Personaggi

Franz Kafka

Il 3 Luglio 1883 nacque a Praga, Franz Kafka. Figlio di un ricco commerciante  ebreo, Kafka  ebbe proprio col padre un rapporto conflittuale come si evidenzia dalla famosa “Lettera al Padre”che il sofferente scrittore indirizzò al genitore accusandolo di essere l’origine del suo grave disagio esistenziale.

Laureatosi in legge senza troppo entusiasmo, trovò, dopo le difficoltà del precariato,  un impiego in una banca, che abbandonò dopo pochi anni ( nel 1922), quando la tubercolosi  già manifestatasi  da tempo, irruppe in tutta la sua gravità. Anche la sua vita sentimentale fu tormentata quasi  fosse un riflesso di quella familiare (non andava d’accordo neanche con la madre e le sorelle), visto che il suo  amore per  Milena Jesenka fu abbastanza difficile come pure  la relazione con Dora Dyamant, con cui convisse dal 1923.

Dotato di una sensibilità profonda, egli sentiva il grande disagio della fine del 1800 , quando all’ottimismo positivista seguì una reazione profonda e viscerale che non risparmiò nessuna disciplina artistica, filosofica o letteraria. Si rimproverava al  positivismo la troppa fiducia accordata alla scienza, che peraltro di per sé sarebbe  stata a breve ferita dalle nuove conquiste della meccanica quantistica e della relatività einsteiniana. Si cercavano  nuove forme espressive, che scavassero nell’animo alla ricerca delle ragioni più profonde dell’agire umano, a volta condite da stili di vita originali e sregolate, con le provocazioni lanciate contro il perbenismo borghese.

In Kafka questa condanna verso una società ipocrita e conservatrice si manifesta palesemente in tutti i suoi personaggi che subiscono il giudizio per colpe sconosciute dalla vittima  e dal carnefice, identificato nelle forze oscure e invincibili che costringono l’Uomo  a vivere fuori da ogni possibilità di libertà e felicità.

I suoi scritti, in chi dovesse accostarcisi,  lasciano l’amaro in bocca , una  sensazione di terrore diffuso e inspiegabile come in “Metamorfosi” o nel “Processo cui dedicai, tempo fa , una mia recensione cui vi rimando, se vorrete continuare a leggermi:

Il PROCESSO DI KAFKA

Ho appena finito di leggere “Il processo” di Kafka. E’ stato come uscire da un incubo, da uno di quei sogni che rimangono impressi nella mente per tutta la vita. Ho provato una sensazione simile a quella del vero risveglio quando, ancora assonnati, stentiamo a scacciare le immagini terrificanti che hanno turbato il nostro sonno. Ma una volta ripresomi dal “fascino” della lettura, mi sono chiesto, attonito, quale messaggio o quale insegnamento si nascondesse dentro quelle pagine così colme di ansia e angosciante trepidazione. Ma prima di dedicarmi, come sempre faccio, all’analisi di quanto ho appena letto, mi sono accostato alla finestra più vicina, ne ho aperto le ante ed ho respirato a lungo l’aria pura dell’alba quasi immedesimandomi nel protagonista del romanzo, costretto ad aggirarsi in stanzette tetre, maleodoranti, sporche, prive di finestre e popolate da personaggi da incubo.

Il signor K. viene arrestato senza sapere perché e senza essere privato apparentemente della sua libertà. Può muoversi liberamente mentre comincia il processo contro di lui, uomo integerrimo e stimato procuratore di un importante istituto bancario. Inutilmente cercherà di scoprire il motivo di un estenuante processo dove pare che i ruoli tra carcerieri e imputati si confondano mentre vagamente si delineano delle gerarchie di giudici che pare non abbiano mai fine. L’angoscia cresce ad ogni pagina, l’incubo si manifesta impreciso, nebuloso, impalpabile mentre l’accusato comincia a sentirsi in colpa sia pure ignorando affatto di quale crimine possa essere imputato.

 

E la mia mente di musicomane è andata subito a cercare le note del “Bolero” di Ravel, quella musica ossessiva e ripetitiva che pare adattarsi perfettamente a quanto avevo appena letto. Poi ho meditato sui fumosi, vaghi, foschi discorsi di due personaggi chiave del romanzo: l’avvocato e il sacerdote. E allora ho visto l’Uomo, non più il singolo ma l’umanità tutta intera, ho visto la sua incapacità di stabilire un contatto durevole, sincero col mondo che lo circonda o di conoscere il senso, il fine ultimo della sua vita. Ho visto l’individuo cercare invano conforto in fugaci, speranzosi approcci con l’altro sesso potenzialmente teneri, ma incapaci di esorcizzare la solitudine esistenziale cui deve sottostare, vittima di eventi di cui ignora i fini e che scatenano la sua alienazione. E ho visto nel personaggio, la proiezione drammatica del suo creatore, di quel Kafka che viveva una condizione conflittuale col padre e con la società particolarmente crudele con la sua condizione di ebreo appartenente a una minoranza oppressa dai cultori della xenofobia e del razzismo. Kafka, in questo come negli altri suoi scritti, sembra gradualmente superare la sua vicenda personale, per fotografare quel disagio esistenziale tipico del decadentismo, che supportato anche dall’analisi freudiana e dal superamento dell’ottimismo positivista, partorirà artisti e filosofi che sfoceranno nell’esistenzialismo, nella ricerca estenuante e sfibrante della propria intima essenza.

 

Vi consiglio di leggerlo con cautela e solo se appartenete a quella schiera di impenitenti ricercatori della Verità, che partono già consci dell’inutilità dei propri sforzi, ma che non riescono a contentarsi delle verità aprioristiche e preconfezionate a loro uso e consumo. Io sono uno di loro.

 

Dino Licci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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