Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

L’incontro

Giuseppe Diso, ‘Salento’ (olio su tela, 60×90) – 2017

Succede. Quando entri in un negozio e ti si chiede di dove sei. Perché hai un accento diverso, perché sorridi mentre chiacchieri, perché è inevitabile darti retta anche se c’è molta gente: ti porti dietro la semplicità di chi non finge accenti che non gli somigliano o che non sa ‘dire’. Sei così, e partecipi il mondo che ti abita, a chiunque. Sai di ‘Sud’ e non sai negarlo. Non puoi. Non vuoi invogliare benevolenza in chi, ancora oggi, rigetta la presenza dei meridionali nell’Italia più ‘evoluta’. Ancora oggi, succede. Che la tua carta d’identità smascheri una gentilezza finta, pronta a ritirarsi di fronte ad un ‘terrone’, pronta a prendere le distanze da chi viene dal basso e non può capire il ‘mondo che va avanti’. L’Italia maiuscola, la grande Italia, quella che si è sporcata nelle fabbriche e che ha offerto ai propri figli un futuro migliore senza chiedere l’elemosina, perché il Nord è sempre stato un passo oltre ed ha sempre fatto conto sulle sue sole possibilità. Il Nord, quello dei grandi industriali, delle famiglie ricche. Il Nord di reale discendenza, monarchia dismessa e senza più corona; di incursioni francesi, conquistato e abbandonato in città monumentali, senza più pane per nessuno. Quel Nord freddo, grigio, delle auto colorate con cui ripartire per scongiurare l’ennesima sventura. Il Nord delle montagne complici, degli eserciti di pace a liberare il Paese intero. Che ne sapete voi del Sud, lontani dalle nostre ferite e dalle nostre vittorie, perduti nei vostri campi bruciati di povertà e sfortuna, voi meridionali, dalla storia immobile, arretrata di futuro e progresso. Voi che ancora vi sporcate le mani con la terra dei vostri raccolti, incapaci di qualsiasi ricchezza, insofferenti alla modernità, trascinanti processioni e messe cantate, pizzini nelle mani e silenzi comprati. Questo, e ancora, si pensa di noi.

Poi succede che in un posto distratto al rancore qualcuno ti chieda: ‘Lei è del Sud?’. E tu, porgendo lo sguardo a quella curiosità risponda di sì, col viso aperto ad altre domande, ma con il cuore pronto alla difesa. E invece, qualcuno ti porge la mano e ti dice: ‘Mia madre è del Sud. Io sono nato ‘giù’, i miei sono emigrati e da due generazioni siamo qui. Che bello sentire il suo accento, mette nostalgia ed apre l’anima’. Ti dice proprio così quel qualcuno che nel Nord ha trovato casa, famiglia, lavoro e la sua intera vita. Qualcuno che si è riconosciuto nella tua voce e nell’accento che sa di sole, profuma di infanzia, di un’altra vita, messa in sordina ma mai dimenticata. Riporta ad una terra che non si è più cercata, che è rimasta a sventolare un fazzoletto alla stazione ma a cui ci si sente, sempre, maledettamente legati. Indimenticabilmente, se bastano due parole a suscitare un bisogno, l’urgenza di un contatto. Eccolo, l’altro Nord: quello degli emigrati, di chi ha lasciato il mare per i monti stranieri, per la neve ad agosto ed il vino caldo, per un lavoro che falciasse la miseria di una famiglia da mantenere, lontano magari, a rivedere i figli solo a Natale. Il Nord di noi del Sud: colonie infinite disperse tra cognomi d’oltralpe e capelli biondi, tra ricordi svaniti e desideri repressi, in una vita che non somiglia più a nessuno e sa di non appartenere ad alcuna radice. Perché la forza del Nord, l’invincibile Italia del Nord, ha preso ossigeno anche da noi: un mondo nel mondo. Costruito a fatica, tra razzismi vigliacchi e sfruttamento, tra paghe infime e il silenzio del bisogno, tra il freddo degli inverni barbari e le notti insonni di umiliazioni e rivincite. Un mondo che si è adeguato per non essere sfrattato, che si è morso i pensieri al posto di una sola parola.

Un mondo che, ancora oggi si riconosce in una voce: la tua. E, nella foto dei tuoi racconti, chiede ancora luce. Chiede perdono per aver finto di dimenticare, per aver perduto la lingua dei suoi primi passi, per aver taciuto ai propri figli il desiderio del viaggio più bello: tornare, di nuovo, a casa.

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4 pensieri riguardo “L’incontro”

  1. Grazie Titti: sei riuscita a farmi emozionare, a farmi ricordare quando, non ancora ventenne, mi vidi proiettato improvvisamente in una grande città . E cercavo di camuffare il mio accento meridionale oggetto talvolta di malcelate risatine. Poi gli anni sono passati e ho capito che dovevo essere fiero di quell’accento, delle mie origini meridionali, di questa nostra terra figlia della Magna Grecia, dove si fondono le più grandi civiltà del passato, il nucleo del “Sapere”, noi meridionali spogliati solo qualche decennio fa delle nostre ricchezze, noi che siamo la Cultura, frutto di un coacervo di razze e popoli e tradizioni, le più disparate, fuse insieme a generare un ibrido genetico che, in ultima analisi, significa evoluzione, civiltà, progresso.

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