Saggio, Storia

La storia dietro a un quadro (seconda parte)

Un quadretto d’epoca, un segreto celato nel cartoncino che chiude il cerchio dei ricordi di un uomo dell’altro secolo. Un cartone sbiadito, scarabocchiato con un pennarello arancione. Basta poco per riportare alla luce la stampa originale, un’accurata elaborazione recupera lo scritto per intero.

Si tratta del testamento spirituale di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, morto nel 1931, a soli 46 anni, vittima di un attacco cardiaco. Il documento venne stampato, nell’imminenza della morte di Arnaldo, in un certo numero di copie e distribuito sul territorio nazionale come esempio di testamento spirituale del buon fascista; a quanto pare Mussolini non si fece scrupolo di utilizzare la morte del fratello per fini propagandistici. Il cartoncino, recapitato nelle sezioni del partito fascista su tutto il territorio italiano, finì poi nelle case di molti simpatizzanti, magari incorniciato e appeso alla parete. Quella cornice poi, come spesso accade, venne riutilizzata forse per scopi diversi da quelli per i quali era stata concepita: in questo caso ospitando altri ricordi, più personali per oltre cinquant’anni prima di essere nuovamente aperta e svelare per intero il suo contenuto.

Più che un fratello un amico. Più che un amico un fratello“, con queste parole Benito Mussolini commenta la notizia della morte del fratello, sopraggiunta a seguito di una crisi cardiaca.
Ma perché il testamento di Arnaldo Mussolini assume valore morale per la propaganda mussoliniana?
Occorre leggere il testamento morale di Arnaldo Mussolini per capire:
Oggi ventisei ottobre 1928, anno sesto, nelle mie piene facoltà di mente e di spirito, per una misura di semplice previdenza, non sotto l’impressione di profezie più o meno sinistre, sento la necessità di fissare le mie precise volontà perché in caso di morte coloro che mi sopravvivono conoscano i miei propositi, la mia fede e la mia devozione per loro.
Rivolgo innanzi tutto il pensiero a Dio, supremo regolatore della vita degli uomini, e desidero morire, se è possibile, col grande conforto della religione cattolica, alla quale ho creduto sino dall’infanzia e che nessuna vicissitudine di vita privata o politica, ha mai sradicato dal mio spirito tormentato.
Funerali religiosi, quindi, assai semplici, senza sfarzo di corone di fiori o di discorsi.
Chiedo ai colleghi di essere sobri di commenti nel necrologio. Un corteo di breve durata e di breve percorso. Agli intimi solo esprimo il desiderio di saperli al seguito mio fino al recinto che accoglierà le mie spoglie mortali.
Non ho preferenze per il luogo della sepoltura. Se mia moglie ed i miei figli si fermano a Milano desidero rimanere vicino a loro, altrimenti in Romagna nella tomba dei Mussolini, se un giorno si farà, o meglio ancora a Paderno, sul poggio appena fuori del cimitero, in un’urna di sasso vivo. Mi sembrerà di rivivere in eterno con la gente della mia terra, dominando la vallata dove un giorno fiorì la mia speranza.
In linea politica riaffermo la mia fede fascista e la certezza nel destino della Patria adorabile, vivamente rammaricato di non aver data tutta la vita, intensa di opere alla grande madre Italia.
A mio fratello Benito la devozione di ogni tempo e l’augurio sentito per la sua nobile fervida e disinteressata fatica. A mia sorella Edvige, con maggior tenerezza, per l’istintiva solidarietà tra gli umili, il mio affetto ed augurio fraterno.
Ma soprattutto e sopra tutti sta nel mio cuore la mia piccola Augusta, anima rara di bontà e di virtù senza eguali. Essa mi ha accompagnato traverso la mia vita turbinosa, con una dedizione senza esempio. Madre e Sposa amorosa, invoco dal sommo Iddio benedizioni infinite per Lei e la forza di superare con serenità le vicende tristi della vita, nell’attesa fidente di ritrovarci nel regno infinito dello spirito, dopo la parentesi terrena. Ai miei carissimi figlioli Sandrino (Italico), Vito e Rosina, tanta dolcezza della mia vita, le benedizioni del babbo, che ha lavorato e sperato e creduto per loro. Confido che l’esempio della mia attività, del mio disinteresse, gioverà come sprone e paragone nelle difficili contingenze della vita. Sono certo che porteranno onoratissimo il mio nome intemerato e che circonderanno la loro Madre degnissima di ogni vigile cura, attenzione e delicatezza.
Chiedo umilmente perdono se inconsciamente ho fatto del male a qualcuno, se ho trasgredito le leggi divine ed umane. Affido il mio nome e la mia memoria ai miei famigliari ed affido l’anima alla misericordia di Dio
Era il 26 ottobre 1928. Arnaldo Mussolini redige il suo testamento a 43 anni, un’età incredibile per i parametri di oggi, ma forse anche per quelli dell’epoca. Non è facile comprendere, infatti, come mai un uomo di quell’età si appresta a scrivere un testamento di fine vita. Forse la morte prematura del figlio aveva prostrato l’anima dell’uomo tanto da avviarlo verso la consapevolezza di una fine imminente. Lo scritto è consapevole, accorato, attento e meditato.
Ne riviene un ritratto a tutto tondo del buon padre di famiglia, del fedele e amorevole marito, del patriota, del convinto fascista; un ideale di uomo che si sposa perfettamente con l’ideologia del partito fascista e che la propaganda mussoliniana non tarderà a identificare e sfruttare a fini politici. Il testamento verrà presto stampato in centinaia, forse migliaia di copie, inviato nelle sezioni del partito in tutta la nazione.

Fu così che, in quell’angolino di mondo rappresentato all’epoca da quello sperduto paesino della neonata provincia di Brindisi, quel documento venne prima incorniciato (probabilmente proprio in quella cornice che ancora oggi lo contiene). Successivamente, come spesso accade, forse quella cornice venne riutilizzata per motivi più personali: incorniciare l’evento della vita di quel Vito Carulli che aveva avuto la fortuna di accogliere il principe Umberto, impegnato all’epoca in quella visita itinerante, in quel lembo residuo che costituiva allora quel che rimaneva del Regno d’Italia.
Leggi la prima parte

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