Racconti, Scrittori salentini, Scrivere il Salento

Il fantasma di Don Giovanni

di Lucio Causo

Emil-Claus- El Granja, Affresco 1904

Una volta anche nel mio paese si vedevano i fantasmi. Apparivano all’improvviso, nelle notti di luna piena, sui muri di cinta e sulle terrazze dei palazzi e delle vecchie ville di campagna, oppure lungo i “vati”, viottoli che, ancora oggi, percorrono e delimitano i vigneti e gli uliveti del nostro salento.

   La storia che sto per raccontarvi ha inizio nei primi anni del ‘900, quando i ricchi proprietari terrieri dei nostri paesi avevano tutto e potevano tutto, mentre i poveri contadini, che spesso vivevano nella miseria più nera, erano costretti a lavorare dall’alba al tramonto nei grandi latifondi e facevano i servi nei palazzi padronali.

   Don Luigi Papatia, primogenito di una nobile famiglia ormai decaduta, dopo un lungo periodo di fidanzamento, aveva sposato la cugina Aurelia, piuttosto esile e bruttina, però molto più giovane e ricca di lui.

   Don Giovanni Coronese, che si faceva vanto delle sue nobili origini e delle numerose terre di sua proprietà, era stato sempre contrario a questo matrimonio essendo convinto che il nipote Luigi avesse chiesto in moglie la figlia Aurelia, solo per interesse e poi perché suo padre e, prima di lui suo nonno, sostenevano che il matrimonio fra consanguinei generava figli malati o deformi. Ma la testarda Aurelia, con la complicità della madre, Donna Letizia, volle sposare il cugino Luigi, a cui voleva molto bene, anche contro la volontà del padre.

   Don Giovanni, una volta celebrato il matrimonio con tutti gli onori e lo sfarzo dovuti al rango della sua nobile e ricca famiglia, fece un solenne giuramento: suo genero Luigi non avrebbe mai messo piede nella proprietà dei Coronese, né da vivo né da morto.

   Il tempo passava. Le stagioni si alternavano regolarmente con raccolti buoni ed abbondanti. Le grandinate di tanto in tanto non mancavano e di conseguenza i danni all’uva ed alle olive a volte erano consistenti.

   Il grande palazzo, con fronte e balconi sulla piazza del paese, fu rallegrato dalla nascita di una bella bambina che somigliava molto a Donna Letizia (per sua fortuna!) e si fece gran festa.

   Don Giovanni, ormai vecchio e malato, dopo qualche anno, in una splendida mattina di giugno, morì tutto solo, nella vecchia villa di campagna, lasciando tutti i suoi beni alla moglie Letizia ed alla figlia Aurelia.

   Proprio quell’anno, per il gran caldo che aveva fatto, la vendemmia arrivò in anticipo e l’uva era bella e matura, pronta per essere tagliata dai contadini e portata al palmento per la produzione del buon vino di malvasia, mentre Don Giovanni, a parere di tutti, riposava in pace nella sua tomba.

   Don Luigi, per assistere alla raccolta dell’uva nei vigneti di famiglia, una mattina di settembre, si alzò presto e dopo aver fatto colazione, si recò ai campi col “biroccino”.

   L’aria era fresca ed il cielo, azzurro e senza nuvole, risplendeva sulle immense distese di vigne ed ulivi. Si sentiva il canto degli uccelli e più lontano quello dei contadini che lavoravano di buona lena.

   Vicino ai campi i carri, con i cavalli attaccati, avevano le tinozze piene d’uva ed erano pronti per trasportarla in paese e scaricarla ai palmenti.

   Don Luigi arrivò dietro alcuni carri e mentre sistemava il “biroccio” ed il cavallo sotto le chiome di un grosso albero, vide all’improvviso un’ombra aggirarsi in mezzo alle vigne. Sembrava una persona anziana, con bastone e cappello, che passeggiava con grande indifferenza; dopo pochi passi si fermò e lo guardò a lungo, quasi minaccioso. Don Luigi riconobbe la figura di Don Giovanni e sgomento crollò a terra svenuto. Aveva il viso bianco come un cadavere.

   Soccorso dai contadini fu portato privo di sensi alla vicina casa di campagna dove rimase a letto per più di due giorni senza mangiare e senza parlare. Durante la notte continuava a vedere il fantasma di Don Giovanni sul balcone della sua stanza, fra le tende che frusciavano lentamente ed urlava come un forsennato.

