Poesia, Poesie

Non garriscono più

di Giuseppe Santoro

Leonid Pasternak, ‘The passion of creation’

Non garriscono più le
mie rondini
silenziosamente pochi
rari sparuti stormi
solcano il cielo tra
stanchi svolazzi
timidi rispecchi
quasi fuggenti poeti
cercano un anfiteatro
un lene passato ricco
di sogni fanciulleschi.

Come una meteora
hai solcato
il mio animo
ovunque seminando
tracce propense.
L’animo mio ti
cerca ancora tra
ansie e timori
preclusi ai tempi.

Come un rigattiere il
riaffaccio del poeta.

 

Primavera 2017

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2 pensieri riguardo “Non garriscono più”

  1. Non mi convincono e mi creano una certa perplessità l’uso di : tra-il- le- ti a fine verso. Complessivamente potrebbe piacere, ma l’uso puntiglioso di certe forme di scrittura… sinceramente non mi dicono nulla, anzi ……

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  2. Dice Dante, camminando in mezzo ai dannati nella Giudecca, “non lo scrivo,/ però ch’ogne parlar sarebbe poco”. Con quali parole, del resto, si può smascherare e rendere inoffensivo lo sguazzo indiscriminato che il web oggi consente? Però è’ un caldo pomeriggio estivo e le ferie concedono la possibilità delle riletture: mi attenziona, ora, lo spessore della riuscita ” Non garriscono più…” di Giuseppe Santoro e non posso fare a meno, nell’asfissia imperante negli stagni dell’arbitrarietà che internet concede, spendere (o sprecare?) alcune parole in merito a questi 22 versi del poeta/scrittore ( e non solo ) magliese. Anzi, per miglior autorevolezza, utilizzo quelle che nel 1961 (!) aveva scritto Nanni Balestrini in Linguaggio e opposizione: “Accade talvolta di notare con stupore, nello sclerotico e automatico abuso di frasi fatte e di espressioni convenzionali che stanno alla base del comune linguaggio parlato, un improvviso scattare di impreveduti accostamenti, di ritmi inconsueti, di involontarie metafore; oppure sono certi grovigli, ripetizioni, frasi mozze o contorte, aggettivi o immagini spropositate, inesatte, a colpirci e a sorprenderci, quando le udiamo galleggiare nel linguaggio anemizzato e amorfo delle quotidiane conversazioni, straordinarie apparizioni che arrivano ad illuminare da un’angolazione insolita fatti e pensieri”. E’ quello che accade in questa notevole poesia del Santoro, poesia che plana sulla vita, sulla poesia stessa, sul “poeta” ed il poetare senza alcun cedimento all’indulgenza zuccherata volta ad accalappiare consensi, così tanto in voga tra i saltimbanchi di improbabili prove poetiche. Spreco altre pochissime parole per rilevare la ricca presenza di metafore ed i due spazi che spezzano la prova in tre parti costringendo il lettore a delle pause di silenzio per meglio percepire i piccolissimi tratti del quadro che Santoro è riuscito a dipingere, tecnica che riporta ad un grande del secondo novecento italiano, Giorgio Caproni, ed in particolare al suo postumo Res Amissa, che è una lezione per imparare a leggere anche gli spazi bianchi. Perché, come scrive Donatella Bisutti, poiché le parole sono circondate di silenzio, è come se la loro eco continuasse a vibrare in quel silenzio.

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