Racconti, Scrittori salentini

La notte

di Tiziana Pedone

Marvin Cone, “Habitation” – olio su tela (24×30)

Guardai l’orologio appeso alla parete.

“Mezzanotte” dissi piano, nella stanza vuota.

Volsi di nuovo lo sguardo alla finestra, all’orizzonte nero che inghiottiva tutto.

Rimasi ferma così, dove mi trovavo, fino a che sentii la Notte che mi chiamava a sé.

Senza più pensare mi alzai e mi diressi nell’anticamera buia. Sentivo il cuore pulsare forte, accelerato dall’emozione di quell’ appuntamento.

Mi infilai la giacca di lana e presi la borsa, che avevo già preparata all’ingresso. Infine uscii.

Fuori mi accolse il Vento, che mi passò sul viso, tra i capelli e mi fece lacrimare gli occhi, irritati dalla polvere grigia, che si disperdeva nell’aria e si insinuava ovunque.

Iniziai a camminare con passo veloce, senza mai fermarmi, in compagnia solo del mio respiro affannato e delle lacrime fredde, che mi rigavano il volto teso come piccole lame taglienti.

Lasciai che la Notte mi avvolgesse come un manto pesante e mi inoltrai decisa tra il fitto groviglio degli alberi contorti. Ebbi solo un istante di esitazione, quando passai accanto alla Casa. Ma andai oltre e mi addentrai ancora di più, tra il fogliame e i cespugli. Superai gli angoli più remoti, fino a che giunsi al mio piccolo giardino segreto. Il mio spazio, accessibile solo a me e a Loro.

Inspirai l’odore familiare dei rami secchi e delle foglie morte. Tolsi le scarpe e feci qualche passo sulla terra nuda. Era dura e inospitale, così come ricordavo.

Mi sedetti infine su una grossa pietra umida e aspettai rigida, che Loro mi venissero a cercare.

Non so quanto tempo trascorse, ma all’improvviso avvertii le foglie muoversi e i rami secchi scricchiolare. Tenni chiusi gli occhi e mi imposi di stare immobile. Loro non volevano essere guardati, ma solo ascoltati e immaginati.

Li sentii scivolarmi accanto, in una carezza leggera, che mi fece trepidare, ma resistetti alla tentazione di muovermi e di toccare la presenza misteriosa, che mi sfiorava la pelle e mi provocava un brivido di piacere.

“Ora devi venire con noi.” La Voce Cupa, quella che più temevo, mi alitò sul viso e mi fece sussultare. “Dobbiamo andare a Casa”.

“Devi prepararti, ti stanno aspettando tutti”. Mi parlò la seconda voce.

La riconobbi subito. Era Lei che mi guidava quando camminavo nel Buio.

“Va bene, sono pronta.” Risposi tranquilla all’invito, che avevo sognato sino a quel momento.

Ora potevo riaprire gli occhi. Loro erano andati via.

Lasciai la mia fredda pietra e ripercorsi il cammino, che conoscevo, senza scarpe e senza paura.

Quando giunsi al cospetto della Casa, cercai di guardare attraverso le finestre prive di vita. Sapevo che Loro erano là, a spiarmi dietro i vetri neri, in attesa che li raggiungessi.

Mossi qualche passo e inciampai due volte. Mi vergognai della mia ansia improvvisa, che mi faceva tremare le gambe e vibrare il respiro. Arrivai con il fiato corto alla pesante porta di legno.

L’avevano lasciata socchiusa per me. Con la mano la sospinsi. Non fece alcuna resistenza.

Quando varcai la soglia della grande stanza gelida, vuota come un limbo senza tempo, il Silenzio mi avvolse.

Provai subito un forte tremito di freddo, che mi percorse il corpo come una scarica elettrica. Non temere, mi dissi. Tenni la borsa stretta al petto, come un’ancora di salvezza.

Qualcosa si mosse dietro di me.

E io seppi che il Momento tanto atteso era finalmente arrivato. Chiusi gli occhi e aspettai.

“Hai portato con te quello che ti serve?” La Voce Cupa mi alitò alle spalle.

“Si, ho tutto qui.” Sollevai la borsa, che tenevo nella mano destra. Tremavo.

“Dammela”. Mi ordinò la Voce Cupa.

E io obbedii.

Sentii la cerniera che si apriva con lentezza esasperante.

Mi trattenni dal protestare, mentre qualcuno frugava tra le mie poche cose.

Ascoltai con timore il fruscio delle pagine del libro mai terminato.

Inspirai l’odore della lavanda, che usciva dalla pagina più bella. Udii il suono lieve di un foglio, che veniva aperto. Mi mancò il respiro. Era la lettera, che da tempo attendeva una risposta.

Ci fu un istante, eterno, di vuoto.

Percepii un mormorio lugubre, accanto a me, il cui significato non colsi.

“Cosa vuoi fare con questa foto, lo sai che non puoi portarla con te!” Tuonò la Voce del Buio. “Devi rinunciare a questo uomo, se vuoi unirti a noi. Non ricordi la promessa?”.

La Promessa. Nulla di consentito, che fosse un legame intimo con la Vita. In cambio le Tenebre mi avrebbero protetta in eterno.

“Io non posso separarmi da lui! Vi prego, è solo una foto!” Trovai la forza di gridare.

“Se non hai il coraggio di separarti da lui, allora vattene!” “Vattene via subito da qui!”

“Torna a soffrire tra i tuoi simili!”.

“Non meriti di unirti a noi! Non sei degna di stare tra gli spiriti eletti!”

Tuonarono le altre voci, che mi ferirono il cuore.

Sentii la mia borsa che mi colpiva forte la schiena e Loro che si allontanavano inferociti.

Aprii gli occhi, mi chinai a terra e raccolsi disperata i miei pochi oggetti, sparsi sul pavimento di polvere.

Tremavo. Tremavo senza sosta, sconfitta, ma riuscii a ritrovare la forza per rialzarmi. Poi scappai dal Buio.

Il mio cuore batteva impazzito quando uscii dalla Casa, mentre Loro gridavano insulti e maledizioni dietro di me.

“Morirai come una cagna!”

Furono quelle le ultime parole che mi arrivarono trasportate dal Vento freddo.

Correvo. Correvo senza mai fermarmi. Senza mai voltarmi indietro. Fino a che raggiunsi la mia casa.

Aprii la porta e entrai nell’anticamera buia.

Accesi la luce e guardai la mia immagine riflessa nello specchio. Sembravo lo spettro di me stessa. Gli occhi rossi solcati di lacrime, le labbra tirate, il volto incolore. I piedi feriti e insanguinati come la mia anima accartocciata.

Andai in cucina e guardai l’orologio appeso alla parete. Era mezzanotte. Avrei atteso la luce dell’Alba, davanti alla finestra.

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