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Breve storia del Milite Ignoto italiano

tumulazione
Il Vittoriano in una foto del 4 novembre 1921. Sepoltura del Milite Ignoto italiano

La memoria collettiva dei caduti

L’Europa, indistintamente per tutti i Paesi coinvolti nel Primo conflitto mondiale, ricevette un’eredità di morte mai vista prima d’allora. Migliaia di uomini comuni, precettati alle armi, dovettero lasciare le proprie famiglie, il lavoro e ogni interesse per gettarsi nelle più dure e sanguinose battaglie di fronte. Migliaia furono i dispersi, altrettanti i periti sul campo mai ritornati nelle terre patrie, i malati che contrassero le peggiori infezioni o l’insanità mentale e i corpi dei trucidati le cui condizioni ne impedirono il riconoscimento. Molti di loro riposano ancora oggi nei cimiteri allestiti con tutta fretta nelle zone di guerre, altri, invece, sotto una semplice croce senza nome: i più, dimenticati. Subito dopo la fine della Guerra, nell’animo della Nazione venne meno la convinzione, di tradizione risorgimentale, che aveva da sempre attribuito gli esiti delle battaglie al personale valore militare degli ufficiali in comando. In questi anni, difatti, si assistette a una sorta di rivoluzione culturale nella quale la dignità della memoria storica non fu solo un appannaggio per gli alti gradi militari ma divenne anche ragione di distinzione per i meriti, morali e materiali, acquisiti sui campi di battaglia dai semplici soldati. A ciò deve aggiungersi la concezione romantica dell’idea di Patria per la quale essa assurgeva a terra madre di quel popolo che, per estensione, ne rappresentava i propri e prediletti figli. Fu semplice, quindi, trasferire il metaforico amore materno della Patria all’amore – spezzato – delle madri per i figli caduti. Fu proprio la scia prodotta da questi sentimenti nazionali a spingere gli Stati d’Europa ad organizzare manifestazioni celebrative e monumentali per onorare la memoria dei caduti e, in particolar modo, di quei militi di truppa che con estremo valore avevano sposato la causa nazionale sfidando, a viso aperto, la morte nei tanti e sanguinosi attacchi frontali.

L’Italia e la ricerca dei suoi caduti

Anche l’Italia non restò immune da questo senso di rivendicazione nazional-popolare e, difatti, nel 1920, su proposta del generale Giulio Douehet (1869-1930), fu inoltrata una richiesta al Parlamento per erigere in Roma un monumento al Milite Ignoto nel quale sarebbe stato tumulato un soldato caduto sulle prime linee. Il corpo, che sarebbe stato ricercato sui principali fronti di guerra italiani, doveva essere non identificabile ma, comunque, essere di un appartenente alle forze militari del Paese. Tra le salme raccolte solo una, scelta da una madre italiana, sarebbe stata sepolta al Vittoriano.  La richiesta fu pienamente accolta nel ‘21 e per avviare le operazioni del caso fu creata un’apposita Commissione con a capo il generale Giuseppe Paolini (1861-1924). Le disposizioni prevedevano di ricercare i corpi sui fronti di guerra e scegliere, per ognuno, la salma di un soldato ignoto. Le stesse disposizioni imponevano che le spoglie rinvenute fossero disposte in una cassa di legno lavorata ad ascia e rivestita di zinco. Con particolare attenzione, inoltre, doveva essere redatto un verbale sul quale era necessario descrivere tutte le cautele adottate per determinare l’impossibilità di risalire all’identità del caduto. Le esumazioni iniziarono il 2 ottobre dello stesso anno e finirono il 27. Durante questo periodo, la commissione passò al setaccio i tratti più avanzati di ben undici campi di battaglia: 1) Monfalcone, 2) San Michele, 3) Gorizia, 4) Alto Isonzo, 5) Cadore, 6) Asiago, 7) Pasubio, 8) Tonale, 9) Monte Grappa, 10) Montello, 11), Capo Sile. Terminata la ricerca, tutti i corpi furono riuniti a Udine nella chiesa di Sant’Ignazio per poi procedere, con un convoglio di mezzi organizzato per l’occasione, verso la Basilica di Aquileia dove le salme avrebbero ricevuto la santa benedizione. Sempre ad Aquileia, durante la stessa celebrazione religiosa, una madre avrebbe scelto una delle undici bare che, in seguito, sarebbe stata trasferita nella Città Eterna e avrebbe rappresentato per sempre il Milite Ignoto italiano.

 

