Racconti, Scrittori salentini

Una rilettura de ‘Le Nuvole’ di Aristofane

06(Parafrasi della grande commedia in chiave moderna)
C’era una volta (eravamo nel lontano 2017) Strepsiade, un anziano pensionato salentino, ormai alle soglie della disperazione per la quotidiana persecuzione da parte degli esattori di Equitalia; il pover’uomo, dopo una vita passata a spezzarsi le ossa nei campi, pensava di aver raggiunto la serenità con la pensione, ma ben presto si accorse di non essere più in grado di sostenere il peso delle tante tasse e dei tanti balzelli, che cambiavano di nome di anno in anno, ma che inevitabilmente aumentavano di peso e intensità, mentre la sua misera pensione restava sempre uguale. Doveva porre riparo a quella situazione e, raccolti i suoi risparmi, provvide ad acquistare un biglietto per il velocissimo aliscafo da Otranto alla Grecia per inviare il brillante figlio Filippide, giovane avvocato, ad Atene, alla scuola di Socrate; pensava, infatti, che il grande filosofo in pochi giorni avrebbe potuto insegnare al figlio la logica profonda dei sillogismi e il grande valore strategico di sottili sofismi e di altre complesse metodologie dialettiche, che gli avrebbero consentito di acquisire forma e comportamenti da tenere per districarsi nei più fitti gineprai e per prevalere negli scontri dialettici, persino in posizione di torto evidente.

“In questo modo – pensava Strepsiade -, il mio brillante figliuolo sarà in grado di vincere qualsiasi causa che i creditori mi intenteranno”.
Filippide, però, si rifiutò di recarsi presso il pensatoio (phrontistérion) del filosofo, perché si sentiva già abbastanza colto e preparato dalle conoscenze apprese all’università e così il padre, disperato per la continua persecuzione degli strozzini di Equitalia (mai nome fu così inappropriato), decise di utilizzare il biglietto acquistato per recarsi al cospetto del grande filosofo lui stesso, in prima persona, nonostante i tanti malanni e acciacchi dell’età avanzata. Appena giunto, incontrò un discepolo del grande maestro che gli diede un assaggio delle cose su cui si ragionava in quel luogo: il metodo migliore per misurare, senza margine d’errore, l’entità del salto di una pulce e la ricerca scientifica comparata dei differenti comparti anatomici nei quali veniva generato il ronzio della terribile zanzara-tigre rispetto a quello della non meno fastidiosa zanzara comune. Dopodiché finalmente Strepsiade incontrò il canuto Socrate che, appeso in una cesta di vimini, contemplava la sommità della calotta celeste (in precedenza, mentre era intento a contemplare il cielo durante una passeggiata, non si era accorto di essersi immerso in una malsana palude).
Il grande filosofo, reso edotto sul motivo della visita di quella persona di tale veneranda età, decise di impegnarsi ad istruirlo: gli mise indosso un mantello e una corona e invocò l’arrivo delle Nuvole, le mitiche divinità da lui adorate, che si presentarono puntuali sulla scena, sospinte dallo scirocco. Strepsiade però non riuscì a capire un cazzo di tutti quegli strampalati discorsi sofistici (pseudo-filosofici) che gli vennero fatti sulla mutevole forma delle nuvole e fu, perciò, scacciato via in malo modo dal phrontistérion.
Tornato a casa triste e sconsolato, il povero pensionato raccontò il brutto trattamento che gli era stato riservato al figlio Filippide, il quale, inviperito per l’intollerabile accoglienza subita dal padre, decise di recarsi senza indugio al pensatoio, per rimproverare il filosofo dell’ignobile comportamento tenuto nei confronti del povero anziano genitore; tuttavia, non appena varcata la soglia, la sua attenzione fu completamente rapita dall’ammaliante e appassionante dibattito tra il Discorso Migliore e il Discorso Peggiore. Ebbe modo di notare, infatti, che nonostante i buoni propositi e gli elevati valori proposti dal Discorso Migliore (dettato dal formalismo della tradizione e dal senso comune), alla fine riusciva a prevalere sempre il Discorso Peggiore (legato all’energia esplosiva della ricerca del nuovo e dall’impeto della trasgressione), anche se assai spesso attraverso ragionamenti del tutto capziosi e cavillosi.
Filippide, perciò, capì come risolvere il problema del padre e, tornato a casa euforico, al cospetto dell’anziano genitore esterrefatto stracciò e buttò nel fuoco tutte le bollette inevase di Equitalia; dopo un primo istante di sgomento, Strepsiade si rallegrò, perché in quel modo avrebbe evitato di pagare tutte quelle maledette tasse. Il sereno, però, non durò a lungo perché dopo alcuni giorni fecero comparsa all’orizzonte minacciosi nuvoloni, nella figura di due ligi e grigi ispettori di Equitalia, che cominciarono a percuotere forte l’uscio della loro casa, come il rombo di un tuono.
“Qui ci è arrivata una terribile tempesta, figlio mio. E che facciamo, adesso?” – chiese l’atterrito padre a Filippide.
“Non apriamo l’uscio e chiediamo loro, se proprio vogliono essere ricevuti, di tornare accompagnati dai ministri dell’economia e delle finanze”.
Così fecero e pensavano di aver risolto il problema in quel modo, perché mai e poi mai si sarebbero attesi l’arrivo dei ministri, ma alcuni giorni dopo, purtroppo, gli ispettori si ripresentarono all’uscio, in compagnia non solo dei due ministri richiesti, ma anche del Presidente del Consiglio in persona, che con i suoi simpatici grossi incisivi superiori da bravo coniglietto, si rivolse in modo paterno, con la forma del Discorso Migliore, ai due cittadini:
“Cari amici, sono venuto qui in prima persona, per invitarvi a pagare le tasse, ma lo faccio come un buon padre di famiglia, che si rivolge ai suoi pargoletti, inducendoli a fare i bravi. Datemi pure del ‘tu’, come si fa con il proprio padre”.  
Ma Filippide, che aveva fatto tesoro del grande impatto pratico del Discorso Peggiore, rispose a questo Discorso Migliore, chiedendogli:
“Caro Presidente, poiché Socrate mi ha insegnato l’importanza del ‘dubbio’ e del ‘so di non sapere’, ci potresti spiegare meglio cosa vuoi da noi?”.
“Voglio solo dimostrarvi con i fatti che vi voglio bene come a due figli”.
“Vuoi dire, forse, che ci vuoi bene come se tu fossi il nostro buon padre di famiglia?”.
“Sì, certo che sì; anzi, già che ci siamo, chiamatemi pure papà”.
“Bene, papà, ma allora, sempre per il famoso ‘dubbio’, vorrei farti un’altra domanda: se noi fossimo stati due bambini capricciosi, ci avresti mai picchiati?”.
“Sì, certo, ed anche spesso, ma lo avrei fatto solo per voi, per il vostro bene”.
“E allora dimmi: non è giusto che anch’io ti dimostri di volerti bene allo stesso modo, e che ti picchi per benino, visto che picchiare vuol dire voler bene?”.
… E fu così che, imbracciata una nodosa clava d’ulivo secolare, appena sradicato per volere di un tal Silletti, Filippide si pose minacciosamente alla rincorsa degli ispettori, dei ministri e del presidente, il quale ultimo, però, alla fine riuscì a mettersi miracolosamente in salvo, affidandosi al protettivo abbraccio della dolce fatina etrusca dei boschi, anzi, per meglio dire, della Boschi, quella perbene, quella della Leopolda…

 

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