Racconti, Scrittori salentini, Scrivere il Salento

Meridionale

di Titti De Simeis

Titti De Simeis: Sud

Noi del sud ci sediamo sulle scale, nei pomeriggi di pietra calda, i pantaloni dal risvolto distratto e i piedi scalzi. Ci sediamo sulla soglia delle case, nelle ore buie e piccole di racconti, nelle notti insonni dei salotti di strada.

Noi del sud siamo biciclette traballanti di anziani e contadini, quando il sole si abbassa e l’orizzonte appassisce in casolari assetati e odorosi di tavole in attesa, pentole sfrigolose e vino rosso.

Noi del sud siamo zappe mai dismesse, fronde radenti di gelsi e zucchero, campanili svettanti di rintocchi d’alba in forni di grano e olive, impastati a nozze. La nostra terra ha il profumo di ricotta bianca assolata di miele, di fichi pasciuti e bianco di mandorle, di reti nei porti e lampare lontane.

La nostra terra conosce i silenzi e s’inganna in attese e ritorni, immensa di semi rivoltati a piogge d’amore. Più in là, il mare inciampa in onde arricciate e bianche, lento e fino a riva, ruzzolante di sabbia e scirocco. L’orizzonte, qui, non ha fine, si impasta di azzurro o di buio e il pensiero riprende respiro.

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Un pensiero riguardo “Meridionale”

  1. Era attratto dagli osceni celesti-rosa delle facciate di case agricole e padronali e dai pergolati sfacciatamente irsuti e secchi. Nei cortili dei conventi e dei seminari, fratoccoli lo sguardo scorse simultaneamente intenti a manipolare forsennati càlcole e licci. Altri invece disinvolti giocare a sussi… e c’era chi spandeva la sacertosa biancheria sulle terrazze roventi devastate dall’afa e dallo scirocco… chi, ossesso, raccoglieva il tabacco e lo disponeva al sole… chi controllava curioso e taciturno le tubulature e le sturava.
    L’operosità di tali bestioline era probabilmente l’equivalente di frenetiche esercitazioni spirituali, non alla luce celeste, ma di oscure e diverse altre operazioni nei sotterranei delle elucubrazioni carnalmente immaginate o, più di frequente, realizzate al suono di feconde e reciproche litanie nelle cellette, all’occasione incensate per celare chi sa quali altri profumi e umori, sudori ed effluvi.

    …a consultare piaceri o passioni sulla soglia
    dove io rabbrividisco, senza carne!, contro il tuo respiro.

    Il sacrilego chiassume s’udiva fin dai lontani stati, dove nelle casupole, sotto i castelli e negli sperduti villaggi, tra oliveti e vigneti e mandorleti, la contadinanza già riposava, ma minacciata e terrorizzata dal proclama “la terra ai contadini!” che il giorno innanzi ignoti e cintuti religiosi, con la croce sempre pendente e ciondolante lungo la veste nera, avevano incollato in luoghi di vietata pubblica affissione, ignorando un vecchissimo decreto o ordinanza ministeriale.

    Dalla terrazza, dente merlato nel mare degli ulivi, di notte vedevi lacrimante i fuochi di Sant’Antonio offendere la bellezza di una luna squamata e mai effimera, e le stelle coronare l’orizzonte di segnali festanti e paurosi, e ti giungevano, a me malato nel letto pavesato di ex-voto, alto di pannocchie, le note esauste, deformate e languide delle ariette di bande musicali.
    Sotto la cupola luminata fantasticavo sul destino del direttore d’orchestra, fallito tanto che provavo compassione e m’allontanavo per non vederlo… nei fuochi delle palme picriche arancioni ero sul campanile colmo di tremiti, lacrimante ancora stretto stretto alle colonnette… e m’amavo io bambino…

    perché piangevo sotto i fuochi e i botti?

    Vedevo nelle macchie della luna messapica uomini con mazzi di pruni sporcare i diaspri, e gettavo al sole àncore: temevo che fuggisse, come un saraceno.

    i tramonti, mi atterrivano…
    re pendente e ciondolante lungo la veste nera, avevano incollato in luoghi di vietata pubblica affissione, ignorando un vecchissimo decreto o ordinanza ministeriale.

    ————————————————————————————————–
    dal racconto picaresco-salentino “l’Arrabbìco” 1977-81 di A. S.

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