Cultura salentina, Poesia, Poesie

Piantar pantere?

di Cesare Minutello

© Giuseppe Diso: Estate (olio su tela)
© Giuseppe Diso: Estate (olio su tela)

Da quando Antonio Riccardi, editor interno della collana Lo Specchio, ha forzatamente annunciato, nel 2015, l’uscita dalla Mondadori, si sono aperti vari dibattiti sullo stato di salute della poesia, sulla sua compatibilità con la cultura del Whats App, insomma  se è da considerarsi ancora in vita, moribonda o addirittura morta, almeno nelle sue espressioni più alte. Probabilmente oggi appare perdente nel suo essere così tenue da risultare prossima alla sconfitta se contrapposta al frastuono che è intorno, un desertico frastuono uniformemente piatto, uguale e continuo a tal punto da equivalere al non-essere, al silenzio del silenzio. I molti libri di poesia che vengono pubblicati, il fiorire indiscriminato di post e di blog con annessi autori per lo più semidisperati alla ricerca di una qualche visibilità per accendere un lumicino sulla propria vacuità esistenziale, non fanno che accentuare questo silenzio: sono tanti e tanto sprovveduti di conoscenze da alimentare una irrefrenabile discesa verso abissi che di profondo hanno solo la faciloneria semplicistica e banalizzante di un versificare da gonzi della letteratura. Vero è che i versi (quelli veri) vivono su un paradosso quasi inestricabile, anzi sono questo paradosso medesimo: da un lato il poeta trae titolo di legittimità dal fatto che il proprio linguaggio non sia necessariamente reificabile (e ciò però significa che si tratta di un linguaggio non immediatamente fruibile e comunicabile), dall’altro lato si tenta, si deve tentare e si deve richiedere per la poesia uno status e un’accoglienza a tutti i livelli. La questione implicita è se in questo tempo, il tempo dell’inautentico e delle banalità possano trovare un posto le rime. Allora la questione appare più chiara: la cultura massmediatica  e quella umanistica si possono incrociare, se, anche partendo da facili leggibilità , magari anche da un testo annacquato di un cantautore qualsiasi (imparato a memoria perchè consente una lettura ed una interpretazione surfing) si riesce a creare una pur piccola massa di lettori che sappia a poco a poco interessarsi sempre più al versificare compiuto, passando gradualmente a letture sempre più in profondità e ad autori sempre più autorevoli, iniziando ad apprezzare, oltre alle improbabili liriche di un Pinco Palla qualsiasi di un qualsiasi sito internet, anche le performance apparentemente avvolte nelle nebbie e nelle oscurità di un Celan o di una Rosselli. A questo punto può non importare se il nostro tempo stia avallando una pseudo-poesia ridotta a mero consumo usa e getta ed a parodia di se stessa: è importante porre la questione e catturare almeno parte dell’incontrollato bacino di utenti fondando un pubblico di lettori e, perché no?, di scrittori, sempre più competenti ed esigenti. La missione è ardua certamente in un contesto come quello in cui ci dibattiamo, ricchissimo di povertà, a tutti i livelli. Povertà proprio oggi, nella società globalizzata, del libero (sic) mercato e dell’altissima tecnologia? E’ il buon Heidegger ad aver già risposto a questa domanda: ciò che minaccia l’uomo nella sua essenza è l’ingannevole convinzione che attraverso la produzione, la trasformazione ed il governo delle ENERGIE naturali, egli possa rendere agevole a tutti ed in genere felice la situazione umana. Ma questa pienezza tecnico-scientifica produce anche vuoto e POVERTA’. Crediamo davvero che la facilità di accesso e fruizione di internet abbia reso agevole e possibile a tutti il diritto di fregiarsi del titolo di POETA?

Però riuscendo a partire da questo vuoto, da questa povertà, sfiorato l’orlo dell’abisso, si deve tentare una marcia verso la Beltà del Canto, una marcia intrapresa da chi la pubblica, chi la scarabocchia, chi la legge, chi ne argomenta o più semplicemente se ne interessa, una marcia verso l’ottima poesia che in nazioni come gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna (tanto per fare alcuni esempi) non ha conosciuto e non conosce pause o staticità.

Il poeta Antonio Sagredo (peraltro anche erudito conoscitore della letteratura russa) intervenendo sulla poesia “Amore” di Maria Cezza pubblicata tempo fa su Cultura Salentina, ha scritto che (quella) sarebbe piaciuta alla Cvetaeva. Ecco, la speranza , o la necessità, è che chi ha letto la nota abbia trovato lo spunto per andare a scoprire (quanti, in effetti, hanno letto sillogi dell’irripetibile russa?) la grandezza di Marina Cvetaeva. Questa sarebbe un’ottima interazione tra massmediaticità e approfondimento umanistico, trampolino di lancio verso il mantenimento in vita della Poesia, anche la più “difficile”ed apparentemente meno accessibile. Perchè, come ha detto Geoffrey Hill, la parola accessibile è perfetta in certi contesti: per esempio i bagni pubblici devono essere accessibili per chi si muove sulla sedia a rotelle. Secondo il suo punto di vista, la poesia “difficile” è la più democratica, perché fa al pubblico l’onore di supporre che sia composto da esseri umani intelligenti. Molta poesia populista (e parecchia vive e vegeta su internet! -ndr-), sostiene, tratta la gente come se fosse stupida. Toccando i più triti e ritriti dei sentimentalismi ed i più stucchevoli prati dove trovano facile fioritura lagrimucce, sospiri e pacchianerie varie, aggiungo io. Allora tendiamo al meglio, piantiamo sillabe nella sassaia, le sdrucciole e le piane, qualcosa oggi d’inusato. Se ci riusciamo, piantiamo pantere, là in fondo, catturandone gatteggio e profumo, se è vero, come scriveva Zanzotto, che la poesia è una pantera che sfugge di continuo lasciando di sé il solo profumo.