La designazione della madre del caduto senza nome

Mentre una commissione lavorava alla ricerca dei corpi, un’altra era impegnata per designare la madre che avrebbe scelto la salma da tumulare al Vittoriano. Inizialmente la scelta cadde su una tal Anna Vicentini Feruglio, madre di due figli dispersi di cui uno decorato con medaglia d’oro al valor militare. In seguito fu considerato il caso di una mamma livornese che si recò a piedi da Livorno a Udine per cercare il figlio disperso. Anche questa scelta, come la prima, non ebbe seguito e allora fu vagliata l’impresa di una mamma di Lavarone (TN) che si recò dove seppe esser tumulato il figlio. Giuntavi, scavò la terra con le mani nude sinché trovò le sue ossa. Le raccolse e, dopo averle legate con un nastro tricolore, se le pose in grembo e le portò in paese seppellendole accanto a quelle del marito. Fu anche considerato il caso di una madre che ebbe il coraggio di assistere a centocinquanta esumazioni pur di trovare i resti del figlio morto. Però, pure queste due ultime ipotesi caddero poiché la stessa commissione pensava essere più significativo se la mamma spirituale dell’Ignoto fosse una donna, sempre del popolo, madre di un irredento disperso. La decisione definitiva, quindi, fu per Maria Bergmas (1867-1952) di Gradisca d’Isonzo (GO). In gioventù, la donna si era trasferita a Trieste, allora sotto il dominio dell’Impero Austro-ungarico, dove aveva partorito un figlio di nome Antonio. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Antonio Bergmas (1891-1916) fu chiamato alle armi nell’esercito austriaco ma nel 1916 disertò e fuggì in Italia arruolandosi, col grado di sottotenente, nel Regio Esercito sotto il nome fittizio di Antonio Bontempelli. Il 16 giugno 1916, durante un combattimento alle falde del Monte Cimone di Tonezza (VI), rimase ucciso. Inizialmente i resti furono seppelliti nel cimitero del posto ma, a seguito di un forte bombardamento, le sue spoglie divennero irriconoscibili e, perciò, fu dichiarato “disperso” in guerra. Maria Bergmas, per questo motivo, poté egregiamente rappresentare la madre ideale di un irredento ignoto al quale accomunare la memoria di tutti i caduti della Grande guerra.

La scelta della salma e le cronaca delle celebrazioni

Di buon mattino, il 28 ottobre 1921, le undici bare giunsero ad Aquileia tra immensi omaggi di fiori e le lacrime di tanti mentre due madri aiutarono a trasferire la prima delle undici bare nell’antica basilica. Su due grandi catafalchi, i feretri furono disposti ai lati dell’altare, rispettivamente cinque a sinistra e sei a destra. Il Vescovo, di seguito, asperse le bare con l’acqua del fiume Timavo – la cui ampolla era sistemata su un’antica colonna romana – e, subito dopo, quattro decorati con medaglia d’oro al valor militare si avvicinarono al palco, posto a destra dell’altare, sul quale erano sistemate le madri di alcuni dei figli caduti in guerra. Tra di loro c’era Maria Bergmas che dagli stessi fu invitata a scendere per procedere alla designazione del Milite Ignoto. La donna, con movimenti lenti, quasi irreali, mosse verso le salme mentre nel tempio s’innalzavano i singhiozzi di pianto dei tanti. Lo stesso Duca d’Aosta, presente alla cerimonia, aveva gli occhi pieni di lacrime. La donna s’inginocchiò in preghiera davanti all’altare poi sola, dopo un attimo di smarrimento, passò davanti a tutta la linea di bare tenendo una mano stretta al cuore e una al viso. Sollevando gli occhi al cielo, come in un atto d’invocazione, si girò verso le altri madri guardandole con dolore. Quindi, con lo sguardo ancora sbarrato e fisso verso i feretri, sfilò lungo tutta la fila di bare arrestandosi di fronte alla penultima. Qui, oscillando perché non reggeva più il peso del dolore, lanciò un urlo disperato e si accasciò su quella cassa come se essa contenesse veramente le spoglie del figlio Antonio. Seguirono pianti strazianti e urla di dolore. La cassa scelta fu sollevata e messa su un cenotafio posto in mezzo alla navata centrale della basilica. Fuori, intanto, le campane suonarono a tocchi gravi mentre alcuni gruppi di batterie militari, radunatisi nella campagna circostante, esplosero colpi d’onore. Sul sagrato della chiesa, la banda della “Brigata Sassari” intonò, per la prima volta, “La leggenda del Piave” che da quel momento divenne l’inno ufficiale in tutte le commemorazioni dei caduti nella Grande guerra.

Il trasferimento a Roma della salma

Il feretro scelto, poi, fu posto su un affusto di cannone ancorato al pianale di una carrozza ferroviaria riccamente decorata per l’occasione e mosse per Roma il 29 ottobre. La bara giunse nella Capitale il 2 novembre e fu deposta nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Il 4 novembre fu portata verso il Vittoriano dove, tra una folla immensa, era attesa dalla famiglia reale e da tutti i reparti che avevano preso parte alla Prima guerra mondiale. Sulla cassa era stato posto un tricolore, una medaglia commemorativa fatta coniare a Udine e una alabarda d’argento dono della città di Trieste. Intanto, il sovrano Vittorio Emanuele III, motu proprio, aveva concesso al Milite Ignoto la medaglia d’oro al valor militare che lo stesso, poi, appuntò sul bianco della bandiera italiana. Azionati gli argani, quindi, la bara scomparse dietro la pietra tombale che lentamente si chiuse. Contemporaneamente, sempre il 4 novembre del ‘21, i restanti dieci corpi dei candidati a rappresentare il Milite Ignoto d’Italia vennero sepolti nel piccolo cimitero di guerra situato dietro la Basilica di Aquileia. Interrate le casse, fu allestito sopra di esse un altare sulla cui base vi è scritto: “Dieci Militi Ignoti”. Poco più di trent’anni dopo, precisamente il 4 novembre 1954, per volere della “Associazione Nazione del Fante”, il corpo di Maria Bergmas fu traslato da Trieste ad Aquileia e sepolto sotto lo stesso altare. Dopo questa tumulazione, non saranno più accolte altre spoglie.

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