla tradizione orale, che spesso possono fare a meno della penna dell’autore ma mai dell’arte del narrare.

Molte di queste storie derivano dai racconti delle “Mille e una notte” e dai personaggi e dai miti della tradizione biblica ebraica e cristiana. Il maestro ricorre spesso a questa arte del raccontare, lo fà per immagini. Immagini che evocano, per esempio Re Salomone o Suleyman, intento a chiudere in lampade o bottiglie i Jinn che avevano provato a ribellarsi alla sua autorità. I Jinn o Geni erano una sorta di angeli o demoni creati da Dio per servirlo ed erano preesistenti alla creazione dell’uomo. I loro poteri erano grandi così come la loro struttura fisica. Molti di essi, avendo tentato di ribellarsi a Dio, furono precipitati sulla terra, e un numero cospicuo di loro operò al servizio di Re Salomone che li asservì e li utilizzò come schiavi. Ciò fino a una ulteriore ribellione che meritò loro la condanna alla prigionia dentro lampade o bottiglie che furono poi disperse nel deserto o affidate alle acque dei fiumi e del mare. Si trattava di esseri tendenzialmente malvagi, a dispetto del genio di Aladino, che una volta accidentalmente liberati uccidevano i malcapitati liberatori.

I Jinn
I Jiin

Spostiamo il nostro sguardo verso altri quadri. Il “Golem” e poi la “Praga d’oro”. Il maestro ci suggerisce altre storie.  Importante osservare le scritte sulle fronti del Golem e delle altre figure EMET (verità) MET (morte). Si racconta che nel XVI sec a Praga ai tempi dell’imperatore Rodolfo II, un Rabbino, Bezalel Jehuda Loew, attraverso anni di ricerche passati ad esaminare ogni possibile combinazione di lettere che si poteva trarre dagli innumerevoli nomi di Dio, avesse alla fine trovato la formula giusta. Egli costruì il suo omuncolo con l’argilla e incise sulla sua fronte le lettere divine che formarono la parola EMET. Poi lesse ad alta voce quelle parole e il Golem prese vita. Ne costruì in seguito parecchi altri che lo servirono egregiamente in ogni necessità. Da osservare che mentre i Jinn erano creature di Dio, i golem erano creature dell’uomo. L’uomo dunque diveniva demiurgo, creatore al pari di Dio. Per ovviare a questa Hybris, Rabbi Loew decise di sopprimere i golem. Come? Tolse la letterra aleph dalla parola EMET che divenne così MET(morte). C’è chi insinua però che il vero motivo della soppressione dei golem stava nel fatto che essi tendevano a crescere smisuratamente finendo col far danni e col risultare ingestibili. Un’altra annotazione: questa leggenda ci rimanda negli anni a cavallo tra il XIX e il XX sec., alla Praga di Kafka, di Gustav Meyrink (che scrisse una sua versione romanzata del golem) e soprattutto di Karel Capek autore del romanzo che diede il nome ai robot che conosciamo ai nostri giorni. Il suo racconto teatrale “RUR” (Rossumovi Universalmi Roboti-Robot universale di Rossum) faceva uso dell’appellativo Robot per la prima volta nella storia della letteratura e della scienza. Robot in ceco significa schiavo, servo era una replica dell’uomo, destinato ad assolvere ad alcune funzioni di questo. Continua la concezione del golem come servo dell’uomo come il jinn lo era stato di Dio. Sicuramente una figura analoga è la figura della creatura del dott. Frankestein di Mary Shelly.

golem
Il Golem

Vorrei concludere con un quadro che ritengo ricco di significati dal livello teologico a quello filosofico a quello scientifico. È il “Videmus Nunc”. In un brano tratto dalle “Lettere di San Paolo Apostolo ai Corinzi”, san Paolo dice  «Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum»: vediamo adesso il mistero (della vita) come attraverso uno specchio, ma allora (nel giorno della resurrezione della carne) faccia a faccia; “Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò così come sono stato conosciuto”. Uno dei tanti quesiti cui il Santo cerca di dare risposta è quello legato alla conoscenza della nostra vita e di come e in quale forma ci reincarneremo. Saremo vecchi come alla fine della vita o giovani perché siamo morti prematuramente? Saremo quella figura che oggi riflettiamo nello specchio? No. Ci vedremo alla fine come solo Dio adesso può vederci. Solo Dio, infatti, per un credente, può osservare il segmento della nostra vita dal suo inizio alla fine, come un unico corpo, in un unico istante. Il tempo e le dimensioni sono solo il modo che hanno gli esseri umani di percepire la realtà ma questa vive ed opera a prescindere dal fatto che noi la consideriamo come durata e spazio. Senza ricorrere ad esseri soprannaturali, la scienza ci insegna a vedere al microscopio dei batteri, che non potremo mai percepire ad occhio nudo: al microscopio possiamo riuscire a vedere la nascita e la morte, come in un solo istante. Ma quell’istante che noi assegniamo a quella vita ha una storia, una sua durata, non meno importanti del corso intero delle nostre vite. Quei batteri non possono percepire i nostri corpi perché siamo per loro smisuratamente grandi. Essi percepiscono dunque solo i vuoti tra una particella e l’altra del nostro corpo. Allo stesso modo noi siamo impossibilitati a percepire esseri incommensurabilmente più grandi di noi, che si tratti di Dio o di altro.

videmus
Videmus Nunc

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