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3 pensieri riguardo “Piantar pantere?”

  1. Dove va la poesia italiana?

    Ne ha messa di carne a cuocere con il suo “Piantar pantere?” l’ottimo Cesare Minutello!
    La lettura del suo articolo – nel quale, ancora una volta, ho potuto apprezzare vastità di cultura e profondità di pensiero – mi ha subito richiamato alla mente la stupenda intervista rilasciata a Giorgio Lotti da Giuseppe Ungaretti nell’indimenticabile serata dello sbarco dell’uomo sulla luna.
    Dopo aver sottolineato l’unicità di quella notte e la possibilità di una nuova e più approfondita conoscenza fisica e scientifica della Luna, ad ulteriore commento dello storico evento il grande Poeta aggiunse: “… la Luna rimarrà sempre per i poeti, e penso anche per l’uomo qualunque, la stessa Luna”.
    Da allora sono trascorsi quasi cinquant’anni e il mondo ha conosciuto un’evoluzione scientifica e tecnologica tanto rapida e radicale quanto imprevedibile.
    Profondamente mutati – per quel che più ci interessa – gli strumenti e i modi della comunicazione (Internet, fax, tablet ecc.) del nuovo villaggio globale in cui sembra che tutto avvenga in tempo reale. Inevitabili e di grande rilievo le conseguenze sul costume e sulla mentalità.
    In sintesi potremmo dire che accanto alla società dell’avere, fondata sul culto del dio danaro e del successo ad ogni costo, sia cresciuta, affiancandola senza sostituirla, la società dell’apparire.
    Ebbene, in questi tempi di telenovelas e serial televisivi, di paillettes e lustrini, di imbonitori e saltimbanchi, di grandi fratelli e talent scout, di falsi scoop e trasmissioni taroccate, insomma del trionfo assoluto del banale e dell’effimero, si può ancora dire con Ungaretti che la luna rimane sempre la luna?
    Credo che non vi sia – anzi che non vi possa essere – alcun mutamento scientifico, sociale, economico, culturale in grado di sradicare dall’animo umano il bisogno, filosofico-antropologico, della poesia.
    Ovviamente mi riferisco alla poesia che riesce a smuovere e commuovere, a coinvolgere, trascinare, ubriacare, esaltare, inquietare e appagare. Alla poesia che attraversa i secoli pur sembrando di essere stata scritta il giorno prima. Alla poesia autentica o poesia tout court.
    Che il fiorire di post e blog abbia accresciuto la diffusione della paccottiglia prodotta da tanti (troppi) rimatori di bassa lega, è un dato di fatto incontestabile. Tuttavia, il problema non riguarda esclusivamente la poesia, bensì tutto lo scibile umano e qualsiasi manifestazione del pensiero. Esso deriva non dal mezzo utilizzato (il web), ma dall’uso perverso che se ne fa. Ricordo una “bustina di Minerva” in cui Umberto Eco già diversi anni fa si chiedeva retoricamente a chi interessasse il colon di un egregio sconosciuto che aveva pensato bene (cioè male) di esibirlo su Internet.
    Anche la questione della sempre più accentuata diminuzione dei lettori italiani è di natura generale e coinvolge tutti i generi (narrativa, saggistica ecc.) e perfino i quotidiani (forse però essa è particolarmente accentuata per la poesia, se è vero come è vero che qualcuno ha asserito che in Italia ci sarebbero più scrittori che lettori di poesia!).
    Il fenomeno ha cause molteplici (destinazione alla cultura di una percentuale irrisoria del bilancio statale, crisi della scuola e dell’università, nuovi strumenti massmediatici ecc.). Inoltre, penso che ci sia anche un calo qualitativo, derivante dalla nascita e proliferazione di un nuovo tipo di lettore. Un lettore distratto, superficiale, interessato esclusivamente a prodotti di rapido consumo e di basso valore letterario.
    Non si spiegherebbe altrimenti perché le case editrici italiane non ristampino, o lo facciano in un numero molto ridotto di copie, le opere dei più grandi poeti del Novecento.
    Occorrerebbe un cambio di passo da parte di una televisione sempre più condizionata dall’audience, un diverso impegno delle istituzioni e del mondo accademico, una politica di reale sostegno alla cultura e alle biblioteche e di promozione della lettura (quando potremo avere una pubblicità progresso del tipo “Un libro è per sempre”?). Insomma, una vera e propria rivoluzione culturale.
    La proposta di Minutello di un incontro tra cultura massmediatica e cultura umanistica è molto intrigante. Il pensiero è andato subito alla contaminazione tra musica lirica e musica leggera operata tramite il “Pavarotti and Friends”.
    Tuttavia, non mi pare di scorgere nel nostro panorama poetico e musicale alcun omologo di Big Luciano. E, senza personalità altamente carismatiche, operazioni di questo tipo temo che siano difficilmente realizzabili.
    Vi è poi un’ulteriore questione. Quella della qualità della nostra cultura attuale e in particolare della nostra poesia.
    Oggi non esistono più i grandi maestri, né le scuole o le avanguardie, né le prestigiose riviste del secolo scorso. Ognuno si muove per proprio conto, con risultati spesso molto diversi.
    Come è stato notato da Andrea Afribo, in questi ultimi decenni in Italia dilaga un “nuovo manierismo neometrico” incapace di mascherare la vacuità o addirittura la mancanza di reali contenuti poetici.
    È il frutto dei tempi. È la conseguenza della mancanza di valori e di punti di riferimento, della diffusione del pensiero debole, dell’incapacità di ragionare in grande.
    Nel contempo è stata registrata la permanenza dei caratteri più negativi della nostra secolare storia linguistica: iperletterarietà, formalismo, distacco della lingua poetica da quella di tutti i giorni.
    In conclusione, il rischio di un nuovo Barocco è dietro l’angolo, o forse è già una realtà.
    In questo contesto la sollecitazione, forte ed entusiastica, di Cesare Minutello a volare alto e piantar pantere, non può lasciare indifferente nessuno.
    Pur nella consapevolezza della profondità e della complessità della crisi. Con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.
    Torniamo, se ci riesce, al canto semplice e autentico, alla voce del cuore, al mistero dei sogni e delle chimere, alla parola evocativa.
    La poesia è la più necessaria delle cose inutili. È la trepida attesa del baco, non il volo della farfalla. È debole, ma può spostare le montagne. Allora torniamo a scrivere poesie! Sì, Cesare. Torniamo a piantar pantere!
    Franco Melissano