   Don Luigi viveva ormai nel terrore. Da quel giorno il fantasma di Don Giovanni si faceva vedere sempre più spesso camminando sui muri di cinta o lungo i viali della villa, specialmente di notte quando la luna splendeva alta nel cielo.

   Il povero Luigi, non sapeva cosa fare; era pallido e dimagriva ogni giorno di più. I familiari, vedendolo in quello stato, consultarono molti medici e professori della vicina città; ma Luigi continuava a vedere il fantasma del suocero che vagava, solo come un cane, fra gli alberi del viale e sui muri di cinta della villa. A volte sentiva rumore di passi sulle scale o nelle stanze vicine.

   I racconti delle visioni avevano spaventato tutti in casa e fuori. La villa di campagna fu presto abbandonata e chiusa. Anche il palazzo fu abbandonato e la famiglia di Don Luigi si trasferì nella vicina Contrada dei Baroni, ospite di Donna Giulia, la vecchia zia materna che viveva con la servitù nella masseria detta appunto dei “Baroni”.

   Don Luigi, assistito dalle amorevoli cure dei familiari e da un illustre professore della città, si prese un lungo periodo di riposo e non s’interessò più dell’amministrazione dei beni e delle rendite di famiglia. Allo scopo fu nominato un esperto amministratore che vigilava su tutto e periodicamente si presentava a Donna Letizia e Donna Aurelia per presentare il rendiconto dei lavori in campagna e delle entrate e delle spese settimanali.

   Luigi finalmente poteva stare tranquillo perché, da quando si era sistemato nella masseria della zia Giulia, il fantasma del suocero non si faceva più vedere: né di giorno, né di notte.

   Dopo alcuni mesi, essendosi rimesso bene in salute, una maledetta mattina di novembre volle andare a vedere con l’amministratore la spremitura delle famose olive raccolte nel fondo “Curiali”, di proprietà del farmacista Adolfo Catalano e venduto per debiti.

Arrivarono col “biroccio” al vecchio frantoio di Via Toledo, che si trovava alla periferia del paese. Apparteneva alla famiglia di Don Giovanni ed era del tipo detto “a grotta” perché scavato nella roccia e si scendeva parecchi metri sotto terra. L’ingresso si presentava come una nera apertura in pietra da cui esalava un tanfo insopportabile. Da quell’antro infernale provenivano voci concitate e rumori di macine, ruote e catene di ferro. Don Luigi, prima di entrare nel frantoio si fermò un momento: ebbe una strana sensazione di repulsione mista a paura. L’amministratore intanto aveva acceso una lampada e gli fece cenno di seguirlo lungo la scala buia. Don Luigi non aveva fatto neppure un gradino che all’improvviso gli apparve di fronte sogghignando l’ombra di Don Giovanni Coronese; preso dal terrore Luigi inciampò e rotolò giù fino al fondo delle scale urlando come un pazzo. L’amministratore fece in tempo a scansarsi altrimenti sarebbe caduto anche lui rompendosi certamente l’osso del collo. Gli operai del frantoio, sentito quell’urlo disumano, accorsero esterrefatti e rimasero di stucco quando videro per terra il corpo di Don Luigi tutto scomposto in una pozza di sangue. Gridarono aiuto, invocarono un medico, ma non ci fu nulla da fare perché Don Luigi era morto col cranio fracassato.

   L’incidente destò grande scalpore in paese ed immenso fu il dolore di Donna Aurelia, di Donna Letizia e di tutti i parenti ed amici del povero Luigi. Lo piansero ininterrottamente per ben due giorni, finchè non fu sepolto nella tomba della famiglia Papatia accanto ai suoi genitori. Fu allora che il notaio Arditi, vecchio amico ed inseparabile compagno di caccia di Don Giovanni, si lasciò scappare in presenza di alcuni amici le seguenti parole:

“E così Don Giovanni ha tenuto fede al suo giuramento. Ora potrà riposare in pace insieme al nipote Don Luigi, il quale ha avuto soltanto la colpa di avere sposato sua cugina Aurelia… Poveretto, non meritava una morte così brutta!… Preghiamo per le loro anime”.

   Così dicendo il notaio si allontanò con passo lento lungo il viale del Cimitero mentre gli amici lo guardavano sbigottiti.

   Dal giorno dell’incidente al frantoio di Via Toledo il fantasma di Don Giovanni non si fece più vedere, vagando senza meta nelle sue proprietà, in attesa di chissà che cosa.

   Anche nella famiglia di Don Luigi, dopo la sua morte, tornò la pace e la tranquillità per tutti.

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