Scienza

La paura dell’ignoto: l’infinito

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Dettaglio della Scuola di Atene, di Raffaello Sanzio 1510–1511 – Da Wikipedia

Il concetto d’infinito

Se guardiamo attentamente a come le diverse specie animali e vegetali hanno adattato, nel corso dei millenni, la loro natura all’ambiente che li circondava, verrebbe da pensare o che siano dotati di un’intelligenza superiore a quanto s’immagini generalmente o che uno spirito trascendente guidi se non il singolo individuo, le specie cui esso appartiene. Il polpo o il camaleonte hanno scelto il mimetismo per scampare ai predatori e il cavallo è diventato da plantigrado qual era, digitigrado e finalmente ungulato per aumentare il passo e correre più velocemente, mentre l’elefante ha aumentato la sua  mole per contrastare i suoi nemici. Ma quando altri mammiferi come le balene ed altri cetacei scelsero questa sua stessa  strada, l’aumento ponderale fu tale che dovettero riguadagnare il mare per sfruttare il principio di Archimede che li aiutasse a vivere e muoversi velocemente pur essendo diventati enormi. L’uomo ha scelto l’aumento ponderale del suo cervello. Ha sviluppato così la capacità d’astrazione, ma anche un suo effetto collaterale: il disagio di sapersi ignorante come gli succede  quando incappa nei fenomeni che Kant definisce noumeni perché, pur conoscendole l’esistenza, non riusciamo a spiegarceli razionalmente. Fra questi c’è il concetto d’infinito che sappiamo dover esserci se non altro  perché, se anche oltre i confini dell’Universo ci fosse il nulla, questo nulla non potrebbe essere circoscritto da altro se non da altro nulla e così all’infinito! Non è senza paura e riverenziale timore che l’uomo  elabora quest’idea che trascende le sue capacità di conoscenza. Proprio questo “Horror infiniti” aveva introdotto, nella Grecia antica, una concezione dell’infinito in termini negativi, in aperta contraddizione con la teoria del cristianesimo che darà dell’Infinito una dimensione positiva trasformandolo in un attributo divino.

I cristiani concretizzarono in un atto di fede quell’ oscuro  concetto dell’infinito indefinito (Apeiron) di Anassimandro sul quale molto  discussero i pitagorici e gli eleatici sviluppando ancor più tale concetto, associandolo all’idea dell’imperfezione e della negatività. E anche numerosi scienziati del tempo quali Euclide, Eudosso e lo stesso Archimede, avallarono il loro pensiero. Filolao, seguace di Pitagora, accetterà l’idea d’infinito solo come contrapposizione al finito, ma soltanto con Melisso di Samo ci sarà un’elaborazione in senso positivo del concetto d’infinito legato all’idea parmenidea dell’unicità dell’Essere. Ma dall’idea d’infinito si continuò a rifuggire nel pensiero greco e Aristotele condizionerà tutti i secoli a lui successivi, con una visione di un Universo statico, finito e circoscritto dalle stelle fisse. Il grande stagirita razionalizzò la ricerca scientifica facendo seguire ad ogni causa scatenante un determinato effetto e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di cause-effetti. Naturalmente il problema era falsamente risolto perché la sua conclusione, se ci si pensa un attimo, era aprioristica e dogmatica.

Furono i precursori di Epicuro, Leucippo e Democrito, e finalmente Lucrezio, che abbracciò la loro teoria del vuoto, a dare un significato positivo all’idea d’infinito, identificandolo col vuoto da cui tutto proviene.

Se spostiamo il discorso  nell’ambito scientifico e  senza tirare in campo la trascendenza, incapperemo in due discipline forse meno astratte ma non per questo meno complesse. Due discipline del tutto contro intuitive e decisamente in contrapposizione tra di loro.

Parlo  della relatività  di Einstein e della meccanica quantistica. La prima ci dimostra che i concetti di spazio e di tempo non possono essere assoluti ma sono relativi e già questo ci sconcerta perché possono essere assimilati al nostro odorato o al nostro udito come le nostre percezioni sensoriali. La seconda distrugge il concetto di Laplace sul determinismo scientifico con il principio d’indeterminazione di Heisemberg e le varie teorie probabilistiche ad essa connesse.

L’uomo resta sconsolato e attonito, basito per le sue stesse conquiste scientifiche che lo portano, con la forza delle proprie idee,  a reiterati tentativi d’imbrigliare il trascendente come il concetto d’infinito ma, a mio avviso, questo traguardo rimarrà sempre un’utopia

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