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  2. Sono d’accordo col messaggio, tuttavia mi disturba il sottinteso che la poesia possa esser patrimonio di un’élite o affare concesso a pochi. Mi piace pensare che tutti possano sentirsi ispirati dall’arte poetica, credo però che nella propria sfera personale ognuno di noi debba ricercare un livello di raffinatezza consono al proprio gusto.

    Mi piace l’idea che tutti si sentano poeti e si sentano liberi di esprimersi poeticamente senza inibizioni. Se così non fosse non avremmo scoperto le geniali capacità di alcuni dei nostri autori. Poi sta alle regole del ‘mercato’ selezionare i migliori e non sopporto l’idea che siano i ‘critici di mestiere’ gli unici autorizzati a ‘eleggere’ le élite.

    Quello che voglio dire è che va bene che all’interno di gruppi chiusi o che all’interno della propria casa si possa far selezione sulla base di gusti personali, ma in pubblico occorre usare il pudore e contenere i giudizi, lasciando che tutti abbiano la democratica possibilità di esprimersi; se così non fosse molti dei migliori poeti non avrebbero avuto la possibilità di essere conosciuti perché sono naturalmente restii a condividere le loro opere e noi ci priveremmo della possibilità di conoscerci. In fondo nella peggiore delle ipotesi cosa ci può mai capitare? Il contraltare di una buona poesia è la comicità, altro non potremmo fare che riderci sopra, magari sommessamente, non pensate?

    Personalmente mi relaziono agli altri a prescindere dal loro grado culturale, non mi nego la compagnia di nessuno se mi aggrada; mi piace chiacchierare col pastore mio vicino sul limine di un campo, piuttosto che col raffinato cultore di storia; in fondo se ci pensate in ognuno dei nostri incontri c’è un pizzico di poesia, se si ha la pazienza per cercarla.

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  3. I POETI (QUELLI CHE PIANTANO PANTERE)
    I poeti, per definizione, sono coloro che scrivono poesie. Le scrivono con le parole. Le articolano in versi. C’è chi li fa leggiadri e chi no. C’è chi riesce a renderli immortali nel tempo e chi li fa stampare sui bigliettini dei Baci Perugina o li spruzza con lo spray, imbrattando il muro del condominio. C’è chi li usa per allegorie o metafore e chi ricerca invece l’armonia dei suoni. Ma i poeti più incisivi e veri sono quelli che scrivono poesie senza parole. Le costruiscono con lo sguardo, con i gesti, con un sorriso. Mi inchino ai poeti veri, a coloro che riescono a donare colore e calore all’anima anche in un gelido e uggioso pomeriggio d’inverno. A coloro che riescono a cambiare la vita di chi è in grado di ascoltarne il messaggio, pur senza aver udito una sola parola…

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